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Categoria: Famiglia Pagina 20 di 30

RISPOSTA AD ANDREA ICHINO: UN’ITALIA PIÙ POVERA SENZA ASILI NIDO

Nel suo intervento Andrea Ichino, in commento ad un nostro recente articolo, mette in dubbio l’utilità degli asili nido. Cogliamo l’occasione per chiarire meglio la nostra posizione a favore dei servizi per l’infanzia come importante strumento di conciliazione nella fase delicata in cui è più difficile lavorare e occuparsi dei piccoli (secondo i dati Istat, oltre una donna occupata su cinque lascia il lavoro dopo la nascita di un figlio (1)).

AI:“Le donne bolognesi in età lavorativa guadagnano dal 25 al 76 per cento in meno dei loro concittadini maschi (…). Questo risultato dovrebbe far riflettere chi ritiene che la fornitura pubblica di servizi sociali alle famiglie, in particolare di asili nido, sia la panacea che può consentire alle donne di avere le stesse opportunità lavorative degli uomini, soprattutto le stesse retribuzioni e le stesse possibilità di carriera”.

DB e AR: Concordiamo. Non abbiamo certo scritto che, di per sé, l’offerta di nidi sia in grado di realizzare l’uguaglianza delle opportunità di lavoro e di salario tra uomini e donne.  Nessuno, a quanto ci risulta, ha mai azzardato un’ipotesi di questo tipo. Abbiamo semplicemente sottolineato come gli asili nido possano spesso rivelarsi un concreto aiuto per le donne con figli piccoli che desiderano continuare a lavorare. Molte famiglie non hanno nonni e altri parenti vicini e non hanno un reddito sufficiente per il ricorso sistematico ad una baby sitter.

AI:“È possibile che asili e servizi alle famiglie siano un fattore importante per facilitare una maggiore partecipazione delle donne al lavoro e una maggiore fecondità, anche se chi sostiene questa idea dovrebbe spiegare come mai la fecondità e l’offerta femminile di lavoro siano più alte in paesi dove questi servizi sono praticamente assenti”.

DB e AR: Se il riferimento è al caso particolare degli Stati Uniti, va precisato che in tale contesto il mercato del lavoro è meno discriminatorio verso le donne, offre più opportunità occupazionali in genere e più part-time, ma ci sono poi anche servizi per l’infanzia non pubblici di vario costo e tipo (nidi familiari, nidi sul posto di lavoro, ecc.). Se però guardiamo ai casi a noi più vicini (quelli europei) si nota come i paesi con più alta fecondità (Francia e i paesi scandinavi) siano anche quelli dove rilevante è l’investimento in strumenti di supporto pubblico (non solo privato) alle famiglie con figli.
Ma al di là di casi specifici, quello che in generale si è osserva è che i paesi che più e meglio hanno investito in misure di conciliazione presentano, tendenzialmente, anche più elevati livelli sia di fecondità che di partecipazione femminile al mercato del lavoro (ci sono molte analisi in proposito, si veda per una rassegna il rapporto Ocse di D’Addio  e Mira d’Ercole (2). Ma questo risulta sempre più vero anche all’interno del territorio italiano, tanto che la fecondità è aumentata di più, anche la netto dell’immigrazione, dove maggiori sono sia l’occupazione femminile che le varie possibilità di conciliazione.
Tra gli strumenti di conciliazione particolare importanza hanno i servizi di cura per l’infanzia, tanto che nella Strategia di Lisbona dell’Unione Europea non viene fissato solo il livello di occupazione femminile da raggiungere (60%), ma anche quello di un’adeguata copertura di asili nido (33% su bambini in età 0-3). Lo stesso governatore di Bankitalia ha affermato che “le stime disponibili mostrano come l’incremento della disponibilità di posti negli asili nido avrebbe un effetto positivo sia sulla decisione delle donne di lavorare, sia sulla loro scelta di avere figli”. Sull’importanza di un ruolo del pubblico e sulle carenze italiane segnaliamo, inoltre, un recente contributo di Chiara Saraceno.

AI: “la vera origine del problema sta nel modo in cui i compiti familiari sono allocati tra donne e uomini all’interno delle famiglie”.

DB e AR: E’ vero che la scelta di un figlio produce conseguenze che ricadono soprattutto sulla madre. Come abbiamo scritto nel nostro libro, è importante invece che lo stato (con offerta di strumenti di cura), le aziende (con possibilità di ricorrere a part-time e consentendo orari più flessibili), i padri (contribuendo di più ai compiti familiari e di cura) facciano ciascuno la loro parte.

