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Categoria: Famiglia Pagina 20 di 29

FIGLI E LAVORO: DUE REGIONI, DUE STORIE DIVERSE

La natalità in Italia continua a essere bassa. Ma anche in un anno così generalmente depresso come il 2009, c’è chi ha resistito meglio e chi ha ceduto di più. La fecondità cresce in Emilia Romagna e scende ancora in Campania. Ovvero cala nella regione nella quale l’occupazione femminile è più bassa e sale nell’unica regione italiana che in proposito ha già superato gli obiettivi di Lisbona. Un risultato paradossale a prima vista, che si spiega con la ben diversa quantità e qualità dei servizi di conciliazione tra lavoro e famiglia.

GLI ECONOMISTI E LA PREVISIONE DELLE CRISI. DI FAMIGLIA

Nell’estate del 2007, ad un convegno in Svizzera, presentavamo per la prima volta il nostro lavoro Inheritance Law and Investment in Family Firms, scritto insieme a Andrew Ellul e di prossima pubblicazione sull’American Economic Review. Il lavoro mostra come leggi restrittive sull’eredità, che obbligano il testatore a lasciare una elevata frazione dei suoi beni a ciascuno dei suoi eredi legittimi, abbiano in genere effetti negativi sull’investimento delle imprese familiari intorno al momento della successione. La conclusione principale del nostro lavoro è che ridurre la quota di legittima ha effetti benefici sull’investimento delle imprese familiari (ne avevamo parlato anche su lavoce). Il problema è molto rilevante in Italia dove la quota di legittima è molto elevata. E proprio per motivare la rilevanza del nostro lavoro, avevamo messo nella presentazione del lavoro un lucido che illustrava la complicata situazione della divisione patrimoniale della famiglia Berlusconi, in cui 5 figli nati da due diversi matrimoni si contendevano i beni del premier. Leggiamo su Repubblica dell’11 febbraio che il governo Berlusconi sta studiando una proposta per ridurre la quota di legittima per attenuare i problemi legati alla sua successione. Dopo le norme ad personam, adesso quelle ad familiam. Come cittadini siamo un po’ perplessi dal vedere che il Parlamento vagli quasi esclusivamente norme legate ai problemi del premier. Come economisti, siamo molto soddisfatti. A chi dice che gli economisti non sanno prevedere le crisi e dare consigli utili per affrontarle sappiamo ora come rispondere. Quelle globali forse no, ma quelle familiari alla grande.

ANCORA RITARDI PER IL SOSTEGNO ALLE FAMIGLIE

Tra i pochi interventi varati negli ultimi anni a sostegno delle famiglie che lavorano e hanno figli piccoli, figura la legge 53/2000. Prevede contributi a fondo perduto alle imprese che presentano progetti per facilitare la conciliazione lavoro-famiglia dei dipendenti. A pochi anni dalla sua entrata in vigore però si è già arenata tra ritardi e sospensioni. Si preclude così l’opportunità di costruire una convergenza di interessi tra le aziende e i lavoratori, tra interessi sociali ed economici. Adattare la misura alle piccole e medie imprese.

LA RISPOSTA AI COMMENTI

Innanzitutto grazie a tutti per i commenti e le osservazioni inviate. Vorrei cercare di riprendere brevemente alcune delle questioni sollevate.

 E CHI LA FAMIGLIA NON LA HA?

