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Categoria: Conti Pubblici Pagina 55 di 103

QUANT’È OTTUSO IL FISCAL COMPACT

Il recente (bell’) articolo di Francesco Daveri su lavoce.info sostiene due principali tesi. La prima è che le recenti elezioni in Europa mostrano una tratto comune: la rivolta di ampi settori dell’elettorato europeo, soprattutto in Francia, Grecia, ma anche alle amministrative italiane e tedesche, contro la (auto) condanna all’austerità permanente voluta dalla Signora Merkel, e codificata nel Fiscal compact. La seconda è che esistono poche alternative al Fiscal compact, visto che a protestare di più sono proprio i paesi che, in termini di spesa pubblica, hanno “razzolato” male (peggio dei tedeschi). Sul primo punto, rilevo che le principali novità politiche delle elezioni in Italia ed in Francia, Grillo e Le Pen jr, non mi sembrano facilmente riconducibili all’austerity del Fiscal compact, quanto invece ad una protesta contro l’establishment della politica (Sarkozy in Francia e la Casta da noi) incapace e, spesso, corrotto. Diverso il caso della Grecia. Sul secondo punto, osservo che i dati riportati nell’articolo, la spesa pubblica rapportata al Pil ed la spesa “nominale” (espressa cioè in euro correnti) vanno interpretati con cautela. Circa il rapporto spesa/Pil, l’evidenza empirica (molto controversa) suggerisce che contrazioni della prima provocano una riduzione più che proporzionale del secondo (un moltiplicatore superiore all’unità), come i recenti casi della Grecia e dell’Italia indicano abbastanza chiaramente. Dunque un aumento del rapporto spesa/Pil potrebbe semplicemente avverarsi anche quando i tagli aggravano la recessione. Ancor maggiore prudenza va mostrata nell’interpretare le variazioni in termini nominali. È noto che l’origine degli attuali squilibri all’interno dell’Europa sia da ricercare nella perdita di competitività dei paesi periferici nei confronti della Germania. La Figura 1 riporta l’andamento dei prezzi al consumo in Germania (linea blu), Grecia (rossa) e Spagna (gialla).

In questi ultimi due paesi, tra il 2000 ed il 2010, i prezzi sono aumentati rispettivamente di 16 e del 23 punti percentuali  più che in Germania (1). Se allora si vuole vedere quali stati europei hanno accresciuto/tagliato i propri servizi ai cittadini, occorre correggere i dati della crescita della spesa nominale per l’inflazione. Così facendo si ottiene la Figura 2. Questa mostra che, grazie alla moderazione dei prezzi, tra il 2000 ed il 2009 la Germania è stata in grado di accrescere la spesa pubblica ben più che Spagna e Grecia (circa 20 punti percentuali di crescita reale in più). La figura mostra anche altri due aspetti importanti: dopo il 2009, i tagli in Grecia sono stati durissimi, circa il 30 per cento in termini reali. Dunque è la risposta degli elettori è comprensibile. Inoltre, a partire dal 2009 La Germania ha effettuato tagli di spesa superiori ai 20 punti percentuali in termini reali. Sta tutta qui l’ottusità del Fiscal compact: imporre corsetto recessivo per tutti, anche a chi non ne ha bisogno, aggravando le difficoltà di tutti.

(1) Questi numeri in realtà sottostimano la perdità di competitività in Spagna e Grecia. Essa andrebbe misurata confrontando i soli prezzi dei beni non commerciabili (cioè dei prezzi dei servizi privati che non sono scambiati sul mercato globale). Questi sono cresciuti più di quelli al consumo in Grecia e Spagna, mentre sono cresciuti meno in Germania. Dunque si sovrastima la spesa reale in Spagna e Grecia e si sottostima quella tedesca

LA RISPOSTA DELL’AUTORE A PAOLO MANASSE CON REPLICA

È una nota un po’ criptica: sarebbe bene chiarire, perché non viene spiegato, com’è il prezzo dei beni non commerciati non traded. Forse un indice dei prezzi dei servizi privati? Si potrebbe usare un indice dei prezzi dei servizi privati o un indicatore dei salari pubblici, seppure anche questÂ’ultimo metodo non sia del tutto adatto, in quanto poi i beni pubblici vengono spesso finanziati in deficit inficiando la proporzionalità tra salari e “prezzi al cliente”. Insomma, si tratta di un problema spinoso. Penso  che usare le grandezze nominali, eventualmente deflazionate sul Pil nominale, sia la cosa migliore per evitare problemi metodologici. Per la Spagna la perdita di competitività spiega solo una piccola parte del differenziale di spesa tra Germania e Spagna: +71 per cento in termini nominali. I prezzi dei servizi pubblici greci, invece, aumentano di più anche perché i greci sono più corrotti dei tedeschi (come succede da noi con gli appalti, i Mondiali di calcio e le Olimpiadi). Quindi lÂ’aumento dei prezzi è in parte spiegato dal peggioramento della qualità del servizio. Peggioramento di qualità che bisognerebbe sottrarre dalle quantità. Anche per questo, se non si riesce a distinguere bene tra prezzi e quantità, le grandezze nominali forniscono qualche utile indicazione.  