AI: “Per quale motivo, infatti, chi non ha figli dovrebbe finanziare chi ha liberamente scelto di averne?”

DB e AR: Curiosa questa obiezione, visto che l’Italia è attualmente uno dei paesi che penalizzano di più chi ha scelto di avere figli. Questo vale sia sul piano fiscale che su quello dei servizi. In particolare, la quota di spesa sociale che va per la voce “famiglia” è, come ben noto, una delle più basse (spendiamo meno della metà rispetto alla media europea).
Ma forse spendiamo anche troppo per chi, come Ichino, pensa che il figlio sia un bene privato e che i costi debbano ricadere su chi ha fatto tale scelta. Si potrebbe obiettare in vari modi (il discorso ha inoltre valenza più generale visto che investe tutto il ruolo pubblico e il preteso diritto di ciascuno di scegliere cosa contribuire a finanziare e cosa no). Ci limitiamo ad osservare che questa argomentazione non tiene conto del fatto che le misure di conciliazione consentono alle donne con figli di poter partecipare in modo più continuativo al mercato del lavoro e quindi ad avere non solo maggior benessere familiare ma anche  contribuire alla crescita economica del paese e alla sostenibilità del sistema di welfare. Penalizzare chi desidera avere figli non aiutandolo con strumenti adeguati a partecipare al mercato del lavoro ci sembra non solo iniquo ma anche socialmente controproducente. Rischia inoltre di aumentare la povertà delle coppie con figli che rimarrebbero monoreddito. Perché dovremmo assisterle con un voucher quando potrebbero difendersi dalla povertà con un proprio lavoro? Meglio incentivare comportamenti responsabili che l’assistenzialismo.

AI: “Ammesso e non concesso che gli asili nido pubblici favoriscano la fecondità (che come detto sopra è maggiore della nostra anche in paesi in cui lo stato non offre questi servizi), siamo proprio sicuri che in Italia sia una buona idea incrementare la popolazione, già crescente per via dell’immigrazione?”

DB e AR: Sul fatto che gli asili nido possano favorire la fecondità abbiamo già detto. Aggiungiamo a tal proposito anche evidenze empiriche che provengono da un’analisi recente sul caso spagnolo (molto più simile all’Italia rispetto agli Stati Uniti): dove si ottiene “a significant and positive effect of regional day care availability on both first and higher order births” (3).
Gli asili nido sono uno strumento utile per le donne che lavorano a non rinunciare ad avere un figlio se lo desiderano in assenza di nonni a disposizione per poter accudire i bambini quando sono al lavoro. Meno strumenti di conciliazione le coppie hanno a disposizione, più facilmente si fermeranno al figlio unico se non vogliono rinunciare al lavoro. Oppure possono essere incentivate a rinunciare ad opportunità di carriera per rimanere a vivere vicino ai nonni e non perdere il loro aiuto.
Ma c’è di più. Secondo Andrea Ichino non pare importante ciò che a noi sembra cruciale cioè mettere tutti nelle condizioni di scelta di avere figli (anche a chi non ha redditi elevati e chi non ha nonni vicini), visto che la popolazione cresce già abbastanza con il contributo degli immigrati.
Questa argomentazione ignora che la conseguenza maggiore della persistente denatalità italiana non è tanto il declino o meno della popolazione quanto gli squilibri che si creano nella sua struttura.
L’accentuato invecchiamento della popolazione italiana richiederebbe un riequilibrio attraverso una minore denatalità e una maggiore occupazione femminile. L’intenso invecchiamento della popolazione è proprio uno dei fenomeni che gli altri paesi meno ci invidiano. Anzi, sono particolarmente interessati a vedere come ce la caveremo nei prossimi decenni per capire quali errori evitare.
Come anche le ultime previsioni Istat confermano, l’apporto dell’immigrazione su questo aspetto è rilevante ma limitato. Sulla nota informativa di presentazione, si legge: “L’aspetto in assoluto più certo di tutte le previsioni è il progressivo e inarrestabile incremento della popolazione anziana (…), tanto in termini assoluti quanto relativi” (4).

