SABATO 11 APRILE 2026

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La favola del Pil dopato dei tedeschi

Per giustificare la debole crescita italiana si ricorre addirittura all’ipotesi che l’Istat tedesca abbia tenuto bassi i dati dell’inflazione per dopare il Pil tedesco. E’ un evento molto improbabile. In un mondo ancora poco globale non è così strano che i prezzi siano aumentati di più in Italia che in Germania per un lungo periodo di tempo. Rassegniamoci all’idea che cambiare il metodo di misurazione non è una soluzione al problema della crescita.

Legge sulle intercettazioni: il vero obiettivo

Il disegno di legge sulle intercettazioni mina senz’altro il diritto di cronaca. Ma il vero effetto dirompente del provvedimento è rendere meno efficace lo strumento investigativo più utile nelle inchieste giudiziarie. Non vorremmo quindi che nella discussione di questi giorni la giusta reazione dei media spostasse l’attenzione della discussione dal problema cruciale: le intercettazioni sono uno strumento di indagine e reperimento delle prove essenziale per la magistratura. E’ prima di tutto su queste limitazioni che va condotta una battaglia civile.

La risposta ai commenti

Ringraziamo i lettori per i loro commenti, che ci consentono di precisare meglio alcuni punti importanti. Per quanto riguarda il ruolo delle aspettative di bailout nell’influenzare l’efficienza della spesa, l’affermazione si basa sulla stima di un modello econometrico a due stadi: in un primo stadio viene analizzata la relazione statistica fra il finanziamento della sanità regionale da parte del governo centrale e una serie di variabili utilizzate come proxy per le aspettative di bailout, che includono la disponibilità di risorse proprie regionali (es. IRAP dal 1998), il ruolo dei vincoli finanziari europei legati all’adozione della moneta unica (Trattati di Maastricht e Amsterdam) e l’allineamento politico fra governo centrale e governo regionale; in un secondo stadio, si utilizza il finanziamento statale “condizionato” a certe aspettative di bailout (derivato sulla base delle stime del primo stadio) come variabile esplicativa dei livelli di inefficienza, inserendolo in un modello che definisce una “frontiera” efficiente di spesa tenendo anche conto di alcuni fattori ambientali rilevanti, quali la spesa sanitaria privata, la struttura demografica della popolazione, il livello di istruzione e degli “effetti fissi” che catturano l’eterogeneità fra regioni non direttamente osservabile. Sulla base di questo lavoro, quello che troviamo è che le aspettative di bailout si riducono se ci sono vincoli europei credibili e se si attribuiscono risorse proprie alle regioni. L’aumento dei trasferimenti statali e l’allentamento dei vincoli europei (con la crisi del Patto di Stabilità e Crescita) hanno agito in direzione opposta, peggiorando l’efficienza della spesa. Per maggiori dettagli rimandiamo i lettori interessati al nostro lavoro (un po’ tecnico) : Piacenza M. e Turati G. (2010), “Does fiscal discipline towards sub-national governments affect citizensÂ’ well-being? Evidence on health” (disponibile al sito). Per quanto riguarda la “misura” della salute, ribadiamo – come abbiamo già scritto nell’articolo – che i risultati sono robusti a misure alternative come l’aspettativa di vita media alla nascita. Entrambe le misure sono proxy comunemente usate per valutare lo stato di salute di una popolazione (si veda, p.e., B.J. Turnock, 2007, Essentials of public health, Jones and Bartlett Publishers). Infine, sulla questione degli sprechi, è un fatto che gli sprechi ci sono e sono diffusi, non solo nella sanità, ma in generale nella Pubblica Amministrazione. Crediamo ci sia abbondante evidenza aneddotica di come si possa provare a risparmiare risorse senza effetti sulla salute della popolazione: per fare un solo esempio, considerando la spesa farmaceutica, che lo stesso farmaco abbia prezzi radicalmente diversi in regioni diverse è un fatto (e non è un caso che nella manovra per il prossimo anno si pensi ad un prezzo di riferimento per tutte le regioni stabilito da Consip). Queste differenze di prezzo generano risparmi potenziali non sfruttati senza alcun effetto sulla salute dei cittadini. Al di là dell’aneddotica, per avere comunque un quadro più completo dei problemi e dei potenziali risparmi si possono utilmente leggere le relazioni dei giudici contabili e quelle delle Commissioni parlamentari di inchiesta; la relazione della Commissione “Carella” è disponibile sul sito del Senato della Repubblica.

