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Pensioni: 10 correttivi al posto di uno scalone

Ritoccare le regole di un sistema previdenziale è operazione molto delicata. Si deve dare il tempo ai lavoratori coinvolti di rivedere i propri piani di lavoro e risparmio, evitare di generare nuove sperequazioni e nuovi interventi in futuro. Il Governo Prodi dovrà rimediare agli errori commessi nella scorsa legislatura rivedendo la normativa con orizzonti lunghi, guardando alla sostenibilità del sistema, alla necessità di dare spazio a un secondo pilastro, piuttosto che all’esigenza di fare cassa da subito. Ecco dieci possibili correttivi che mirano ad anticipare l’entrata in vigore del sistema introdotto dalla riforma del 1996.

Le pensioni e l’eredità del centrodestra

I risparmi nella spesa pensionistica si devono per intero ai meccanismi del sistema contributivo, cioè alla legge Dini del 1995. Gli effetti finanziari della riforma Maroni sono circoscritti alla fase di transizione, al periodo in cui gradualmente il sistema contributivo sostituisce il precedente calcolo retributivo. I risparmi ricollegabili all’innalzamento rigido dellÂ’età pensionabile iniziano nel 2008 e assumono una certa consistenza nei vent’anni successivi. Grave non aver rideterminato nel 2005 i coefficienti di trasformazione.

Se il ministro sale in cattedra

A Mussi basterebbe una riforma a costo zero per rendere più trasparente e concorrenziale il reclutamento dei docenti nelle università italiane: dovrebbe introdurre l’obbligo che i bandi per posti di professore siano aperti a tutti, senza alcuna specificazione riguardo alla tipologia del candidato. Sarebbe un primo passo verso lÂ’internazionalizzazione e lÂ’adozione del principio di eccellenza anche nei nostri atenei. E permetterebbe il rientro di molti “cervelli in fuga”. Le procedure attuali, soprattutto lÂ’idoneità nazionale, contrastano con questi obiettivi.

Come promuovere l’Italia. E il commercio

Torna il vecchio ministero del Commercio estero. Ma il problema principale non è tanto stabilire in quale dicastero debbano confluire le burocrazie competenti, quanto piuttosto individuare un assetto complessivo delle politiche per l’internazionalizzazione più ordinato ed efficiente di quello attuale. Una possibile riforma corre lungo quattro linee: ridare allo Stato centrale la competenza esclusiva della promozione internazionale, costituire una cabina di regia, trasformare l’Ice in una agenzia governativa, proseguire nella creazione di “sportelli unici” all’estero.

L’accademia che piace a Confindustria

Un documento comune delle associazioni imprenditoriali propone una strategia di riforma dell’università italiana. Se è indubbio che gli atenei debbano essere valutati da un organismo indipendente composto da scienziati di fama internazionale, meno chiaro è perché debbano partecipare alla valutazione esperti del mondo produttivo. Le aziende traggono i principali vantaggi assumendo buoni ricercatori in grado di sviluppare innovazioni di processo e di prodotto. Mentre troppa attenzione agli interessi tecnologici di breve periodo, fa male alle imprese stesse.

Una ricognizione fra il tecnico e il politico

Tre i messaggi chiave del rapporto della Commissione Faini: la situazione dei nostri conti pubblici è molto difficile, e più grave di quella descritta nella Trimestrale di cassa; avrebbe potuto essere peggiore senza l’ombrello dellÂ’euro; la Ragioneria generale dello Stato è un organismo troppo soggetto ai condizionamenti della politica. Bene, dunque, potenziare i servizi bilancio di Camera e Senato e dotarsi subito di strumenti per fare tagli selettivi della spesa delle amministrazioni pubbliche. Anche perché la manovra non deve essere solo sulle entrate. Discutibili, invece, la scelta della Commissione di valutare la fattibilità politica di alcuni interventi, e di formulare una forbice di valori per il tendenziale.

Un’università allo stremo

E’ coralmente accettato che l’Università italiana è allo stremo. Al di là di sporadiche voci a difesa dettate da interessi di bottega, gli osservatori indipendenti – a cominciare dal Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi – concordano sul decadimento della nostra accademia. Nelle graduatorie internazionali non vi è traccia delle università italiane: scomparse. Non ve ne è alcuna tra le principali dieci al mondo; ma neanche tra le principali dieci in Europa

Un taglio alle squadre. E il campionato torna bello

Per risolvere la crisi del calcio non serve una superlega europea. Meglio tornare a una superlega italiana, ovvero a una serie A a sedici squadre. Con meno gare, crescerebbe la qualità del campionato e la perequazione nella distribuzione delle risorse derivanti dai diritti televisivi lo renderebbe più serrato. Minore anche il rischio di combine. Soprattutto, i club potrebbero ridurre le “rose”, uno strumento più efficace dei salary cap per l’abbattimento dei monti-salari. Con i play off, poi, potrebbero esserci vantaggi anche nella cessione dei diritti tv.

Un “tetto” per Totti

La proposta di una superlega europea appare difficilmente realizzabile nel contesto attuale, non è gradita a una parte rilevante dei tifosi e forse è inefficace per risolvere la questione del divario tecnico-economico tra squadre. In ogni caso è praticabile solo nel lungo periodo, mentre i gravissimi problemi del calcio italiano richiedono una soluzione immediata. Meglio quindi sperimentare, subito e per qualche anno, alcune delle misure di riequilibrio tipiche dello sport statunitense. A partire da una forma di salary cap.

Meno tasse per gli inventori

L’intenzione di diminuire i costi della brevettazione è certamente lodevole. Ma l’abolizione delle tasse di deposito e mantenimento non è la strada da intraprendere. Il provvedimento non incentiverà l’innovazione delle Pmi. Anzi rafforzerà la posizione delle grandi imprese straniere. Si dovrebbe invece puntare alla armonizzazione delle norme internazionali e impegnarsi per una rapida realizzazione del tanto atteso “brevetto comunitario”. Il precedente Governo non ha brillato per la sua iniziativa in questo campo. Speriamo che il nuovo sappia fare di meglio.

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