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QUALI MIGLIORI?

GLI OBIETTIVI DEL PRINCIPALE

Il sistema universitario italiano (pubblico, speriamo ancora per molto) chiede ai docenti ricercatori di assicurare didattica e ricerca di qualità. Nonostante la bidimensionalità dell’obiettivo, è opinione corrente che un buon ricercatore sia in grado di assicurare una buona didattica e che quindi i due obiettivi non siano in conflitto. Non v’è dubbio, infatti, che la ricerca di qualità sia un ottimo complemento della didattica di qualità. È pur vero, tuttavia, che il tempo dedicato alla didattica è stretto sostituto del tempo dedicato alla ricerca. Se l’individuo concentra il proprio impegno principalmente nella ricerca è possibile che la prestazione sia contraddistinta da nicchie di didattica assolutamente marginale, congedi continui e sporadiche presenze, con limitatissime esternalità positive sulla crescita degli studenti. Allo stesso modo, se l’individuo è indotto dal sistema a spendere una maggiore quantità di tempo nella didattica, spiegando il vincolo di bilancio a centinaia di studenti, sperimenterà come minimo tempi di crescita più lunghi sul fronte della ricerca. Nelle carriere già mature, il conflitto tra gli obiettivi di didattica e ricerca si attenua (ma non sempre), anche grazie al supporto delle leve più giovani. Il giusto mezzo dipende dagli schemi di incentivo elaborati dal principale.

LÂ’ACCADEMIA DEGLI INSIDER

Il meccanismo di reclutamento e progressione della carriera accademica è basato sulla stratificazione del potere accademico degli insiders. Le cariche politiche sono riservate alle fasce più alte, così come la gestione delle procedure di selezione. La progressione dipende, almeno formalmente, dalla qualità scientifica e la carriera è il meccanismo incentivante che dovrebbero dirigere l’impegno verso l’obiettivo di qualità della ricerca. A parte il noto inconveniente di promuovere gli individui “al loro livello di incompetenza” (Becker, Jensen e Murphy, 1988), non è chiaro perché debba esserci una così rigida piramide di potere. Sembra che il meccanismo di carriera si basi sull’ipotesi che il semplice incentivo economico non sia sufficiente a stimolare l’impegno del ricercatore e che ad esso debba essere necessariamente affiancata la promessa del maggiore potere accademico che deriva dal passaggio di fascia. Il maggiore potere accademico comporta la possibilità di dirigere le selezioni secondo le proprie preferenze di “scuola”, indirizzare i fondi alle attività e/o alle ricerche di interesse ecc. Se il nepotismo esiste è perché esso trova ragion d’essere nella stratificazione del potere.

LE COLPE DEI PADRI RICADANO SUI FIGLI!

Checchi e Jappelli propongono che “per limitare il nepotismo, i concorsi dovrebbero però prevedere alcune semplici regole di incompatibilità – ad esempio che non sia possibile assumere un ricercatore nelle università in cui si è conseguita la laurea o il dottorato.”
Non è una novità. Quando un sistema si incancrenisce la soluzione più semplice è quella di introdurre ancora un altro elemento di flessibilità al margine. Secondo la proposta di Checchi e Jappelli, coloro che aspirano a svolgere ricerca come professione non solo dovrebbero affrontare i lunghi anni di precariato sottopagato dei dottorati, master ecc., ma dovrebbero caricarsi dei costi aggiuntivi di una mobilità obbligatoria. Se è vero che la mobilità può essere un valore aggiunto per chi fa ricerca, è anche vero che l’insieme di opportunità di un precario della ricerca è sempre vincolato alle sue risorse finanziarie, che non necessariamente coincidono con il talento. Quali migliori saranno selezionati con questo criterio?