La risposta ai commenti

Non mi sognavo lontanamente di aprire un dibattito sulle nostre radici culturali e sull’opportuntità che in Italia bisogna parlare italiano. Da oltre 10 anni il ministero prevede che i valutatori anonimi dei progetti non siano solo italiani, ma anche stranieri. E’ una decisione che comporta che i progetti siano presentati in una lingua straniera, altrimenti la scelta dei valutatori stranieri sarebbe ristretta ai pochi che conoscono l’italiano. Con beneficio dei valutatori dei paesi anglofoni, la lingua selezionata dal ministero è stata l’inglese. Questa decisione è corretta e la condivido. Il ministero però richiede anche la traduzione italiana del progetto. Perchè non lascia liberi i ricercatori di presentare il progetto solo in inglese o, se preferiscono, sia in inglese sia in italiano?

Per quanto riguarda l’osservazione di Andrea Ichino, il decreto del 19 marzo 2010 assegna al fondo PRIN 106 milioni di euro. Nei cinque anni precedenti  (2004-2008) la media dei fondi assegnati era stata di 108 milioni di euro. A questi venivano aggiunti circa 40 milioni di euro da parte delle università come cofinanziamento, che ora vengono invece contabilizzati tra gli stipendi (spese che l’università sostiene comunue).
La nuova regola contabile riduce quindi l’investimento complessivo in ricerca. Va anche ricordato che il fondo si chiama PRIN 2009 (e non 2010) perché il ministero è in forte ritardo sui tempi: il PRIN 2005 fu pubblicato il 23 febbraio del 2005, il PRIN 2009 il 19 marzo 2010. Poichè in 6 anni sono stati pubblicati solo 5 bandi, si è risparmiata un’intera annualità, un taglio del fondo di circa il 16% per cento

Falsi invalidi e veri problemi*

Della lotta ai falsi invalidi si parla con una determinazione insolita in un Paese come l’Â’Italia che considera la possibilità di ottenere una pensione, il più presto e il più a lungo possibile, alla stregua della prenotazione, nellÂ’’Aldilà, di un posto in Paradiso o almeno in Purgatorio.
Nella presentazione del Rapporto annuale dellÂ’’Inps il presidente-commissario, Antonio Mastrapasqua, ha denunciato che nel 2009, nel settore dell’Â’invalidità civile (pensioni e assegni di accompagnamento), sono stati spesi 16 miliardi, pronti a salire a quota 17 miliardi nell’Â’anno in corso, mentre i beneficiari si avvicinano ormai a 3 milioni di persone. Ecco, allora, la necessità di contrastare gli abusi, le clientele, le frodi e persino le organizzazioni criminali (sono parole contenute nella relazione di Mastrapasqua) che sono presenti ed operanti in un comparto assistenziale in grande espansione. Così, i Governi si sono messi a cifrare, nelle manovre, riduzioni di spesa derivanti dai controlli e dalle verifiche sugli accertamenti. Si dice che la situazione sia parecchio migliorata -– non è difficile crederlo -– da quando i servizi dellÂ’’Inps sono subentrati alle Asl, solitamente di manica più larga nel riconoscere le invalidità e nel liquidare i relativi sussidi (come si vede il federalismo non fa sempre risparmiare). LÂ’’attuale Governo sembra deciso ad insistere in una battaglia di trasparenze e correttezza, tanto da affidare -– con un po’Â’ di esagerazione -– alla lotta ai falsi invalidi un ruolo significativo nellÂ’’ambito della manovra in preparazione. Insomma, si sta creando, in tutti i modi, anche con l’Â’aiuto dei media, un clima di sospetto diffuso e generale intorno all’Â’istituto dell’Â’invalidità civile, nonostante che i risultati delle revisioni siano limitati (sia parla di meno di 20mila assegni revocati nellÂ’’anno).