Giustamente molti hanno sottolineato uno dei maggiori limiti dell’approccio familistico: il modello non è adeguato a proteggere chi non ha una famiglia (intesa qui come unità composta da più generazioni), o chi vive lontano dalla propria famiglia. È fuori di dubbio che, nel medio-lungo termine, processi quali l’aumento della mobilità geografica delle famiglie, la crescita del numero di separazioni e divorzi (con il relativo indebolimento delle solidarietà intergenerazionali), o l’aumento della quota di coppie senza figli, rendono di difficile attuazione un modello di solidarietà quale quello ipotizzato nel documento “Italia 2020”. Di fronte a questo sarebbe preferibile sviluppare un modello che non parta dall’assunto che tutte le persone anziane avranno una famiglia vicina e disponibile a prendersi cura di loro. Personalmente mi ritrovo con chi dice di avere una preferenza per modelli di tipo scandinavo: fortemente centrati sull’offerta pubblica (non privata) di servizi (non trasferimenti). Ma credo che occorra anche essere realisti e democratici: al momento una tale soluzione sembra non godere dell’appoggio della maggioranza dei cittadini italiani, né dell’appoggio di alcun schieramento politico. Preso atto di questo, una soluzione intermedia potrebbe essere quella offerta dal modello tedesco dove gli utenti possono liberamente optare per i trasferimenti (poi gestiti dalla famiglia per acquistare cure sul mercato) o per i servizi offerti da enti pubblici o in convenzione.

FAMILISMO ESPLICITO E PARTECIPAZIONE DELLE DONNE AL MERCATO DEL LAVORO

Come fa notare il lettore Luca Neri gli effetti del familismo esplicito sull’occupazione femminile non sono affatto scontati. Ad esempio aumentando i trasferimenti alle famiglie potremmo ottenere un forte effetto di disincentivazione delle donne alla partecipazione al mercato del lavoro. Le donne con contratti scarsamente protetti, o con salari bassi, sarebbero ancora più incentivate ad abbandonare il lavoro per occuparsi dei propri anziani tenendo per sé i trasferimenti pubblici. Anche in questo caso, a mio avviso, la soluzione migliore sarebbe quella di un sistema pubblico di servizi. Tuttavia è assolutamente legittima anche la posizione di chi preferisce lasciare libere le famiglie di decidere se prendersi cura direttamente dei propri cari, ricevendo aiuti dallo stato, piuttosto che demandarne la cura ad altri. Di nuovo una soluzione intermedia potrebbe essere quella di chiedere che, come avviene ad esempio in Francia, vi sia un controllo formale da parte delle istituzioni pubbliche sul come vengono spesi i soldi dei trasferimenti. Quanto meno, in questo modo, i servizi dovrebbero essere acquistati sul mercato regolare e si eviterebbe l’ipocrisia di incentivare da un lato l’occupazione irregolare di migliaia di badanti e, dall’altro, di fare la faccia cattiva contro l’immigrazione irregolare. 

E CHI PAGA?

In realtà credo che tutti, persino i nostri parlamentari, sarebbero d’accordo sull’aumentare i servizi e gli aiuti per le famiglie che si occupano dei propri anziani. Ma il punto è: dove prendere i soldi per finanziare tale sistema? La maggioranza dei paesi dell’Europa continentale ha messo in campo, negli anni Novanta, schemi di tipo assicurativo. Seguire questa strada, però, ha alcune possibili conseguenze negative, mi preme sottolinearne due: (i) aumenterebbe il costo del lavoro, con possibili ripercussioni sui livelli occupazionali nei settori esposti alla concorrenza internazionale; (ii) il sistema di welfare Italiano, già fortemente sbilanciato a favore della generazione attualmente anziana o  in procinto di pensione, diventerebbe ancor più generoso verso questa coorte di età a spese delle generazioni più giovani.
Il “nodo” del finanziamento, quindi, sembrerebbe essere il primo da sciogliere. Non esiste una soluzione facile o univocamente migliore, tuttavia non fare nulla è probabilmente la peggiore delle soluzioni.

ITALIA 2020: LA RICETTA DEL GOVERNO È IL FAMILISMO

Il modello che il governo propone per l’Italia del prossimo futuro è ancora quello di una famiglia in cui la generazione dei nonni aiuta ad accudire i nipoti, per permettere ai neogenitori di rimanere sul mercato del lavoro. In cambio, figlie e nuore si prenderanno cura degli anziani quando diventeranno non autosufficienti. Per le famiglie si prevedono dunque obblighi formali di assistenza, senza però dare loro un adeguato sostegno economico e di servizi. E quindi senza raggiungere l’obiettivo primario: accrescere la partecipazione delle donne nel mercato del lavoro.