AI:“Numerosi studi recenti, tra cui quelli del premio Nobel Jim Heckman mostrano l’enorme importanza dei primi anni di vita del bambino per la sua performance futura, ma siamo ancora ben lontani dal poter affermare con cognizione di causa se sia meglio la famiglia o il nido per un neonato”

DB e AR: Questo è un tema che consideriamo molto importante e su cui stiamo lavorando. Soprattutto in un paese di figli unici e di genitori iperprotettivi, l’asilo con opportuni standard di qualità, può essere un utile strumento per una socializzazione più equilibrata dei figli. Un asilo inteso solo come parcheggio per il figlio è deleterio. Il bene del bambino lo si ottiene non solo se tale strumento aiuta la famiglia a proteggere il proprio benessere grazie alla possibilità della madre di non rinunciare al lavoro, ma anche, soprattutto, se fornisce benefici in termini di formazione e crescita. Per questo, come spesso sottolineiamo, è cruciale investire nella qualità dell’offerta, non solo sulla copertura.
Un’ultima precisazione. L’offerta di servizi per l’infanzia e’ strumento per ampliare le scelte delle famiglie, uno strumento disponibile assieme ad altri, che la coppia decide o meno di scegliere. Il problema è che attualmente in Italia, più di altri paesi, tale scelta è spesso negata per la carenza di un’offerta adeguata.
Come mostrano, poi, alcuni studi della Banca d’Italia, nelle regioni dove più ci sono asili nido più lunga è anche la lista di attesa, il che suggerisce che l’offerta di nidi di adeguata qualità può contribuire ad attenuare alcune resistenze culturali verso la delega della cura dei figli piccoli

(1) Linda Laura Sabbadini (2004, a cura di), Come cambia la vita delle donne, Demetra, Atti e interventi n. 6, Roma.
(2) Anna Cristina DÂ’Addio e Marco Mira dÂ’Ercole (2005), "Trends and Determinants of Fertility Rates in Oecd Countries: The Role of Policies", Oecd Social, Employment and Migration Working Papers.
(3) Pau Baizan (2009),  “Regional child care availability and fertility decisions in Spain”, Demographic Research, 21(27).
(4) Istat,Previsioni demografiche. 1° gennaio 2007-1° gennaio 2051. Nota informativa (19 giugno 2008).

LA RISPOSTA AI COMMENTI

Ringraziamo tutti i lettori per i commenti. Dimostrano che le imposte sulle successioni sono un tema caldo e che suscita opinioni fortemente contrastanti.
Un primo gruppo di commenti comprende quelli che hanno osservato che l’effetto trovato potrebbe essere dovuto ad un effetto di ricomposizione della ricchezza (gli individui potrebbero aver riallocato la ricchezza verso beni immobili in risposta alla riforma) o all’emersione del sommerso. Entrambi i commenti sono corretti. Con i dati a disposizione non possiamo distinguere tra queste ipotesi, come sottolineato nella versione completa dell’articolo al quale rimandiamo. Tuttavia, il fatto che quasi il 90 percento della ricchezza complessiva degli anziani sia detenuta sotto forma di immobili induce a pensare che è improbabile che l’effetto riallocazione spieghi tutta l’evidenza. Per quanto riguarda invece l’emersione del sommerso può essere utile sottolineare che l’analisi non si basa su dati di origine fiscale ma su un’indagine (l’Indagine sui Bilanci delle Famiglie della Banca d’Italia) nella quale gli individui hanno garanzia di anonimato e non hanno motivo di mentire. Ciò dovrebbe far sì che gli individui non abbiano una maggiore propensione a dichiarare di aver ricevuto un immobile in eredità dopo la riforma o, quanto meno, che eventuali differenze siano simili tra famiglie ricche e povere.
Un secondo gruppo di commenti include detrattori (l’imposta è ingiusta e in ogni caso ha un ruolo marginale a causa del basso gettito) e fautori dell’imposta (si tratta di un’imposta progressiva che riduce la diseguaglianza e promuove la mobilità). Su questo non intendiamo entrare nel merito. Ci limitiamo ad osservare che i trasferimenti intergenerazionali sono soggetti a tassazione nella gran parte delle economie sviluppate, e particolarmente negli Stati Uniti d’America e che, nonostante producano un gettito che raramente supera l’1 percento delle entrate fiscali complessive, sono spesso al centro del dibattito pubblico. Per i favorevoli esse aumentano la mobilità intergenerazionale, per i contrari riducono l’accumulazione di capitale.Il punto che ci interessa sollevare è che il dibattito avviene in assenza di riferimenti fondamentali: stime attendibili dell’effetto delle imposte di successione sui trasferimenti intergenerazionali, e quindi sulle entrate fiscali, sull’accumulazione di capitale, sulla trasmissione della ricchezza e sulla mobilità intergenerazionale. Crediamo che disporre di una misura dell’effetto delle imposte di successione sulla propensione a trasferire ricchezza ai propri eredi possa aiutare a rendere il dibattito più trasparente.
Infine al commento del lettore Vittorio Serito rispondiamo che in effetti, come precisato nellÂ’articolo, le imposte di successione sono state reintrodotte per i grandissimi patrimoni alla fine del 2006 (legge 296/2006) e che i fattori da lui menzionati (l’evoluzione del mercato immobiliare e l’evoluzione dei valori catastali) sono senzÂ’altro importanti. NellÂ’analisi condotta nella versione completa dellÂ’articolo se ne tiene adeguatamente conto.