LE FASCE E GLI OBIETTIVI

Due obiettivi trasversali e tre fasce verticali creano un poligono dalle strane forme, che mostra contemporaneamente spigoli di eccellenza e volumi confusi. Peccato che l’emergere delle eccellenze dipenda spesso soltanto dalla “buona coscienza” di pochi. Ridurre le dimensioni di variabilità delle carriere potrebbe aiutare a rendere più trasparente, democratica ed efficiente la struttura dell’Università italiana.Per consentire una migliore distinzione degli obiettivi è bene riflettere sull’opportunità di valutare separatamente la performance di chi fa solo ricerca e non subisce gli effetti di sostituzione della didattica e chi, invece, sceglie consapevolmente di perseguire entrambi gli obiettivi. Due carriere differenti permetterebbero di salvaguardare la complementarietà “buona” tra didattica e ricerca, consentendo a coloro che non sono in grado di sopportare il costo scientifico della didattica di contribuire, secondo le proprie possibilità, alla crescita dell’accademia. Naturalmente, il maggior costo derivante dalla didattica dovrebbe essere opportunamente retribuito, creando così una divisione funzionale e retributiva tra i due tipi di carriera. All’interno di ciascun tipo di carriera, inoltre, la progressione dovrebbe limitarsi ad un democratico incremento retributivo, determinato in base al raggiungimento o meno dell’obiettivo o degli obiettivi a seconda della carriera.

A chi pretende di sapere tutto meglio degli altri,
gli uomini ben presto non daranno più consigli.
(Esagramma 31 dellÂ’I Ching)

RIAPRIRE IL CANTIERE DELLE REGOLE *

L’applicazione delle regole di Basilea 2 avrebbe portato a un consistente aumento dei requisiti patrimoniali delle banche e non avrebbe comunque consentito l’utilizzo di strumenti come cartolarizzazioni e derivati per finalità di mero risparmio di capitale di vigilanza. Mettendo forse in difficoltà il modello di business di molte banche d’affari. Per questo gli Stati Uniti ne hanno ritardato l’introduzione. Fino alla crisi di oggi. Che accelera la necessità di completare quelle norme. Perché l’innovazione finanziaria è un processo inevitabile.

SE IL LAVORATORE NON SI RIALLOCA

Il problema della bassa crescita italiana è fondamentalmente un problema di produttività. E non basta che cresca all’interno delle imprese, è altrettanto importante che i lavoratori si spostino verso le aziende più efficienti. Un processo che registra un picco durante la recessione della prima metà degli anni Novanta, caratterizzata da un forte processo di ristrutturazione. Dopodiché creazione e distruzione dei posti di lavoro rimangono stabili attorno a valori modesti, nonostante un aumento nella dispersione della performance delle imprese.

FACOLTA’ DI AGRARIA: TUTTO IN FAMIGLIA

Perché interessa tanto il nepotismo nell’università italiana? Perché rappresenta la punta dell’iceberg del malcostume che inevitabilmente si instaura quando non vi siano incentivi e penalità, sia a livello individuale che di ateneo, nel reclutamento del personale accademico. I casi delle facoltà di Agraria di Catania e Palermo, con un buon numero di docenti di uno stesso dipartimento legati da rapporti di stretta parentela.

STIME DI PRECARIETA’

E’ sempre più urgente definire accuratamente alcuni termini usati per descrivere l’attuale mercato del lavoro, poichè non hanno una interpretazione univoca. Ecco dunque alcune definizioni operative, e i relativi indicatori, dell’atipicità, della flessibilità, della precarietà e della discontinuità lavorativa, anche in termini longitudinali. Ogni anno abbiamo oltre un milione e mezzo di soggetti coinvolti in un periodo di non occupazione. Rappresentano la domanda potenziale dei nuovi ammortizzatori sociali.