PERCHE’ LA SANATORIA HA FATTO FLOP *

Le domande di regolarizzazione di colf e assistenti familiari sono state nettamente inferiori al previsto. Motivo essenziale dell’insuccesso il fatto che i benefici siano quasi esclusivamente a favore dei lavoratori e i costi prevalentemente a carico delle famiglie. Serve invece un piano di interventi strutturali per la non autosufficienza. Che preveda il potenziamento dei servizi domiciliari pubblici, ripensi l’indennità di accompagnamento e vari un progetto di coordinamento degli iter formativi promossi da singole regioni.

UN’ECONOMISTA RIGOROSA E CORAGGIOSA

Etta Chiuri è mancata ieri. Aveva appena compiuto quarant’anni. Era un’eccellente economista interessata all’analisi rigorosa dei complicati problemi economici del nostro paese. I suoi interessi di ricerca avevano solide radici nella teoria economica, e riguardavano temi di grande interesse sociale, come le imperfezioni dei mercati finanziari, i flussi migratori, gli aspetti economici dell’immigrazione clandestina, l’economia della famiglia e le scelte dei figli adulti.
Etta si laurea all’Università di Bari, prosegue poi gli studi in Inghilterra e consegue il Ph.D presso l’Università di York con una tesi molto ambiziosa sui modelli collettivi di scelte della famiglia, e poi un dottorato presso la Bocconi sulla relazione tra offerta di lavoro e disponibilità di servizi familiari. Da subito decide di lavorare in Italia, dove i legami familiari, di affetti e di ricerca sono molto forti. Inizia con passione molti progetti, collabora fin dall’inizio alle attività del CSEF di Salerno, di cui è stata una delle prime Research Fellows, contribuisce alla fondazione del Centro CHILD di Torino. Nel 1999 ritorna all’Università di Bari, dove percorre tutta la carriera accademica e con entusiasmo si dedica in modo serissimo alla didattica e al lavoro di costruzione del dipartimento.
Ma la sua passione per la ricerca è drammaticamente interrotta dalla malattia. Etta reagisce con grande coraggio, rigore e fiducia. Dopo lunghe cure si riprende e la malattia sembra completamente debellata. Ricomincia anche a lavorare con energia, a scrivere e presentare i suoi lavori in conferenze importanti. Collabora ad un progetto internazionale sull’economia della famiglia che coinvolge le maggiori università europee. Trascorre un periodo di studio presso la New York University. Nel 2007 vince il concorso da ordinario presso l’Università di Bari e subito dopo il premio Aldi Hagenaars Memorial Award attribuito dal Luxembourg Income Study al miglior LIS Working Paper scritto da un’economista con meno di quarant’anni  (“Do the elderly reduce housing equity? An international comparison”).
Cresce il suo impegno nell’ambito delle politiche del lavoro e dell’immigrazione, è consulente del Ministero, collabora intensamente con i siti de lavoce.info, neodemos, nelmerito. Scrive anche un libro di grande interesse e originalità “L’esercito degli invisibili” con dati tratti da una delle prime indagini sul campo sull’immigrazione clandestina (con N. Coniglio e G. Ferri). Qualche mese dopo è Visiting Fellow presso il Collegio Carlo Alberto di Torino ma non riesce a completare il periodo di ricerca. La malattia è ritornata. Etta ricomincia a lottare, non prende neanche un mese di congedo dall’università, continua a insegnare e fare ricerca, e a curarsi, ma il coraggio non basta.
Oltre che un’economista eccellente, Etta era una persona meravigliosa e dolcissima da cui è straziante separarsi.

LA RISPOSTA AI COMMENTI

Grazie per gli interessanti commenti. Rispondo brevemente.