 

E UNA PRECISAZIONE

di Paolo Manasse

Nel mio pezzo di commento ho semplicemente dedotto dal tasso di crescita nominale della spesa l’inflazione dei prezzi al consumo. Questo verosimilmente sovrastima la crescita dei prezzi nella pubblica amministrazione (che produce servizi non tradables) in Germania, dove i prezzi al consumo crescono meno che altrove,  e viceversa  sottostima la crescita dei prezzi in Spagna e Grecia, dove i prezzi al consumo salgono più che altrove, e dunque più dei tradables. Quindi gli andamenti del grafico in effetti tendono a sottostimare la spesa pubblica in Germania e sovrastimarla in Spagna e Grecia. In altre parole se avessi avuto a disposizione indicatori migliori con cui deflazionare i valori nominali, la spesa in Germania sarebbe risultata ancor più alta e quella in Spagna e Grecia ancor più bassa.
Poi se negli ultimi anni la corruzione sia aumentata in Grecia (se è rimasta alta ma costante non ci sarebbero effetti) è difficile stabilirlo, ma credo non sia ovvio.

LA FUGA DI CAPITALI NEI CONTI DELLA BANCA D’ITALIA

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QUEL DUBBIO LEGAME TRA DEBITO E CRESCITA

Paesi caratterizzati da elevati livelli di debito pubblico registrano anche una ridotta crescita economica. La correlazione tra debito e crescita è spesso utilizzata come argomento a favore di una politica fiscale restrittiva. Tuttavia, non è chiaro se sia l’elevato debito pubblico a provocare un rallentamento della crescita economica o viceversa. Uno studio recente mostra che non esiste alcuna evidenza a sostegno dell’ipotesi secondo la quale il debito pubblico provoca una riduzione della crescita economica.

SPESA PUBBLICA EUROPEA

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LA DEMOCRAZIA E IL FISCAL COMPACT

Le elezioni in Francia, Grecia, Italia e Germania hanno messo in evidenza che nellÂ’’Europa in crisi gli elettori premiano chi si oppone ai tagli di bilancio. Ma la revisione delle politiche di rigore di bilancio auspicata dalla maggioranza degli elettori incontra un importante vincolo oggettivo: i governi a cui gli elettori oggi chiedono maggiore spesa pubblica sono quelli nei quali la spesa pubblica è salita di più negli ultimi dieci anni. Alle difficoltà di oggi non c’è via di uscita alternativa a quella di praticare le riforme con anche maggiore decisione rispetto a quanto fatto in passato.

 

LA MISSIONE SPECIALE DI MR. BONDI

Far sì che gli acquisti di beni e servizi della pubblica amministrazione avvengano a prezzi standard di mercato: è il compito affidato a Enrico Bondi. Ed è un compito improbo perché le stazioni appaltanti in Italia sono circa 20mila. Soprattutto, però, la nomina del commissario è la conferma che si è sbagliato in passato, quando sono stati eliminati i sistemi di controllo preventivo di legittimità sugli atti degli enti. Una scelta che andrebbe ripensata, almeno per quei territori dove le inefficienze sono più evidenti e frequenti.

COME DARE OSSIGENO ALL’ECONOMIA ITALIANA

Rigore e riforme strutturali sono certo indispensabili, ma danno risultati di lungo periodo. Nel breve, la politica per la crescita è il contrasto della recessione tramite stimolo della domanda, come sanno bene negli Stati Uniti. E nessuna politica anti-recessiva può essere fatta in un solo paese europeo, tanto che si inizia a parlare di un “growth compact”. Una boccata d’ossigeno per l’economia italiana può arrivare dal pagamento di una parte dei debiti dello Stato verso le imprese, con un intervento una tantum che non violerebbe gli impegni con l’Europa sui conti pubblici del 2012.

UN DECALOGO SULLA SPESA

Tagliare la spesa pubblica non è poi così semplice. Perché gran parte va in interessi, pensioni e stipendi, capitoli sui quali i vari governi sono già intervenuti. Ridurre i bilanci di sanità, scuola, giustizia e altri servizi richiederebbe una revisione del confine pubblico-privato. Gli interventi possono essere solo strutturali con risparmi nel lungo periodo. Positiva allora la formazione della task force ministeriale perché mostra la volontà politica di agire davvero. Ma su questo tema fondamentale, il governo dei tecnici poteva sfruttare meglio il poco tempo a sua disposizione.

EFFETTO PRESIDENTE SULL’ECONOMIA

Il legame tra economia e risultati elettorali funziona anche in senso inverso: lÂ’’esito delle elezioni ha con ogni probabilità un effetto sullÂ’’andamento futuro delle variabili macroeconomiche come la crescita, la disoccupazione e lÂ’’inflazione. Dal punto di vista teorico ciò è tanto più vero quanto più sono distanti le piattaforme programmatiche dei candidati, sia sulla carta che, soprattutto, nei fatti.