UNA TASSA CONTRO LA SOCIETÀ INGESSATA

Una delle poche riforme fiscali varate in Italia nell’ultimo decennio ha riguardato le imposte sulle successioni che sono state, in maniera bipartisan, sono state prima diminuite nel 1999-2000 e successivamente abolite nel 2001 dal governo Berlusconi. I dati della Banca d’Italia consentono di valutare l’impatto della riforma sulla propensione a lasciare immobili in eredità. La nuova norma ha aumentato significativamente i trasferimenti intergenerazionali consegnando un paese ancora più immobile e diseguale. Certamente non una buona notizia.

FIGLI E LAVORO: DUE REGIONI, DUE STORIE DIVERSE

La natalità in Italia continua a essere bassa. Ma anche in un anno così generalmente depresso come il 2009, c’è chi ha resistito meglio e chi ha ceduto di più. La fecondità cresce in Emilia Romagna e scende ancora in Campania. Ovvero cala nella regione nella quale l’occupazione femminile è più bassa e sale nell’unica regione italiana che in proposito ha già superato gli obiettivi di Lisbona. Un risultato paradossale a prima vista, che si spiega con la ben diversa quantità e qualità dei servizi di conciliazione tra lavoro e famiglia.

GLI ECONOMISTI E LA PREVISIONE DELLE CRISI. DI FAMIGLIA

NellÂ’estate del 2007, ad un convegno in Svizzera, presentavamo per la prima volta il nostro lavoro Inheritance Law and Investment in Family Firms, scritto insieme a Andrew Ellul e di prossima pubblicazione sullÂ’American Economic Review. Il lavoro mostra come leggi restrittive sullÂ’eredità, che obbligano il testatore a lasciare una elevata frazione dei suoi beni a ciascuno dei suoi eredi legittimi, abbiano in genere effetti negativi sullÂ’investimento delle imprese familiari intorno al momento della successione. La conclusione principale del nostro lavoro è che ridurre la quota di legittima ha effetti benefici sullÂ’investimento delle imprese familiari (ne avevamo parlato anche su lavoce). Il problema è molto rilevante in Italia dove la quota di legittima è molto elevata. E proprio per motivare la rilevanza del nostro lavoro, avevamo messo nella presentazione del lavoro un lucido che illustrava la complicata situazione della divisione patrimoniale della famiglia Berlusconi, in cui 5 figli nati da due diversi matrimoni si contendevano i beni del premier. Leggiamo su Repubblica dellÂ’11 febbraio che il governo Berlusconi sta studiando una proposta per ridurre la quota di legittima per attenuare i problemi legati alla sua successione. Dopo le norme ad personam, adesso quelle ad familiam. Come cittadini siamo un po’ perplessi dal vedere che il Parlamento vagli quasi esclusivamente norme legate ai problemi del premier. Come economisti, siamo molto soddisfatti. A chi dice che gli economisti non sanno prevedere le crisi e dare consigli utili per affrontarle sappiamo ora come rispondere. Quelle globali forse no, ma quelle familiari alla grande.

ANCORA RITARDI PER IL SOSTEGNO ALLE FAMIGLIE

Tra i pochi interventi varati negli ultimi anni a sostegno delle famiglie che lavorano e hanno figli piccoli, figura la legge 53/2000. Prevede contributi a fondo perduto alle imprese che presentano progetti per facilitare la conciliazione lavoro-famiglia dei dipendenti. A pochi anni dalla sua entrata in vigore però si è già arenata tra ritardi e sospensioni. Si preclude così l’opportunità di costruire una convergenza di interessi tra le aziende e i lavoratori, tra interessi sociali ed economici. Adattare la misura alle piccole e medie imprese.

