Una riforma approvata a luglio rende il sistema di reclutamento dei docenti universitari più nazionale. Ma per promuovere l’apertura all’esterno degli atenei, bisogna affrontare anche il tema dell’inserimento del nuovo arrivato nell’organizzazione locale. 

Le nuove norme

La riforma del reclutamento universitario rende più esterne le commissioni e porta da un quinto a un quarto dei posti disponibili la quota di risorse che ogni ateneo statale deve vincolare alla chiamata di candidati esterni (art. 1, comma 3, lett. b), legge n. 129 di luglio 2026. Più docenti entreranno in università dove non hanno reti consolidate. Ma il problema non finisce con il concorso.

La legge 129/2026 prevede, a regime, commissioni di cinque professori: uno individuato dall’ateneo e quattro esterni sorteggiati da liste nazionali. Prima la composizione non era fissata dalla legge, ma dai regolamenti dei singoli atenei, di norma con tre commissari. È un cambiamento importante: riduce il peso diretto del gruppo locale nella selezione e può rendere più nazionale il mercato accademico. Un precedente italiano invita però alla cautela: Daniele Checchi, Silvia De Poli e Enrico Rettore hanno mostrato che il sorteggio dei commissari introdotto nel 2008 ridusse il peso delle connessioni personali con i selezionatori, ma non annullò il vantaggio di chi era già dentro l’ateneo. Inoltre, la legge sostituisce l’abilitazione scientifica nazionale con requisiti di produttività fissati per decreto (art. 1 comma 1). La riforma approvata a luglio diventerà operativa con i decreti attuativi, da adottare entro sessanta giorni dall’entrata in vigore della legge per i requisiti delle liste e le modalità di sorteggio, ed entro novanta giorni per i nuovi requisiti di accesso.

Un mercato ancora interno

Quello di oggi è un mercato vicino o lontano dalla nuova soglia di legge? Il Cruscotto Anvur offre un indicatore semplice, P24: la percentuale di professori di I e II fascia assunti nell’anno che nel triennio precedente non appartenevano ai ruoli dello stesso ateneo. Abbiamo calcolato per ciascun ateneo statale la media 2019-2025.

Figura 1 

L’ateneo mediano recluta dall’esterno il 14,3 per cento dei professori; 54 atenei su 62 hanno un P24 medio inferiore al 20 per cento. Il 20 per cento è qui solo un riferimento: la norma vigente nel periodo vincolava una quota di risorse e non coincide direttamente con P24, quindi il grafico non è una verifica di adempimento normativo.

C’è un’altra limitazione. Il denominatore di P24 comprende le promozioni interne e una parte di queste è voluta dal sistema: il percorso Rtdb-associato, e oggi Rtt-associato, è costruito come tenure track. Un ateneo che assume molti ricercatori e li conferma può quindi avere un P24 basso senza essere “chiuso”. L’indicatore misura quanto frequentemente si recluta da fuori.

Quanto pesano i ricercatori? Il decreto ministeriale 193 del 2026 assegna agli atenei 1.694 posizioni di ricercatore in tenure track per il biennio 2026-2027, ripartite in proporzione ai 7.402 ricercatori a tempo determinato di tipo A in servizio al 31 dicembre 2024. Sono altrettante future promozioni interne, che entreranno nel denominatore di P24 e non nel numeratore. Questo abbassa l’indicatore di tutti gli atenei, ma non spiega perché alcuni stiano più in alto e altri più in basso. Abbiamo diviso i 61 atenei presenti anche nel decreto, nei dati contenuti nella tabella 1 del decreto, in tre gruppi, dal meno al più ricco di ricercatori a tempo determinato: il P24 medio è 12,9 per cento nel primo gruppo, 16 nel secondo e 13,7 nel terzo. I tre numeri non salgono né scendono: gli atenei che assumono più ricercatori a tempo determinato non reclutano dall’esterno meno degli altri. Il tenure track spiega perché il P24 sia basso ovunque, non perché a Bologna sia il doppio che a Potenza.

Figura 2

La geografia aggiunge una seconda informazione, ma di ordine inferiore rispetto al livello generalmente basso. Esistono differenze regionali, senza un semplice gradiente Nord-Sud. Il fatto principale rimane comune: in quasi tutto il paese il reclutamento esterno è minoritario.

Il problema del giorno dopo

Se la riforma funziona, aumenteranno i vincitori che arrivano da un altro ateneo o da un’altra regione. Il giorno della presa di servizio, però, i quattro commissari esterni spariscono. Didattica, informazioni amministrative, spazi, risorse e molte decisioni formali e informali tornano locali.

Non serve ipotizzare comportamenti ostili. Chi arriva sostiene semplicemente un costo di accesso a una rete già formata: procedure note agli insider, informazioni che circolano informalmente, relazioni e reciprocità costruite negli anni. Per chi è già dentro sono costi quasi invisibili; per chi arriva possono essere rilevanti.

Perché dovrebbe interessare al ministero? Perché il reclutamento è un mercato ripetuto. Chi si sposta continua a parlare con ex colleghi, coautori e potenziali candidati. Una università italiana che guadagna una buona reputazione è una università che attira studenti e docenti di livello sempre più alto.

Se esperienze negative riducono la futura offerta di candidati esterni, una riforma che modifica la commissione rischia di incidere sul lato della domanda senza cambiare l’equilibrio del mercato: commissioni più nazionali, ma candidati nuovamente prevalentemente locali.

Una vera possibilità di uscita

Altre istituzioni nazionali affrontano da tempo un problema simile. Nell’Arma dei carabinieri, per esempio, gli allievi marescialli svolgono insieme un percorso formativo biennale e, al termine, possono indicare tre regioni di preferenza ma non quella di origine; per aspirare successivamente al trasferimento nella regione di provenienza sono normalmente richiesti almeno otto anni di servizio. L’università è naturalmente un’istituzione molto diversa e la sua autonomia va preservata. Ma l’analogia organizzativa è utile: quando la mobilità territoriale è considerata normale, non si lascia interamente al singolo il costo dell’ambientamento; si costruiscono istituzioni che la rendono sostenibile.

La legge fissa a tre anni dalla presa di servizio la valutazione Anvur dei vincitori delle nuove procedure, e consente il trasferimento consensuale a chi è in servizio da almeno cinque. Il canale di uscita quindi esiste. Ma richiede l’assenso di entrambe le università: non è un diritto del docente, è un accordo fra atenei e oggi resta sulla carta. Per attivarlo non serve una nuova norma. La stessa legge dà al Ministro il potere di incentivare quei trasferimenti e stabilisce che contano nella quota di un quarto riservata alle chiamate esterne: chi accoglie ha già due ragioni per farlo. Sapere che esiste riduce la dipendenza dalla rete locale anche quando non viene esercitata e rende più sostenibile candidarsi lontano dal proprio ateneo.

Per anni il dibattito ha chiesto soprattutto chi debba scegliere il professore. La nuova riforma dà una risposta molto più nazionale. Se vuole davvero modificare l’equilibrio, deve ora affrontare la domanda successiva: che cosa succede al professore scelto da una procedura nazionale quando entra, da solo, in un’organizzazione ancora locale?

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