UN NOBEL PER L’ECONOMIA, SENZA POLEMICHE

Non sono gli editoriali sul New York Times che hanno dato a Paul Krugman il premio Nobel, ma gli importanti risultati scientifici negli studi del commercio internazionale, della localizzazione delle attività produttive e degli effetti dei rendimenti di scala sul funzionamento dei mercati e dei processi di agglomerazione. E’ stato il primo a intuire l’importanza per la comprensione del mondo moderno di idee in circolazione da tempo, ma che gli economisti precedenti non erano stati in grado di affrontare sul piano analitico.

QUANDO LA CITTA’ E’ METROPOLITANA

Nella discussione sulla istituzione delle città metropolitane il governo non ha ancora offerto chiari indirizzi. E i vari spezzoni del mondo delle autonomie locali sono tutti impegnati in atteggiamenti di difesa della situazione esistente. Sarebbero invece necessarie innovazioni istituzionali per il governo delle grandi aree urbane in Italia, che facciano tesoro delle esperienze già attuate. E’ auspicabile un percorso graduale basato inizialmente su formule associative più strutturate di quelle sinora sperimentate.

I DON CHISCIOTTE DEI NUMERI: I PRESUPPOSTI

Lo scontro in atto tra il governo italiano e la Commissione europea sul pacchetto clima non sembra essere una questione di numeri. Non ci sono infatti numeri fasulli né numeri veri. Ci sono scenari alternativi, come è prassi in questo genere di analisi. E la Commissione sembra avere considerato quello più ragionevole, mentre il nostro governo fa riferimento al più funzionale alla sua tesi, quella di rinegoziare i termini dell’accordo e di prendere tempo. Una tesi politica. E i numeri da tutti citati enfatizzano i costi, ma non tengono adeguato conto dei benefici. Episodio 2: La disputa in atto.