Il CONTESTO FAMILIARE

Viene naturale, a questo punto, porsi una semplice domanda: se è vero che, soprattutto nelle regioni del sud, in tanti casi gli invalidi civili sono ricorsi a vere e proprie truffe pur di farsi riconoscere la pensione e/o lÂ’’indennità di accompagnamento (la sola prestazione assistenziale sganciata del reddito), che cosa si può dire del loro contesto familiare? In sostanza, se tanti sono gli invalidi che mentono sulle loro condizioni di salute, anche i loro familiari soffriranno del medesimo vizio. Ebbene, proprio nelle stesse ore in cui tutti i quotidiani riproducevano nei titoli le dichiarazioni di guerra del ministro Tremonti contro i falsi invalidi, la Camera (lo scorso 19 maggio) ha approvato all’Â’unanimità una proposta di legge che unifica una dozzina di testi di tutti i gruppi, con la quale si riconosce il diritto di andare in pensione di vecchiaia con 5 anni di anticipo al parente (coniuge, genitore, fratello o sorella, figlio, comunque uno solo) che si è preso cura, in famiglia, di un disabile grave, per almeno 18 anni. Questo per i dipendenti privati e i lavoratori autonomi; per i dipendenti pubblici è previsto un regime di aspettativa retribuita. La proposta (AC 82 e abbinate, relatore Teresio Delfino dell’Â’UdC) è stata in gestazione per 22 mesi; ha subito, strada facendo, dei correttivi importanti, grazie al dibattito in Commissione Lavoro e alla vigilanza della Commissione Bilancio, per quanto riguarda sia i requisiti, sia la platea degli aventi diritto, sia la copertura finanziaria. Una cautela importante è stata quella di farne una misura di carattere sperimentale per un triennio (2010-2012), onde poterne valutare in concreto gli effetti (ammesso che anche il Senato approvi il provvedimento). Che altro dire? Che cosa si può replicare a quanti rappresentano la storia di famiglie che assistono per lungo tempo un handicappato grave? Che al rientro dal lavoro devono anche accudire una persona bisognosa tutti i giorni dell’Â’anno? Certo, si può rispondere che tra le pieghe delle norme si potranno determinare dei veri e propri abusi, magari portando anche degli esempi concreti. Ma alla fine, quando si mette in moto la gara del consenso (si ha a che fare con associazioni di categoria agguerrite e decise), restano soltanto angusti spazi per una debole testimonianza. LÂ’’opposizione è stata in prima linea, ma anche la maggioranza non si è fatta mancare nulla.

 *  vice presidente Commissione Lavoro della Camera

SANITÀ: GLI SPRECONI

Ancora disavanzi nei bilanci sanitari di alcune regioni, sempre le solite. Ma a quanto possono ammontare i risparmi di spesa non sfruttati? Nessuno lo sa con certezza, ma una stima per le regioni a statuto ordinario mostra che per quasi tutte il valore medio dell’inefficienza risulta sensibilmente più elevato negli ultimi anni. Forse è l’effetto della crescita delle aspettative di salvataggio da parte del governo centrale. E i risparmi potenziali di spesa pro capite più consistenti sono proprio in quelle con i conti in disordine. Cosa accade se il governo riduce i trasferimenti.

QUANTO CONTA L’ISTRUZIONE *

Il capitale umano ha un ruolo cruciale nel progresso economico. Servono perciò misure accurate e confrontabili a livello internazionale. Ecco dunque una nuova serie di dati, che rafforza i precedenti utilizzando più informazioni e una metodologia migliore. Ci dice che nel 2010 la popolazione mondiale sopra i 15 anni aveva un’istruzione media di 7,8 anni. Se gli anni di scuola aumentano ovunque, non muta però il divario tra paesi ricchi e poveri, che resta di quattro anni. E il tasso di ritorno di un anno in più di scuola varia tra il 5 e il 12 per cento.

