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L’astensionismo ha radici economiche

Quando il rapporto con la politica è utilitaristico e non-ideologico, le condizioni materiali e sociali della popolazione guidano la partecipazione elettorale e spiegano l’impennata dell’astensionismo. È una tendenza generale e un campanello d’allarme.

Astensionismo in crescita

Il trend dell’astensione dei cittadini alle elezioni politiche ha subìto, lo scorso 25 settembre, una forte accelerazione, come d’altra parte previsto.

Dal 27 per cento delle elezioni 2018 si è arrivati al nuovo record del 36 per cento (Figura 1), con una crescita di 9 punti, contro i circa 2 del 2018.

L’interpretazione che ne avevamo dato, ripresa anche qui, si basa su una lettura economica, post-ideologica, della partecipazione alla vita politica.

Il livello di benessere attuale e prospettico è alla base della partecipazione, nel senso che finisce per partecipare col proprio voto alla vita democratica solo chi non ha gravi problemi economici e chi, pur avendoli, crede nella capacità della politica di dare risposte efficaci alle proprie difficoltà.

Quando le ristrettezze economiche personali e famigliari sono sovrastanti o l’esperienza pregressa alimenta sfiducia verso il ceto politico, la scelta della non partecipazione tende a diffondersi anche in un paese, come l’Italia, con una tradizione partecipativa elevata.

D’altra parte, il legame tra astensione e reddito pro capite si nota anche a livello europeo. In Figura 2, per i 27 paesi dell’Unione europea nelle elezioni europee del 2019, si vede come al crescere del reddito pro capite cali l’astensione e dunque aumenti il grado di partecipazione (turnout).

La relazione si ripresenta, in modo ancora più netto, a livello delle regioni italiane: il coefficiente di correlazione lineare tra reddito pro capite e astensionismo arriva al -75 per cento e indica che, anche a livello subnazionale, le aree a più basso reddito sono quelle a maggiore astensione (Figura 3).

Dai dati dell’ultimo decennio (2013-2022) si ricava che, a fronte di un aumento di oltre 11 punti dell’astensione, tutti gli indicatori di povertà assoluta e relativa sono aumentati, sia a livello nazionale (Figura. 4) sia nelle macroaree del Nord (famiglie e individui) e del Mezzogiorno (a livello individuale).

Il campanello di allarme

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Non esistono evidenze dirette sulle scelte di astensione dal voto per classi sociali, ma il rifiuto della politica al crescere delle ristrettezze economiche e del disagio sociale si può ricavare dalle indagini Istat sugli aspetti della vita quotidiana: l’aumento del disinteresse verso la politica (“persone che non si informano mai di politica italiana”) è generale, ma lo si registra in particolare tra i disoccupati rispetto agli occupati (Figura 5) e tra i meno scolarizzati rispetto ai laureati (Figura 6).

La crescita dell’astensionismo osservata alle ultime elezioni politiche sembra quindi in linea con l’evidenza passata. Il dato preoccupante è che c’è ampia evidenza, a livello internazionale, del legame a due vie tra democrazia e performance economica: l’una supporta l’altra (si vedano qui i riferimenti).

Quello che è stato meno esplorato è il rischio di una progressiva riduzione dei diritti politici e civili e quindi della qualità della democrazia, in presenza di difficoltà economiche e di crescenti diseguaglianze. Pertanto, il venir meno della partecipazione politica può essere un campanello d’allarme di un processo che mette in discussione le istituzioni democratiche nel momento in cui non riescono a dare risposta a istanze ancora più elementari.

Nella Bibbia (Esodo, 16,2) si racconta che il popolo, in fuga dal faraone attraverso il deserto, rimpiangeva gli anni della schiavitù, “seduti presso la pentola della carne, mangiando pane a sazietà”. La libertà garantita dalla democrazia può perdere la sua forza e la sua capacità attrattiva quando povertà e diseguaglianza, anziché ridursi, si diffondono nella società.   

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Il Punto

  1. Savino

    La rassegnazione prevale grazie allo spettacolo indecoroso che si vede intorno, al potere per il potere e alla prepotenza di personaggi che stanno facendo il male dell’Italia andando conto gli interessi della gente.

  2. davide445

    Sono d’accordo in linea generale con quanto scritto, ma mi pongo decisamente nella categoria non trattata ossia la disaffezione dalla politica.
    Non ho problemi economici ed ho una formazione scientifica universitaria, un master in gestione aziendale e altra formazione specialistica post laurea.
    Non vado a votare da oltre 10 anni perché semplicemente non vedo come i miei interessi o opinioni possano essere rappresentati.
    Non dai partiti/alleanze maggiori, a destra di un populismo nauseante ed a sinistra un radical chic mischiato con una nuvola di pensioro lontanissima dalla razionalità.
    Non dagli alternativi, con M5S inguardabile, i suoi fuoriusciti malati di protagonismo e incompetenti, Renzi irrilevante.
    Quelli che rimangono non entrerebbero in parlamento né con né senza il mio voto, o non sono votabili in quanto estremisti più biechi.
    Guardiamoci quale è la media dei capi di governo degli altri paesi e capiamo perché sembra non ci sia altra scelta in Italia che eleggere nani politici.
    Sono andato a votare alle europee, correndo a rifare la scheda elettorale scaduta. Voto per una idea di Europa che non esiste, ma per un motivo più alto. Il mio sogno é che il 40% dei non votanti mi assomigli.