LA RISPOSTA AI COMMENTI

Innanzitutto grazie a tutti per i commenti e le osservazioni inviate. Vorrei cercare di riprendere brevemente alcune delle questioni sollevate.

 E CHI LA FAMIGLIA NON LA HA?

Giustamente molti hanno sottolineato uno dei maggiori limiti dell’approccio familistico: il modello non è adeguato a proteggere chi non ha una famiglia (intesa qui come unità composta da più generazioni), o chi vive lontano dalla propria famiglia. È fuori di dubbio che, nel medio-lungo termine, processi quali l’aumento della mobilità geografica delle famiglie, la crescita del numero di separazioni e divorzi (con il relativo indebolimento delle solidarietà intergenerazionali), o l’aumento della quota di coppie senza figli, rendono di difficile attuazione un modello di solidarietà quale quello ipotizzato nel documento “Italia 2020”. Di fronte a questo sarebbe preferibile sviluppare un modello che non parta dall’assunto che tutte le persone anziane avranno una famiglia vicina e disponibile a prendersi cura di loro. Personalmente mi ritrovo con chi dice di avere una preferenza per modelli di tipo scandinavo: fortemente centrati sull’offerta pubblica (non privata) di servizi (non trasferimenti). Ma credo che occorra anche essere realisti e democratici: al momento una tale soluzione sembra non godere dell’appoggio della maggioranza dei cittadini italiani, né dell’appoggio di alcun schieramento politico. Preso atto di questo, una soluzione intermedia potrebbe essere quella offerta dal modello tedesco dove gli utenti possono liberamente optare per i trasferimenti (poi gestiti dalla famiglia per acquistare cure sul mercato) o per i servizi offerti da enti pubblici o in convenzione.

FAMILISMO ESPLICITO E PARTECIPAZIONE DELLE DONNE AL MERCATO DEL LAVORO

Come fa notare il lettore Luca Neri gli effetti del familismo esplicito sull’occupazione femminile non sono affatto scontati. Ad esempio aumentando i trasferimenti alle famiglie potremmo ottenere un forte effetto di disincentivazione delle donne alla partecipazione al mercato del lavoro. Le donne con contratti scarsamente protetti, o con salari bassi, sarebbero ancora più incentivate ad abbandonare il lavoro per occuparsi dei propri anziani tenendo per sé i trasferimenti pubblici. Anche in questo caso, a mio avviso, la soluzione migliore sarebbe quella di un sistema pubblico di servizi. Tuttavia è assolutamente legittima anche la posizione di chi preferisce lasciare libere le famiglie di decidere se prendersi cura direttamente dei propri cari, ricevendo aiuti dallo stato, piuttosto che demandarne la cura ad altri. Di nuovo una soluzione intermedia potrebbe essere quella di chiedere che, come avviene ad esempio in Francia, vi sia un controllo formale da parte delle istituzioni pubbliche sul come vengono spesi i soldi dei trasferimenti. Quanto meno, in questo modo, i servizi dovrebbero essere acquistati sul mercato regolare e si eviterebbe l’ipocrisia di incentivare da un lato l’occupazione irregolare di migliaia di badanti e, dall’altro, di fare la faccia cattiva contro l’immigrazione irregolare. 

E CHI PAGA?

In realtà credo che tutti, persino i nostri parlamentari, sarebbero d’accordo sull’aumentare i servizi e gli aiuti per le famiglie che si occupano dei propri anziani. Ma il punto è: dove prendere i soldi per finanziare tale sistema? La maggioranza dei paesi dell’Europa continentale ha messo in campo, negli anni Novanta, schemi di tipo assicurativo. Seguire questa strada, però, ha alcune possibili conseguenze negative, mi preme sottolinearne due: (i) aumenterebbe il costo del lavoro, con possibili ripercussioni sui livelli occupazionali nei settori esposti alla concorrenza internazionale; (ii) il sistema di welfare Italiano, già fortemente sbilanciato a favore della generazione attualmente anziana o  in procinto di pensione, diventerebbe ancor più generoso verso questa coorte di età a spese delle generazioni più giovani.
Il “nodo” del finanziamento, quindi, sembrerebbe essere il primo da sciogliere. Non esiste una soluzione facile o univocamente migliore, tuttavia non fare nulla è probabilmente la peggiore delle soluzioni.

