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Fragili capitalisti e politici senza “policy”

La vicenda Telecom ha reso ancora più evidenti le debolezze del nostro sistema politico ed economico. Ma offre qualche insegnamento per le necessarie future privatizzazioni e liberalizzazioni: dall’importanza di un’efficace regolamentazione all’alta probabilità di fallimento del mercato italiano degli assetti proprietari. Se la Cassa depositi e prestiti dovesse diventare proprietaria delle maggiori infrastrutture a rete, occorrerebbe ripensarne i compiti. Per ora, il governo non sembra aver definito un adeguato disegno di policy making.

Un passaggio stretto per le minoranze

Se per ipotesi il riassetto di Telecom non fosse nell’interesse della società, ma solo del gruppo di controllo, quali speranze avrebbe un azionista di minoranza di bloccare il piano o almeno di ottenere il risarcimento del danno? E’ tutto nelle mani degli amministratori e, in particolare, di quelli indipendenti. Se questi approvano la proposta, agli azionisti di minoranza restano solo due strade. Possono coalizzarsi in una maggioranza alternativa nella successiva assemblea. Oppure cercare una tutela in giudizio. Entrambe appaiono decisamente impervie.

Verso le nuove partecipazioni statali?

Una sommaria analisi della politica industriale del Governo mostra come ancora manchi una guida unitaria. Ma il rapporto con “il mercato” resta problematico e gli interventi effettuati non indicano che si voglia alleggerire la presenza pubblica nell’economia. Non è certo con proposte di nazionalizzazione e interferenze con l’operato di imprese private che si può caratterizzare una discontinuità col passato.

Aspetti tecnici della proposta sui nullafacenti della P.A.

Su invito della Redazione, in seguito alla richiesta di diversi lettori, Pietro Ichino fornisce i dettagli tecnici della sua proposta di una iniziativa straordinaria contro il fenomeno dei nullafacenti nell’amministrazione pubblica. Interventi di Francesco Daveri, Andrea Ichino, Eugenio Nunziata e Carla Pellegatta.

La pecora nera è giovane dentro

Tra qualche anno andranno in pensione i baby-boomers. Mettendo a dura prova la sostenibilità dei sistemi pensionistici e sanitari. Un problema mondiale, ma per l’Italia le previsioni sono pessime. Eppure, nel nostro paese la partecipazione al lavoro potrebbe essere oggi così bassa per ragioni storiche contingenti. E infatti un modello econometrico che permette di tenere conto dei cambiamenti socio-culturali e normativi dà risultati più ottimistici. A patto, però, di intervenire comunque per disinnescare la bomba demografica.

Considerazioni (quasi) conclusive su lavoro precario e stabilità

L’ampio dibattito ospitato da lavoce.info sulle tre proposte di riforma della fase di accesso al lavoro stabile regolare ha evidenziato come su alcuni punti decisivi manchino i dati necessari per individuare la soluzione migliore sulla base di evidenze univoche. La scelta tra riformare la materia o conservare la disciplina vigente non può dunque fondarsi su certezze scientifiche, né in un senso né nellÂ’altro. Tuttavia, è ragionevole ritenere che una riforma indirizzata nel senso indicato possa produrre effetti positivi sia sul piano dell’equità, sia sul piano dell’efficienza complessiva di un sistema produttivo che arranca. Il discorso in proposito, lungi dal chiudersi, proprio da qui deve ripartire.

Variante italiana per la ricetta Zapatero

Come importare il meglio dell’accordo concluso in Spagna tra governo e parti sociali sulla lotta alla precarietà? Si può fare attraverso una strategia di riforma in due mosse, che prima sfoltisca la selva di contratti atipici e individui due sole tipologie di lavoro temporaneo. E poi incentivi la conversione dei contratti temporanei in contratti a tempo indeterminato con costi di licenziamento ridotti. Ma che preveda anche quello che gli spagnoli hanno “dimenticato”: il monitoraggio degli strumenti adottati e l’estensione degli ammortizzatori sociali ai lavoratori flessibili.

Elogio postumo dei co.co.co

Apparsi verso la metà degli anni Novanta, i co.co.co sono il prodotto di un progressivo adattamento alle normative esistenti e hanno risposto relativamente bene alle esigenze sia delle imprese che dei lavoratori. Hanno sopperito ai bisogni di flessibilità in entrata e in uscita del mercato del lavoro. Gli abusi della formula hanno interessato più la pubblica amministrazione che il settore privato. Non era necessario, quindi, farli scomparire. Anche perché le collaborazioni a progetto, previste dalla Legge Biagi, sono meno flessibili e più a rischio di contestazione.

Un uovo di Colombo per i flussi migratori

La scelta del Governo di emanare un secondo decreto-flussi per il 2006 permette di accogliere le domande giacenti. E’ una soluzione corretta in attesa di una riforma complessiva della materia. Se le domande possono essere presentate durante tutto il corso dell’anno, e sono considerate pendenti una volta raggiunta la quota fissata, si ottengono molti vantaggi: dalla riduzione del periodo di soggiorno forzatamente illegale allo svuotamento del problema della repressione dell’immigrazione illegale, che dovrebbe riguardare i criminali, più che colf e badanti.

Collaboratori molto subordinati

I dati sembrano confermare che la gran parte delle collaborazioni nasconde rapporti di lavoro subordinati. Molte imprese si avvalgono di questa possibilità non per contrastare eventuali cali della domanda o per rispondere a esigenze di flessibilità produttiva, ma per ridurre il costo del lavoro. E’ davvero questo il terreno su cui misurarsi? Un’accorta politica economica dovrebbe, al contrario, spingere le aziende italiane verso gli elementi chiave della competizione globale: investimenti, riorganizzazione produttiva, innovazione, formazione.

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