  3. B&B

    Ho una semplice laurea del ramo progettazione strutture,compreso le zone con alto rischio sismico.
    Ovviamnte non considerata, per reddito ma non per responsabilità, ai livelli dei laureati in politica.
    La politica in Italia è un PROBLEMA, allo stato attuale, IRRISOLVIBILE.
    Una delle principali cause sono i partiti, in particolare quelli di sinistra con il loro marcio, ramificato potere locale. Hanno dimostrato d non lavorare nell’interesse dei cittadini.
    Puo’ sembrare paradossale, ma il loro socio, almeno ideologgicamente, è ed è stato Silvio Berlusconi.
    Non posso dimenticare il voto al famigerato governo MONTI.

    Fossi Giorgia Meloni, se non riesce ad andare dritto, senz compromessi, mollerei tutto.

  4. Grazie per l’interessante analisi. Tuttavia il non voto, come nel mio caso, ha altre motivazioni rispetto a quelle indicate nell’articolo. Più che insoddisfazione rispetto alla democrazia, sono infastidito dal fatto che ex ante sappiamo già chi vincerà le elezioni, come nelle ultime politiche. La destra avrebbe stravinto per la scelta sciagurata della sinistra di presentarsi in ordine sparso. E così è stato. Tutto ciò è favorito dalle dinamiche delle coalizioni, da un sistema elettorale a dir poco confuso, dalla presa dei leader nella formazione delle liste. Gli appelli all’importanza del voto suonano, quindi, alle orecchie di molti elettori come ipocriti e fanno parte del teatrino della politica in salsa italiana.

  5. Maurizio Cortesi

    Ho scelto di annullare il voto invece che astenermi, perché non sono contro il metodo delle libere elezioni ma semmai contro questa legge elettorale. La disaffezione che comunque provo per la politica non dipende solo dall’offerta – i partiti – ma anche dalla domanda – gli elettori. L’espressione “gli interessi dei cittadini” che puntualmente si ritrova nei commenti mi sembra sempre più fuorviante, come tutta la concezione economicistica della democrazia di stampo americano e delle teorie delle public choise che le informano. Il punto è che la tipica dizione ‘privato cittadino’ è in realtà una contraddizione in termini. Almeno in una repubblica e infatti le democrazie occidentali di derivazione americana non sono più repubbliche. I deficit di bilancio e negli Usa – la “nazione indispensabile” – anche di bilancia, ne costituiscono una tangibile dimostrazione. Alla faccia di quelli che continuano a chiamare ‘famigerato’ il governo Monti.

  6. daniele

    Articolo molto interessante che fa riflettere.

    Le considerazioni circa la potenziale correlazione tra PIL ed astensionismo e/o tra astensionismo o titolo di studio ritengo sia un esercizio utile a porsi altre domande.

    Ad esempio:
    – c’è la stessa correlazione nelle regioni dei singoli stati europei ?

    – c’è la stessa correlazione nelle singole regioni italiane in relazione ad altre tipologie di tornate elettorali (es: comunali, regionali, europee) ?

    Oppure, guardando l’altra faccia della medaglia (ovvero coloro che invece hanno espresso un voto valido), che impatto hanno PIL/reddito, professione/situazione lavorativa e titolo di studio sulle preferenze elettorali espresse? Ovvero quale è la ripartizione per clusters (es: reddito/titolo di studio/professione/etc) all’interno della offerta politica?

    Una ulteriore domanda che mi porrei è quale sia la % di elettori pienamente consapevoli del funzionamento della legge elettorale? Come si riflette questa consapevolezza con gli indicatori PIL e/o titolo di studio? Come si riflette questa consapevolezza tra votanti ed astenuti?

  7. mauro

    Mi sono occupato di Politica per diverso tempo, combattendo contro muri di gomma ed incompetenze premiate tranquillamente; poi disgustato, me ne sono andato.
    Se fossero meno evanescenti e preoccupati della cosa pubblica (che non è cosa loro) , si preoccuperebbero del 40% di Italiani che non sono andati a votare, il maggior partito ( 40% astenuti ), non conta nulla e per loro va molto bene così

  8. bob

    ..dovreste fare una indagine-studio su quella percentuale di votanti ( circa il 55%) che sono in qualche maniera legati, “collusi” appoggiati alla politica. Porta borse, galoppini, amici degli amici, fruitori di redditi o sovvenzioni varie etc. che nei vari livelli di potere dallo Stato all’ ultima circoscrizione hanno ” interesse a votare”.
    Credo che sarebbe una dato interessante oltre che avvilente

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