DALLA POLITICA ALLÂ’ECONOMIA

Sempre focalizzandoci sul caso degli Stati Uniti, secondo il modello tradizionale del ciclo economico-politico, quando il presidente in carica è un democratico lÂ’’inflazione è in media più elevata e la disoccupazione è più bassa che sotto un presidente repubblicano; dal punto di vista empirico tale conclusione si basa sull’Â’analisi diretta dei dati storici relativi al secondo dopoguerra. Il problema di questa metodologia è che non si riesce a isolare lÂ’’effetto opposto, che va dalle variabili economiche allÂ’’esito elettorale.
Sotto questo profilo, i mercati predittivi inerenti a una certa gara elettorale sono uno strumento utile per valutare in maniera rigorosa lÂ’’effetto della probabilità di vittoria di un candidato o dellÂ’’altro sullÂ’’andamento di variabili macroeconomiche e finanziarie rilevanti. L’Â’idea consiste nellÂ’’analizzare la correlazione tra quotazione sui mercati predittivi dopo che i seggi elettorali sono stati chiusi e lÂ’’andamento contemporaneo di alcune variabili finanziarie rilevanti: la bontà di questo approccio sta nel fatto che, per definizione, lÂ’’andamento del mercato predittivo non è più influenzato dallÂ’’andamento delle variabili economiche, in quanto i cittadini si sono già espressi tramite il voto.
A questo proposito, Eirik Snowberg, Justin Wolfers ed Eric Zitzewitz sfruttano lÂ’’andamento oscillante dei mercati predittivi dopo la chiusura delle urne nel 2004, quando inizialmente gli exit poll davano la vittoria a John Kerry, per poi essere sonoramente smentiti dalla riconferma di George W. Bush. (1) Ebbene, lÂ’’effetto della vittoria di Bush consiste in un apprezzamento tra l’Â’1,5 e il 2 per cento dei mercati azionari, molto probabilmente a motivo della minor tassazione sulle plusvalenze (capital gain) prevista da Bush, e in un aumento dei tassi di interesse nominali, che è verosimilmente dovuto a un aumento del tasso di interesse reale sottostante, e non dellÂ’’inflazione attesa. Secondo gli autori, l’aumento dei tassi di interesse reali potrebbe essere ricollegato alla maggiore propensione degli ultimi presidenti repubblicani a creare un deficit del bilancio federale.
LÂ’’appartenenza politica del presidente potrebbe avere un effetto anche sulle prospettive specifiche dei diversi settori dellÂ’’economia. Brian Knight ha studiato la questione analizzando lÂ’’effetto della contesa elettorale tra Bush e Al Gore nel 2000, ancora una volta sfruttando lÂ’’andamento dei mercati predittivi. (2) Knight mostra come una maggiore probabilità di vittoria per Bush abbia avuto effetti positivi sul settore del tabacco, mentre ha sortito effetti negativi sulle imprese concorrenti di Microsoft, e sui produttori di energia tramite tecnologie alternative. E si noti come questi risultati sono rinforzati dal fatto che le imprese che lÂ’’analisi indica come favorite da Bush sono proprio quelle che hanno sostenuto in maniera sistematicamente più generosa la sua campagna elettorale rispetto a quella di Gore, e viceversa per le imprese che appaiono come sfavorite.
È facile pensare ai mercati finanziari solo in termini speculativi, mentre si dimentica spesso la dimensione assicurativa, che è altrettanto fondamentale. Ciò vale anche in questo caso, nella fattispecie rispetto al rischio politico: cittadini abbienti che verosimilmente avrebbero pagato imposte più elevate sotto Gore che sotto Bush avrebbero potuto assicurarsi contro questo rischio fiscale acquistando prima delle elezioni quei titoli che sarebbero saliti di più nel caso avesse vinto il primo (ed eventualmente vendendo allo scoperto i titoli favoriti dal secondo).
E in Italia? Se nel 2013 ci sarà ancora una forma di bipolarismo politico, Mediaset è lÂ’’azienda giusta per fare arbitraggi tra variabili politiche ed economiche: chi è avverso al rischio e teme di essere svantaggiato da una vittoria del centrodestra dovrebbe acquistare azioni Mediaset. E viceversa dovrebbe venderle allo scoperto chi si aspetta svantaggi dal centrosinistra.

(1) Erik Snowberg, Justin Wolfers e Eric Zitzewitz [2007]. “Partisan Impacts on the Economy: Evidence from Prediction Markets and Close Elections” Quarterly Journal of Economics, May 2007, 122(2) 807-829. Disponibile qui.
(2) Brian Knight [2007] “Are policy platforms capitalized into equity prices? Evidence from the Bush/Gore 2000 Presidential Election.” Journal of Public Economics 91(1-2): 389-409. Disponibile qui. Per l’idea di mercati azionari collegati alle elezioni a fini assicurativi, si veda David Musto and Bilge Yilmaz [2003]. “Trading and voting.” Journal of Political Economy, 111. Disponibile qui nella versione working paper.

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