ECONOMISTI E PREVISIONI

Dare addosso agli economisti sembra sia diventato uno sport nazionale. Lo ha fatto il Ministro del Tesoro che li ha invitati a tacere, già li criticava Eugenio Scalfari ai tempi del governo Prodi (essenzialmente perché non risparmiavano critiche anche a quel governo), ora inaspettatamente si aggiunge al coro anche Lei, Professor Sartori, che dal pulpito del Corriere della Sera tuona per la seconda volta in pochi giorni contro gli economisti per non aver saputo prevedere la crisi finanziaria e quindi consentire di evitarla (anche se da una cosa non segue lÂ’altra – Cassandra insegna). Lei non se la prende con tutti gli economisti (nel mucchio è ovvio che qualcuno avrà previsto giusto) ma solo con quelli di rilievo, nessuno dei quali secondo lei “… ha davvero visto in tempo e capito a fondo i fatti e misfatti di Wall Street”. Fa eccezione Paul Krugman, che però secondo Lei non sarebbe abbastanza economista (assomiglia piuÂ’ a uno scienziato politico?). E si chiede: “Mi sono sbagliato?”
Sì, caro Sartori, si è sbagliato. Per capire perché, occorre intendersi su che cosa sia una previsione. Uso la sua definizione per comodità: “dato un ben circoscritto e precisato progetto di intervento, quale ne sarà precisamente l’effetto? Riuscirà come previsto o no? Se no, perché no?”. Dice bene, dato un ben circoscritto progetto etc., e lei infatti cita il “mattarellum” come esempio su cui Lei si è esercitato a prevederne con ragione gli effetti nefasti. Purtroppo la crisi finanziaria non è il mattarellum. Non c’è nessun “precisato progetto di intervento” a cui si possa imputare la crisi. Vi sono molti elementi che congiuntamente hanno prodotto la miscela della crisi finanziaria: la politica monetaria eccessivamente espansiva di Greenspan dopo lÂ’11 settembre, la bolla immobiliare (sostenuta anchÂ’essa dalla politica monetaria della FED), la riduzione dei coefficienti di capitalizzazione delle banche dÂ’affari e numerosi altri – incluso lÂ’assetto privato di Fannie Mae and Freddie Mac e la natura pubblica delle garanzie che essi offrivano sui mutui. LÂ’importanza di questi elementi e il loro potenziale destabilizzante sono stati messi in evidenza da tanti economisti. Uno per tutti: Robert Shiller e i suoi scritti sulla bolla immobiliare o sull’“esuberanza irrazionale” dei mercati americani. Ovviamente nessuno ha previsto che ad agosto di questÂ’anno la crisi sabebbe precipitata in una crisi di fiducia e che questa ad ottobre sarebbe potuta degenerare in corsa agli sportelli. Si poteva prevedere tutto ciò con congruo anticipo, in particolare il timing di questi eventi? No. Così come Lei non ha previsto e non poteva prevedere che i politici italiani avrebbero adottato il mattarellum. Ciò che Lei ha fatto è analizzare le possibili conseguenze di quella legge servendosi dello strumentario analitico che la sua disciplina Le mette a disposizione. Prevedere gli effetti di “un progetto di intervento” una volta adottato è una cosa, prevedere lÂ’ adozione di un determinato progetto di intervento è cosa diversa e molto più complessa: richiede che si prevedano le mosse e le astuzie di Bossi, quelle di Berlusconi, il potere contrattuale degli altri partiti, etc. È opera improba anche per un politologo del Suo calibro. Infatti non ci ha provato: ha aspettato che facessero e poi ha sentenziato quali sarebbero state le conseguenze. E ha fatto la cosa giusta. Ma se uno dovesse applicare a Lei e alla scienza politica quello che Lei chiede alla scienza economica e agli economisti, allora ci avrebbe dovuto avvisare con congruo anticipo che i politici di casa nostra avrebbero partorito il mattarellum. Non lo ha fatto.
Se prevedere è quello che dice lei, allora gli economisti lo fanno di routine. Con riferimento alla crisi e “ai ben precisati progetti di intervento”, molti economisti hanno capito e previsto che il piano Paulson, nella versione iniziale, non avrebbe funzionato perché non interveniva nel capitale delle banche (vedi l’articolo di Luigi Zingales “Why Paulson is wrong”). L’amministrazione americana ha modificato il provvedimeno di conseguenza. In tanti abbiamo anticipato che provvedimenti adottati in via isolata dai paesi europei, senza un serio coordinamento sarebbero stati inefficaci come risposta alla crisi. Chissà, forse anche per questo alla fine i governi hanno convenuto su una serie di misure comuni. Da tanti anni, da quando è stata adottata la moneta unica, andiamo predicando che bisogna avere un’istituzione che faccia vigilanza per l’intera Europa. Lo facciamo perché prevediamo che sia questo l’assetto istituzionale migliore per prevenire l’emergere delle crisi e per gestirle se la prevenzione non fosse sufficiente. L’abbiamo fatto sulle riviste e non pretendo che Lei le legga, ma l’ha fatto Francesco Giavazzi tante volte dalle colonne del suo giornale, e quello suppongo che Lei lo legga (da ultimo Marco Pagano).
Tutto questo, mi darà atto, è prevedere secondo la sua definizione; nè più nè meno. E, mi pare che sia chiaro dagli esempi, queste previsioni sono fatte per cercare di prevenire. Che effettivamente ci si riesca è un altro paio di maniche. Qui entra in gioco la politica e anticiparne le mosse è più compito Suo che degli economisti.

I DON CHISCIOTTE DEI NUMERI: LA DISPUTA IN ATTO

 