ITALIA 2020: LA RICETTA DEL GOVERNO È IL FAMILISMO

Il modello che il governo propone per l’Italia del prossimo futuro è ancora quello di una famiglia in cui la generazione dei nonni aiuta ad accudire i nipoti, per permettere ai neogenitori di rimanere sul mercato del lavoro. In cambio, figlie e nuore si prenderanno cura degli anziani quando diventeranno non autosufficienti. Per le famiglie si prevedono dunque obblighi formali di assistenza, senza però dare loro un adeguato sostegno economico e di servizi. E quindi senza raggiungere l’obiettivo primario: accrescere la partecipazione delle donne nel mercato del lavoro.

PERCHE’ LA SANATORIA HA FATTO FLOP *

Le domande di regolarizzazione di colf e assistenti familiari sono state nettamente inferiori al previsto. Motivo essenziale dell’insuccesso il fatto che i benefici siano quasi esclusivamente a favore dei lavoratori e i costi prevalentemente a carico delle famiglie. Serve invece un piano di interventi strutturali per la non autosufficienza. Che preveda il potenziamento dei servizi domiciliari pubblici, ripensi l’indennità di accompagnamento e vari un progetto di coordinamento degli iter formativi promossi da singole regioni.

UN’ECONOMISTA RIGOROSA E CORAGGIOSA

Etta Chiuri è mancata ieri. Aveva appena compiuto quarant’anni. Era un’eccellente economista interessata all’analisi rigorosa dei complicati problemi economici del nostro paese. I suoi interessi di ricerca avevano solide radici nella teoria economica, e riguardavano temi di grande interesse sociale, come le imperfezioni dei mercati finanziari, i flussi migratori, gli aspetti economici dell’immigrazione clandestina, l’economia della famiglia e le scelte dei figli adulti.
Etta si laurea all’Università di Bari, prosegue poi gli studi in Inghilterra e consegue il Ph.D presso l’Università di York con una tesi molto ambiziosa sui modelli collettivi di scelte della famiglia, e poi un dottorato presso la Bocconi sulla relazione tra offerta di lavoro e disponibilità di servizi familiari. Da subito decide di lavorare in Italia, dove i legami familiari, di affetti e di ricerca sono molto forti. Inizia con passione molti progetti, collabora fin dall’inizio alle attività del CSEF di Salerno, di cui è stata una delle prime Research Fellows, contribuisce alla fondazione del Centro CHILD di Torino. Nel 1999 ritorna all’Università di Bari, dove percorre tutta la carriera accademica e con entusiasmo si dedica in modo serissimo alla didattica e al lavoro di costruzione del dipartimento.
Ma la sua passione per la ricerca è drammaticamente interrotta dalla malattia. Etta reagisce con grande coraggio, rigore e fiducia. Dopo lunghe cure si riprende e la malattia sembra completamente debellata. Ricomincia anche a lavorare con energia, a scrivere e presentare i suoi lavori in conferenze importanti. Collabora ad un progetto internazionale sull’economia della famiglia che coinvolge le maggiori università europee. Trascorre un periodo di studio presso la New York University. Nel 2007 vince il concorso da ordinario presso l’Università di Bari e subito dopo il premio Aldi Hagenaars Memorial Award attribuito dal Luxembourg Income Study al miglior LIS Working Paper scritto da un’economista con meno di quarant’anni  (“Do the elderly reduce housing equity? An international comparison”).
Cresce il suo impegno nell’ambito delle politiche del lavoro e dell’immigrazione, è consulente del Ministero, collabora intensamente con i siti de lavoce.info, neodemos, nelmerito. Scrive anche un libro di grande interesse e originalità “L’esercito degli invisibili” con dati tratti da una delle prime indagini sul campo sull’immigrazione clandestina (con N. Coniglio e G. Ferri). Qualche mese dopo è Visiting Fellow presso il Collegio Carlo Alberto di Torino ma non riesce a completare il periodo di ricerca. La malattia è ritornata. Etta ricomincia a lottare, non prende neanche un mese di congedo dall’università, continua a insegnare e fare ricerca, e a curarsi, ma il coraggio non basta.
Oltre che un’economista eccellente, Etta era una persona meravigliosa e dolcissima da cui è straziante separarsi.

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