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Categoria: Internazionale

Cancun, crocevia del benessere

Togliere gli ostacoli che ancora impediscono una piena liberalizzazione del commercio e degli investimenti mondiali. È l’obiettivo della riunione in terra messicana. Difficile raggiungere il necessario compromesso quando i protezionismi vanno per la maggiore, nessuno sembra disposto a fare il primo passo nell’abolizione delle barriere doganali e ad alcuni Paesi si è fatto credere che otterranno solo benefici, senza contropartite. Eppure all’espansione degli scambi è legata la crescita economica dei Paesi ricchi come di quelli in via di sviluppo.

“De–Globalisation?”

Diminuiscono scambi internazionali, flussi di capitale e investimenti esteri. Perché aumenta l’avversione al rischio di imprese e investitori. E perché sono deboli le risposte di politica economica alle crescenti tensioni internazionali. Ne è una dimostrazione la richiesta di nuove barriere protezionistiche, buone solo per ritardare lo sviluppo dei paesi emergenti e bloccare i processi di riconversione verso produzioni tecnologicamente più avanzate in quelli industrializzati. L’accento sugli ipotetici danni della globalizzazione rischia di portare al fallimento il negoziato di Doha. Ma questo significherebbe perdere un’occasione di rilancio dell’economia mondiale.

La calda estate del protezionismo

È stato rilanciato dal ministro Tremonti che invoca “spirito pratico” in tema di commercio internazionale. Ma gli effetti del protezionismo sono noti a tutti: si sussidia l’industria di una nazione e se ne tassano i consumatori. Invece, il nostro sistema industriale dovrebbe liberarsi dai sussidi e non cercarne di nuovi. Quanto alla competitività dei prodotti cinesi, non è dovuta ai bassi salari dei lavoratori, ma alla ricchissima cultura industriale che pervade il Paese asiatico.

Il declino italiano e le “colpe” dei cinesi

Il ministro Tremonti ha individuato nella “apertura troppo violenta dei mercati” a Paesi come la Cina la causa del declino economico italiano. Ma le ragioni del declino sono piuttosto addebitabili ai mancati investimenti in infrastrutture, nella ricerca, nei sistemi formativi, nelle grandi reti di servizio. Con i risultati che vediamo. Insomma i cinesi non devono servire a coprire responsibilità politiche.

Attenzione al protezionismo USA-UE

Stati Uniti ed Europa hanno la principale responsabilità nell’assicurare che il sistema multilaterale degli scambi sia sempre più aperto ed efficiente. Per questo devono evitare nuove possibili spinte protezionistiche che rischiano di compromettere la ripresa commerciale e la crescita mondiale.

Le due facce della stessa medaglia

La globalizzazione aumenta l’insicurezza del posto di lavoro e del salario, ma offre anche più incentivi e opportunità. Lo dimostra uno studio sulle industrie manifatturiere nell’India degli anni della liberalizzazione commerciale. Per proteggere i lavoratori dall’incertezza globale, lo Stato dovrebbe perciò pensare a schemi di sostegno al reddito legati a programmi di riqualificazione.

Globalizzazione e povertà

Ridurre della metà il numero di persone che vivono sotto la soglia di povertà entro il 2015: È uno dei punti dei Millennium Development Goals. Difficile raggiungerlo, soprattutto se i Paesi ricchi continueranno a “proteggere” i loro mercati, mentre i più poveri eliminano ogni barriera tariffaria. E per una “globalizzazione non selvaggia” sono necessarie anche regole su mercati finanziari e investimenti di lungo periodo.

Europa senza più alibi

Dopo il taglio dei tassi l’Europa non ha piu’ alibi per non crescere. E non puo’ continuare ad addossare agli Stati Uniti colpe che sono solo sue. Condannare la politica del dollaro debole è solo l’ultima versione dell’antiamericanismo nostrano. In realtà, i livelli dei cambi sono decisi dai mercati e i tagli alle imposte voluti da Bush favoriranno la crescita. Con buona pace dei keynesiani italiani.

Le strade divergenti di Europa e Stati Uniti

Le politiche monetarie e fiscali corrono su binari opposti, mentre il dollaro si deprezza e l’euro si rafforza. Così gli Usa volano verso la ripresa e il Vecchio Continente è sull’orlo della deflazione. Eppure, i fondamentali sono giusti e per tornare a crescere agli europei basterebbe un cambio d’umore, magari determinato da politiche macroeconomiche più ambiziose.

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