GLI SCENARI E LA “POSIZIONE” DELLA COMMISSIONE EUROPEA

Lo strumento utilizzato dalla Commissione per valutare le conseguenze economiche del pacchetto clima, il modello Primes, non è l’unico in circolazione per questo tipo di esercizi. Al di là dei suoi meriti, data l’estrema rilevanza della posta in gioco, sarebbe stato auspicabile produrre risultati per lo stesso pacchetto con altri modelli di simulazione di altri istituti di ricerca europei al fine di valutare la robustezza dell’analisi.
Spesso diversi scenari sono simulati per vedere il grado di variabilità delle stime ottenute – in questo caso i costi –  rispetto a quelle centrali scelte come le più ragionevoli, realistiche o preferibili. Lo scenario su cui la Commissione europea ha basato le sue valutazioni è quello che prevede l’operatività dei vari meccanismi di flessibilità, in particolare lo scambio di garanzie di origine sulle rinnovabili e la possibilità (limitata) di accreditare alle imprese europee le minori emissioni associate a progetti e impianti che esse realizzassero nei paesi in via di sviluppo: si tratta dei cosiddetti Cdm previsti dal Trattato di Kyoto. Questo ricorso, ancora una volta, può essere per il singolo attore meno oneroso delle opzioni alternative di cui dispone per raggiungere il proprio target. I costi per l’Unione europea di questa strategia che sfrutta la flessibilità sono riportati nella tabella 1 qui sotto e variano tra lo 0,45 e lo 0,60 per cento del Pil. (1) Associato al caso della massima flessibilità vi è un costo per l’Italia compreso tra lo 0,51 e lo 0,66 per cento del proprio Pil.Èinteressante notare che tale tabella veniva già proposta come tabella 37 nel documento di valutazione di impatto del pacchetto clima che la Commissione pubblicava a febbraio 2008, all’indomani cioè delle proposta di direttiva. (2)
Non è dunque vero quanto affermato dal ministro Prestigiacomo che il nostro governo ha dovuto insistere presso la Commissione per ottenere i numeri dei costi delle proposte. Vero è invece che la Commissione non aveva reso noti i dati di costo di una serie di altri scenari simulati, ivi inclusi quelli che non prevedevano l’operatività di alcun meccanismo di flessibilità. Non c’è bisogno di un economista per comprendere che tali scenari portano a costi per i singoli paesi, Italia inclusa, maggiori di quelli con flessibilità. (3)

LA “POSIZIONE DELL’ITALIA”

All’indomani della presentazione della proposta, il Parlamento europeo ha iniziato l’analisi dei contenuti e, attraverso un processo di emendamenti e votazioni, è arrivato a fine settembre ad approvare il pacchetto in una versione sostanzialmente invariata. Nonostante le pressioni di vari europarlamentari, le Commissioni ambiente e industria hanno licenziato un testo che è arrivato perciò al Consiglio europeo del 15 ottobre scorso. Queste direttive  richiedono la doppia approvazione di Europarlamento e Consiglio europeo e possono prevedere, se emendate, un riesame. Inoltre potrebbero essere approvate anche a maggioranza qualificata del Consiglio, in codecisione con il Parlamento, rendendo dunque un eventuale veto dell’Italia un atto politico,  sicuramente serio e da evitare assolutamente, ma privo di rilievo giuridico.
Mentre l’Europarlamento era impegnato nell’esame del pacchetto, iniziava, soprattutto a cavallo dell’estate, il lavoro diplomatico dei nostri ministri, finalizzato alla ricerca di alleati da associare alla propria posizione negativa sul pacchetto, quanto a tempi di entrata in vigore ed entità dell’impegno richiesta a ciascun paese. Ma la strategia nazionale mirava anche alla Commissione europea cercando di mostrare come le analisi quantitative condotte non riproducono fedelmente i reali costi che l’Italia dovrebbe sostenere nel caso di approvazione del pacchetto.
A supporto della propria posizione, il ministero delle Attività produttive produceva un documento datato 8 settembre 2008 di stima dei costi basato su un’analisi condotta dal Rie, il centro ricerche di Bologna che fa capo ad Alberto Clô, ex ministro dell’Industria del primo esecutivo Prodi. Il documento forniva cifre di costo davvero impressionanti. Stimava per il periodo 2013-2020 un costo per lo sviluppo delle fonti rinnovabili pari a 50 miliardi di euro, una costo per la riduzione dell’intensità energetica addirittura di 120 miliardi e infine un costo associato alla riduzione delle emissioni per un importo di 23-27 miliardi. Nel complesso si tratta di 200 miliardi che su base annua ammontano a 25 miliardi circa. Il documento e le cifre in esso contenute venivano fatte proprie dalla Confindustria che, prendendo le mosse dalla considerazione della consistente base manifatturiera della nostra economia e del paventato rischio di delocalizzazione delle nostre imprese più energivore, affiancava il  governo nell’offensiva europea.
Il documento Matt-Rie per come i calcoli sono effettuati lascia adito a dubbi significativi. Anzitutto il pacchetto europeo non prevede attualmente interventi sull’efficienza energetica: togliendo i 120 miliardi e conteggiando solo l’intervento su emissioni e rinnovabili i costi cumulati scendono a 73-77 miliardi, cioè poco più di 9 miliardi l’anno. In secondo luogo i calcoli sono fatti considerando gli obiettivi uno alla volta indipendentemente dagli altri, secondo una procedura di mera moltiplicazione tra un prezzo ipotizzato della tonnellata di carbonio per le presunte emissioni risparmiate e di prezzo delle varie fonti rinnovabili per il corrispondente consumo stimato sulla base dei target previsti dalle direttive. Naturalmente questo è una procedura approssimativa, in quanto appare di tutta evidenza come senza modelli integrati che consentano di tenere conto di tutte le interazioni tra mercati, settori di attività e agenti, soprattutto in presenza di una pluralità di politiche, sia difficile fornire cifre dotate di una credibilità per lo meno analoga a quelle della stessa Commissione europea.