DEBITO PIÙ CARO DOPO GLI STOP TEDESCHI

E’ difficile immaginare un intervento più inappropriato e intempestivo di quello dell’autorità di vigilanza tedesca che impone il divieto di vendite allo scoperto. Il risultato finale è che le imprese del settore finanziario pagheranno più caro il loro debito. Stesso ragionamento per i titoli di stato emessi da paesi europei. La speculazione non è la causa della crisi, ma se si vuole attaccarla, meglio farlo senza discrezionalità e in modo trasparente: si tassino le vendite allo scoperto, i Cds nudi o vestiti. Almeno, il costo sarà immediatamente chiaro.

LA RISPOSTA AI COMMENTI

Ringrazio i lettori, anche per la condivisione delle loro esperienze personali, che aiutano a farsi unÂ’idea su cosa è successo durante la crisi del vulcano. I commenti si dividono fra pro (marco ferrari, gia-set, axl, paolospin, Mattia, silvana) e contro (alessandro molinaroli, Ricardo_D, willycoyote) Ryanair. Decisamente una società che si ama o si odia. È importante ribadire due cose. Se ci sono comportamenti illeciti, vanno denunciati e sanzionati. Per il resto, se le politiche aziendali di Ryanair non piacciono, non si è obbligati a volare con loro. Ma il punto principale dellÂ’articolo non voleva essere questo. Il punto è chiedersi se, come recita lÂ’Enac nel suo sito (testualmente, refuso incluso): “Nello svolgimento della propria attività istituzionale di regolazione e controllo del settore aereo l’Ente promuove lo sviluppo dell’Aviaizone  Civile, garantendo al Paese, in particolare agli utenti ed alle imprese, la sicurezza dei voli, la tutela dei diritti, la qualità dei servizi e l’equa competitività nel rispetto dell’ambiente.*” O quanto piuttosto si perseguano obiettivi che ben poco hanno a che fare con gli interessi dei consumatori, ma rispondono a logiche politiche. È una questione che investe tutte le autorità di vigilanza. Le nomine in questi enti vengono spesso fatte con una logica che premia lÂ’appartenenza sulla competenza e sullÂ’indipendenza. Authorities indipendenti e fedeli al loro mandato sono una componente fondamentale per una moderna democrazia ben funzionante. Appunto.

* http://www.enac-italia.it/L’Enac/La_Missione/index.html

 

NIENTE INGLESE, SIAMO BUROCRATI

In questi giorni migliaia di docenti universitari stanno completando la domanda dei cosiddetti progetti PRIN (progetti di interesse nazionale). Si tratta di un fondo piuttosto esiguo destinato a finanziarie la ricerca di base delle università (spese per contratti con giovani ricercatori, missioni, spese per attrezzature, ecc). In passato il ministero finanziava il 70 per cento del costo dei progetti e le università il residuo 30 per cento. Così un gruppo di ricerca finanziato, ad esempio, con 20.000 euro ne riceveva 14.000 dal ministero e 6.000 dalla propria università. Una nuova regola prevede ora che le università possono finanziare il progetto impegnando lo stipendio dei dipendenti. Sono costi che l’università sostiene comunque, anche se il progetto non è finanziato. Si tratta in sostanza di un taglio del 30 per cento ai già esigui e irregolari finanziamenti per la ricerca di base: invece che 20.000 euro il gruppo di ricerca ne riceverà 14.000.
In questi giorni migliaia di docenti universitari stanno anche traducendo (dall’inglese o dall’italiano), pagina per pagina, i progetti che intendono presentare. Perché questo supplizio? Interpellato, il ministero ha dichiarato che il progetto va presentato in due lingue perché chi valuta il progetto potrebbe non conoscere l’inglese. La burocrazia del ministero (i famigerati modelli A e B noti ai docenti costretti a riempirli) non
consente dunque di presentare un progetto esclusivamente in lingua inglese, con risparmio di tempo da parte dei docenti. Sarebbe una regola di buon senso, ma come si sa il buon senso spesso manca.

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