Dopo il ciclone Harry e la frana di Niscemi ci sono risorse europee e nazionali per la ricostruzione. Dovrebbe però seguire i principi del “ricostruire meglio”, finora assenti nelle politiche di coesione, sfruttando l’occasione del nuovo bilancio europeo.

Non si può più parlare di “disastri naturali”

Il ciclone Harry, che ha colpito Calabria, Sardegna e Sicilia con venti fortissimi, piogge torrenziali e intense mareggiate, rientra fra quegli eventi meteorologici estremi la cui frequenza nel Mediterraneo è destinata ad aumentare a causa dei cambiamenti climatici. A fine gennaio, in quelle zone in 72 ore è caduta la stessa quantità di pioggia che solitamente cade in un anno, le raffiche di vento hanno superato i 100 chilometri orari e le onde hanno raggiunto i 10 metri di altezza. Vi sono state evacuazioni preventive in alcuni comuni, chiusure di scuole e limitazioni alla mobilità nelle zone più vulnerabili. Le regioni interessate hanno richiesto di attivare lo stato di emergenza. Fortunatamente, monitoraggio e sistemi di allerta hanno consentito di muoversi prontamente evitando che vi fossero vittime. Tuttavia, i danni sono ingenti, finora stimati in oltre 2 miliardi.

Non è corretto in questi casi parlare di “disastri naturali” perché mentre i rischi e gli eventi estremi sono causati dalla natura (cicloni, inondazioni, frane), l’aumento della loro frequenza e le rovine che lasciano sono causati dall’uomo. Forse si tratta di una sottigliezza semantica, ma parlare di disastri naturali nasconderebbe le responsabilità dell’uomo, giustificando il fallimento nella programmazione delle politiche.

I fondi a disposizione, italiani ed europei

Ora si parla di fondi nazionali ed europei per aiuti, messa in sicurezza, ripristino di servizi e ricostruzione delle infrastrutture. L’Unione europea mette a disposizione un ampio ventaglio di strumenti che coprono tutte le fasi della gestione del rischio legato ai disastri, dalla prevenzione all’emergenza, fino alla ricostruzione. Includono il servizio Copernicus per le emergenze, che fornisce informazioni chiave agli attori coinvolti negli aiuti, nella gestione dei rischi e dei disastri, il Meccanismo di protezione civile (Ucpm), che sostiene la cooperazione e il coordinamento degli interventi, e il Fondo di solidarietà (Eusf), che fornisce pronta assistenza finanziaria agli stati colpiti dai disastri.  

Anche la Politica di coesione è uno strumento importante soprattutto per l’adattamento ai cambiamenti climatici e la prevenzione del rischio. Tuttavia, come sottolineato in un recente studio per il Parlamento europeo, solo una piccola quota della coesione – il 4,5 per cento – è stata destinata a questi obiettivi nel periodo 2021-2027.

La figura 1 mostra la percentuale di fondi destinata alla gestione dei rischi e all’adattamento ai cambiamenti climatici negli stati membri dell’Ue, e la quota parte di ciascun paese rispetto al totale delle risorse europee dedicato allo scopo. L’Italia, nonostante l’elevata esposizione e vulnerabilità, assegna a rischi e adattamento circa 2 miliardi di fondi di coesione in sette anni e in termini di percentuale sul totale delle risorse a disposizione non si discosta dalla media comunitaria. Dedica una quota maggiore dei fondi ai rischi rispetto a paesi centro-settentrionali dell’Ue, ma significativamente meno di altri, come per esempio la Grecia. L’allocazione di questi fondi ai singoli temi viene decisa dagli stati e dalle regioni e non vi sono criteri dettati dall’Ue che tengano conto dell’effettiva vulnerabilità.

Questi dati forniscono comunque una fotografia parziale perché il nostro paese destina anche altri fondi nazionali ai rischi naturali, quali le risorse messe a bilancio per la protezione civile per gli interventi di emergenza (circa 1,2 miliardi nel 2025). Ci sono poi le risorse messe a disposizione dal Pnrr e dal collegato Pnc (Piano nazionale complementare): pur perseguendo obiettivi più ampi di transizione verde, possono finanziare interventi specifici relativi a rischi, adattamento ed emergenze.  

Ricostruire secondo i principi del build-back-better

Tutti gli strumenti Ue e nazionali hanno però una debolezza di natura strategica. I fondi per la ricostruzione vengono prevalentemente utilizzati per ripristinare le condizioni precedenti al disastro più che per una ricostruzione a prova di disastri futuri. Quest’ultima si fonda sul  concetto di ricostruire meglio, o “build-back-better”, e implica un approccio olistico alla gestione del rischio legato ai disastri, che va oltre la mera ricostruzione materiale ed è orientato a rafforzare una resilienza permanente, attraverso la riduzione delle emissioni e della perdita di biodiversità, la transizione verso un’economia circolare, il sostegno alla ripresa delle comunità colpite, con particolare attenzione alle dimensioni sociali e psicologiche, il rafforzamento della capacità istituzionale locale.

I principi build-back-better andrebbero incorporati esplicitamente negli strumenti di intervento europeo e nazionali, se si pensa per esempio al caso di Niscemi in Sicilia dove il terreno sta letteralmente crollando sotto i piedi dei cittadini.

Per quanto riguarda le politiche Ue, è in corso il negoziato sul bilancio 2028-2034, che si configura allo stesso tempo come un rischio e un’opportunità. Il rischio è legato al fatto che la nuova architettura della Politica di coesione si ispira al Pnrr e potrebbe perdere in parte l’impronta territoriale a favore di una maggiore centralizzazione togliendo uno strumento importante dalle mani delle amministrazioni regionali.

L’opportunità è legata al fatto che il negoziato offre una finestra di riforma per includere i principi build-back-better negli strumenti di programmazione territoriale per la gestione dei rischi e l’adattamento climatico e per introdurre criteri di allocazione dei fondi che tengano conto della vulnerabilità dei territori. Ciò contribuirebbe ad assicurare che ogni euro speso nella ricostruzione all’indomani di un disastro riduca, effettivamente, i rischi futuri, rafforzi la resilienza dei territori e supporti una ripresa giusta e sostenibile invece di restaurare le fragilità che esistevano prima di una calamità come il ciclone Harry o la frana di Niscemi.

Figura 1 – Quota di fondi della politica di coesione (Fesr, Fondo di coesione, JTF) destinati alla gestione dei rischi e all’adattamento ai cambiamenti climatici nel periodo 2021–2027

Fonte: Research for Regi committee (2026), The Use of Cohesion Policy in Disaster Response and Recovery

Lavoce è di tutti: sostienila!

Lavoce.info non ospita pubblicità e, a differenza di molti altri siti di informazione, l’accesso ai nostri articoli è completamente gratuito. L’impegno dei redattori è volontario, ma le donazioni sono fondamentali per sostenere i costi del nostro sito. Il tuo contributo rafforzerebbe la nostra indipendenza e ci aiuterebbe a migliorare la nostra offerta di informazione libera, professionale e gratuita. Grazie del tuo aiuto!