LA “POSIZIONE DELL’ITALIA” RIVISTA

L’arma del nostro governo a sostegno della tesi della ridiscussione e del rinvio si è successivamente spostata su altri dati e su un’altra tabella, prodotta dallo stesso ministero, che è poi quella ripresa ripetutamente dalla stampa in questi giorni, ed è anche quella che permette di chiarire i termini della disputa. (4)
La Commissione stima i costi del pacchetto clima per l’Italia nell’ordine dello 0,51-0,66 per cento del Pil, l’Italia sostiene che sono pari al doppio, l’1,14 per cento del Pil, ossia 181,5 miliardi di euro cumulativamente ovvero 18,2 miliardi in media d’anno. Èimportante notare che questo ultimo dato non era stato fornito dalla Commissione europea a febbraio 2008 per la semplice ragione che corrisponde allo scenario privo di qualsiasi meccanismo di flessibilità per rinnovabili e Cdm.Èstato successivamente incluso in un documento di più di 900 pagine, solo tabelle e numeri, in cui vengono riprodotti paese per paese i risultati di tutti i vari scenari considerati nell’esercizio di simulazione, ivi incluso quello assunto a riferimento dal nostro governo. (5)
A essere precisi, verificando la corrispondenza tra documenti degli scenari e dei numeri per l’intera Unione, la Commissione calcola che il costo su base annua in questo caso ammonterebbe a 21,2 miliardi di euro. Questo è quanto presentato in un estratto del documento (a pagina 119) riportato qui sotto nella seconda tabella, mentre quello di flessibilità dell’Unione europea (a pagina 461) è ripreso nella terza tabella.