Alcuni lettori argomentano che il problema dell’alcol per i giovani è reale, non fittizio. Sono ben disposto ad accettare questo fatto. Mi sono limitato a osservare che la comune interpretazione della statistica citata dalla Moratti sembrava implausibile, e forse infatti lo era. Se al sindaco sembrava necessario citare una statistica, ne avrei preferito una più documentabile. Ha ragione il lettore che osserva che la relazione da me citata conteneva alcune statistiche a supporto della tesi che i giovani bevono in maniera diversa, e maggiore, che in passato. Però essa contiene anche altre statistiche di tendenza opposta. Per esempio, una delle tabelle in quella relazione dice che solo l’un per cento della fascia di età 11-15 anni beve fuori pasto.
Alcuni lettori sottolineano che sotto i vent’anni l’alcol procura danni cerebrali. Avevo sentito anch’io simili affermazioni, che per quel che ne so sono attendibili. Mi piacerebbe sapere quanto alcol ci vuole per produrre un danno quantificabile e significativo. In assenza di indicazioni precise, sono contento di avere passato una gioventù astemia! Poi, ho proseguito per eccesso di cautela.
Molti lettori sottolineano il ruolo che i genitori dovrebbero svolgere nell’educazione (in senso lato) dei figli, e che forse non svolgono più. Mi trovo d’accordo, e rispettosamente aggiungo il mio brontolio a quelli di centinaia di generazioni passate.O tempora, o mores!
Un lettore suggerisce di obbligare i proprietari dei locali a indennizzare i residenti del vicinato. Idea lodevole in teoria, ma poco pratica; sia per la difficoltà di stabilire un insieme di parti interessate, sia per la difficoltà di stabilire un indennizzo equo. Chi fosse esperto di Law and Economics riconoscerà nella proposta del lettore un sapore di Coase Theorem.

Grazie ancora per i commenti.

LA SOLITUDINE DELLE FAMIGLIE ITALIANE*

I dati confermano che nel nostro paese il peso dell’assistenza alla popolazione che invecchia ricade quasi del tutto sulla famiglia. O meglio, sulle donne e in particolare sulle figlie adulte. Che sempre più ricorrono ai servizi delle immigrate. Ora le nuove norme sull’immigrazione sono un’ulteriore conferma che lo Stato italiano è poco attento ai veri problemi delle famiglie. Non solo le abbandona sostanzialmente a se stesse Ma rende anche più difficile e complicato il ricorso alle risposte che, con difficoltà, tentano di darsi da sole. Per esempio, tramite le cosiddette “badanti”.

UN ANNO DI GOVERNO: POLITICHE PER LE FAMIGLIE

I PROVVEDIMENTI

Gli interventi a sostegno delle famiglie adottati nell’ultimo anno sono stati di carattere principalmente monetario, attraverso le leggi n. 133/08 e n. 2/09.
Il Bonus famiglia, di 200-1.000 euro per famiglia, è destinato a lavoratori dipendenti e pensionati che hanno un reddito compreso fra 15mila e 22mila.
I destinatari sono famiglie che possiedono esclusivamente redditi da lavoro dipendente e da pensione. Si tratta di uno strumento una tantum che include gli stranieri residenti, ma sembra escludere i single che non sono titolari di reddito da pensione. Gli importi del bonus variano fra le diverse tipologie familiari in modo coerente con la linea di povertà ufficiale per il 2007.
La Social card ha invece erogazione mensile, non una tantum. L’importo è circa tre volte il “bonus incapienti”’ del passato governo: circa un euro e 33 centesimi al giorno contro i circa 42 centesimi. I destinatari sono famiglie povere che hanno almeno un bambino con meno di tre anni, e in alcuni casi particolari anche individui poveri con almeno 65 anni. Ne sono esclusi gli stranieri anche se regolarmente iscritti all’anagrafe. Anche se gli importi sono modesti, non è chiara la discriminazione sull’età dei bambini. La soglia di reddito tiene correttamente conto della composizione del nucleo familiare, poiché è misurata in base al reddito equivalente Isee.
Il Fondo di credito per i nuovi nati ha l’obiettivo di concedere alle famiglie che abbiano un figlio (nato o adottato) nel 2009, 2010, 2011 un prestito di 5mila euro per far fronte alle spese per le “più tipiche esigenze del bambino nei suoi primi anni di vita”. Il debito potrà essere assolto a un tasso d’interesse di 4 per cento in cinque anni (articolo 4 del decreto legge n. 185 del 29/11/2008 e legge di conversione n.2 del 28/01/2009). Tuttavia, il Fondo manca ancora di decreto attuativo.