LA SINTESI

Non vi sono numeri inventati, fasulli o più veri. Vi sono solo numeri, corrispondenti a diverse ipotesi di scenario, ognuno associato a modalità di implementazione delle stesse direttive. Nessuna ipotesi mette in discussione l’impianto di fondo e i principi del pacchetto 20-20-20, ma guarda semplicemente all’impatto sui costi complessivi della presenza o meno, e in diversi gradi, dei meccanismi di flessibilità previsti. Èdunque singolare che il governo italiano, liberista sulla carta, vada a selezionare a sostegno delle proprie tesi proprio quello scenario che non prevede, anzi nega, un ruolo ai mercati e alla flessibilità. Questo lo porta anche a notare inutilmente che nello scenario Commissione europea i nostri targets fisici non sono raggiunti: questo è sicuramente vero, ma è precisamente il risultato dell’operare dei meccanismi di flessibilità. Non è un problema, poiché ciò che conta per l’intera strategia è che i targets europei siano centrati.  Non vi è una scenario giusto né uno sbagliato; ve ne sono diversi e ragionevolmente la Commissione europea ha selezionato quello che fa un favore agli Stati membri in quanto porta a minimizzare per essi i costi delle direttive proposte. Questo appare essere stato ben compreso dagli altri importanti paesi dell’Unione – Germania, Francia, Spagna – atteso che quest’ultima ha addirittura un costo stimato superiore al nostro ed atteso che la crisi finanziaria riguarda tutti quanti e non solo noi. Il presidente di turno Sarkozy, buon amico di Berlusconi, vuole chiudere entro dicembre con una decisione definitiva e ha messo in chiaro che l’arma del veto è spuntata, in quanto inefficace. I numeri assumono allora il valore di una scusa per cercare di prendere tempo e cercare di ottenere condizioni più vantaggiose nella ripartizione degli oneri tra paesi membri. Siamo in compagnia di otto paesi dell’Europa dell’Est, unico tra i fondatori ad adottare una posizione di scontro e chiusura con la Commissione e gli altri stati membri che contano. Non è una bella cosa. La partita poteva essere giocata meglio e si doveva tenere presente che tutti i nostri partner hanno visto il comportamento da cicala delle emissioni che l’Italia, governi di centrosinistra o di centrodestra, ha tenuto finora e che ci colloca ampiamente fuori rotta rispetto all’appuntamento di Kyoto.
Quanto alla posizione di Confindustria non si può non riconoscere che svolte nella politica energetica e del clima di questo tipo, la cui importanza e necessità è da tutti riconosciuta, comportano aggiustamenti nell’economia, che riguardano anche i settori produttivi. L’industria delle rinnovabili fiorisce, le industrie energivore soffrono: riallocazioni sono dolorose ma necessarie. L’esigenza è favorirle attutendo per quanto possibile i costi. Ma le proposte di direttiva, con l’assegnazione gratuita, almeno all’inizio, dei permessi di emissione , la possibilità di opting-out per le piccole imprese dal mercato delle emissioni, fino alla discussa possibilità di imporre border tax adjustments (cioè dazi all’import) per le produzioni più a rischio di perdita di competitività, svolgono esattamente quella funzione.
Più in generale, infine, i numeri da tutti citati enfatizzano i costi, ma non tengono adeguato conto dei benefici. Quale è l’entità dei danni dei cambiamenti climatici evitati dalle direttive se dovessero entrare in vigore? Quale è l’entità dei cosiddetti co-benefici rappresentati da guadagni occupazionali netti, da proventi connessi all’innovazione tecnologica? Quale il costo di interventi alternativi come tasse sul carbonio, quali i benefici in termini di minori emissioni di altri inquinanti connessi al pacchetto? Non varrebbe la pena di dirigere maggiori sforzi verso una più accurata valutazione dei benefici, oltre che dei costi?

(1) Si tratta della tabella 11 del documento di sintesi ottenibile all’indirizzo  http://ec.europa.eu/environment/climat/pdf/climat_action/analysis.pdf
(2) http://ec.europa.eu/environment/climat/pdf/climat_action/climate_package_ia_annex.pdf
(3) I vari documenti del pacchetto clima si trovano alla pagina “Climate Action” della Commissione europea:  http://ec.europa.eu/environment/climat/climate_action.htm
(4) http://www.minambiente.it/moduli/output_immagine.php?id=2388
(5)http://ec.europa.eu/environment/climat/pdf/climat_action/analysis.pdf e http://ec.europa.eu/environment/climat/pdf/climat_action/analysis_appendix.pdf

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