GLI EFFETTI

Per quanto riguarda il Bonus famiglia e Social card, il carattere una tantum del primo e l’esiguità degli importi (totali e per le singole famiglie destinatarie) della seconda fanno presupporre che gli effetti saranno modesti. Ma resta comunque necessario un attento monitoraggio delle due misure. Per quanto riguarda la Social card, poi, la sua efficacia andrà valutata anche in relazione ai possibili rapporti di integrazione o sostituzione con la carità privata, che rischia di contrarsi durante i periodi di recessione.
Nelle intenzioni del governo, i Fondi per i nuovi nati dovrebbero avere effetti sui livelli di fertilità. Tuttavia, la bassa fecondità in Italia è dovuta soprattutto al posticipo del primo figlio e alla riduzione dei figli di ordine successivo. Da numerosi studi di demografi ed economisti, emerge che i trasferimenti monetari dallo Stato non influenzano in modo sensibile le scelte relative alla fertilità: avere più soldi non spinge necessariamente le coppie a fare più figli, mentre può avere qualche effetto positivo disporre di un sistema di servizi migliore. (1)
Una di queste è la recente riforma della scuola con i tagli all’organico del corpo docente della scuola secondaria, prevalentemente femminile, e l’introduzione del maestro prevalente, che renderà difficile il mantenimento dell’orario a tempo pieno. Se il primo intervento riduce direttamente i livelli occupazionali femminili, il secondo può rappresentare un ostacolo all’occupazione delle mamme. Se consideriamo che molte donne in Italia lasciano il lavoro in seguito alla nascita dei figli, e se aggiungiamo che i servizi alla prima infanzia sono particolarmente carenti nel nostro paese, il tempo pieno nella scuola materna e primaria è uno dei pochi istituti a favore della conciliazione tra cura dei figli e lavoro. La divisione paritaria del lavoro familiare è inoltre più compatibile con un modello scolastico che vede i bambini impegnati a scuola a tempo pieno. Se questo tipo di orario scolastico si riduce, c’è bisogno di una persona che si occupi dei bambini e questo implica un ritorno al passato che non incentiva il trend attuale, seppur debole, verso una divisione dei ruoli più simmetrica.
Un altro intervento che ha influenze sul benessere della famiglia è la detassazione degli straordinari. Si tratta di una misura a favore dei lavoratori che fanno (e possono fare) gli straordinari. Avvantaggia quindi soprattutto gli uomini, mentre non favorisce donne con figli piccoli, giovani e anziani, proprio quando il grosso problema del mercato del lavoro italiano continua a essere costituito dai bassi tassi di occupazione. Anche questo intervento va nella direzione opposta a una riduzione delle disuguaglianza di genere nel mercato del lavoro.

OCCASIONI MANCATE

Il 2010 è alle porte e nonostante le innumerevoli pagine scritte, i libri bianchi, i convegni e le dichiarazioni d’impegno nulla è stato fatto per favorire una maggiore conciliazione tra lavoro e famiglia. Addirittura sono state varate politiche, poi in parte rientrate, che hanno reso più difficile la partecipazione del mercato del lavoro alle donne. Ci riferiamo ai tagli all’organico del corpo docente e anche alla detassazione degli straordinari. Tanto che il tasso di partecipazione femminile non è aumentato neanche di un punto percentuale, lasciando l’Italia in fondo alle classifiche rispetto al resto dei paesi europei. La maggior parte dei paesi vicini all’Italia, incluse Germania e Spagna, hanno attuato interessanti politiche della famiglia. Non averlo fatto anche nel nostro paese, mantenendo bassa la partecipazione delle donne al mercato del lavoro, comporta maggiori rischi occupazionali e di povertà per le famiglie, specie in una situazione di crisi come quella attuale.

(1) Vedi Del Boca D. e Rosina A. Famiglie sole Il Mulino 2009.

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