
La disoccupazione giovanile a gennaio 2014 ha raggiunto il 43,5 per cento. Solo due anni fa era appena superiore al 30 per cento. Sette anni fa era addirittura al di sotto del 20 per cento, meno della metà. C’è un fatto nuovo e preoccupante nella crescita più recente della disoccupazione giovanile. Nel 2011 e nella prima parte del 2012 questa crescita era accompagnata ad aumento della partecipazione giovanile al mercato del lavoro (la linea rossa nel grafico). Più di recente la disoccupazione aumenta assieme all’inattività. Nell’ultimo anno, in particolare, si sono persi 100.000 posti di lavoro (-10 per cento) fra chi ha meno di 24 anni. Circa la metà di questi è andata a gonfiare la disoccupazione. L’altra metà a generare inattività. In aggiunta ai disoccupati ci sono presumibilmente molto giovani che smettono di cercare lavoro perché pensano che non ci siano opportunità di impiego per loro. Il governo uscente si è occupato solo di tassazione degli immobili. Auguriamoci tutti che il governo Renzi riesca finalmente ad affrontare l’emergenza disoccupazione fra i più giovani. Ci vorrà, in ogni caso del tempo, prima che eventuali misure abbiano effetto.
Il nuovo governo, pur in assenza del ministro per gli Affari europei, dovrà immediatamente aprire negoziato con Bruxelles. Nel caso di sforamento del tetto del 3 per cento potrà beneficiare degli accordi contrattuali che possono aiutare i paesi che fanno le riforme. Vediamo di cosa si tratta. Un nuovo decreto “salva Roma” all’orizzonte . Ma i soldi dei contribuenti alle amministrazioni in dissesto vanno condizionati a programmi di serio risanamento. Altrimenti si apre una voragine.
Madre di tutte le battaglie di Matteo Renzi è la lotta alla burocrazia. Ecco delle linee guida di una riforma seria: tetto agli stipendi; catena di comando accorciata; barriere tra amministrazione, politica e giurisdizione; dirigenza professionale selezionata con concorsi imparziali; esclusività degli incarichi; mobilità.
Torniamo a parlare delle iniquità nascoste nel nostro sistema di imposte sui redditi. Il difetto più grave sta nelle detrazioni d’imposta decrescenti. Una vera riforma deve quindi eliminarle, oltre che rimodulare le aliquote. Come farlo rispettando i rigorosi vincoli di bilancio?
Moneta virtuale di maggior successo, il Bitcoin ha visto crollare la sua quotazione per il rischio di fallimento di Mt. Gox, uno dei suoi principali gestori. Una bolla speculativa che era destinata a scoppiare, anche perché altri mezzi di pagamento virtuali sono in arrivo.
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I tedeschi temono l’azzardo morale: non date i soldi ai paesi periferici (direttamente o con l’acquisto di titoli pubblici da parte della banca centrale) o questi se li prendono e non rimettono a posto i conti. Per convincerli, Draghi si è inventato l’Omt: compro i titoli, ma solo se i paesi chiedono aiuto al Fondo europeo di stabilità e s’impegnano con un memorandum ad introdurre le riforme e, se non rispettano gli accordi, blocco l’acquisto dei titoli.
In che modo l’Italia può superare almeno temporaneamente il vincolo del 3 per cento sul disavanzo? Non ci sono solo le regole europee da tenere in considerazione, ma anche le reazioni dei mercati finanziari. Tutto si gioca sulla credibilità delle riforme.
Matteo Renzi vuole riformare la burocrazia. Ma non basta ridurre gli stipendi degli alti dirigenti, per “cambiare l’Italia” occorre che la pubblica amministrazione traduca, e celermente, le riforme in atti concreti. Alcune semplici linee guida da seguire per ottenere risultati.
La nostra imposta sul reddito ha un gravissimo difetto, dovuto alla previsione di detrazioni di imposta decrescenti. Una vera riforma non può quindi che porsi l’obiettivo di eliminarle, oltre che di rimodulare le aliquote. Ecco come farlo pur in presenza di vincoli di bilancio stringenti.
I Bitcoin sono una moneta virtuale. Sono assurti agli onori della cronaca per il rischio di fallimento di uno dei principali gestori. Come funziona la domanda, l’offerta e la vigilanza. E una bolla che deve scoppiare perché altre valute virtuali possano nascere e prosperare.
A imprenditori e sindacati manca un solo passo per rendere le relazioni industriali scudo della crisi e volano della crescita. Per capire quale, bisogna ripercorrerne l’evoluzione che, in sostanza, ha conosciuto quattro fasi (1).
La prima e quella che risale alla fine degli anni 60: partiti e sindacati alleati contro il “capitale”, per rendere il salario “variabile indipendente”. Le grosse aziende, “statizzate” dalla fine della seconda guerra mondiale perché conservassero le potenzialità della “grande Italia” fascista, erano a poco a poco diventate sezioni distaccate dei partiti, che ne mantenevano il pieno controllo. I sindacati protestavano perché il lavoro doveva “rendere liberi tutti”; i partiti e dunque i vertici delle aziende, da questi manipolati, rispondevano a suon di retribuzioni più alte; le imprese, per contro, perdevano profitto e dunque produttività.
La seconda fase e quella che risale ai primi anni ’90: sindacati, senza partiti, contro il “capitale”. Il costo dei diritti, come quello dei lavoratori a retribuzioni alte, era diventato eccessivo; lo Stato non poteva più permetterselo perché, anche per questo, si era ammalato di debito pubblico: sulla spinta dei governi di austerity, prendevano avvio le privatizzazioni. I sindacati, rappresentando solo i lavoratori “protetti” dallo Statuto del 1970, protestavano ma non facevano più lo stesso rumore, perché i partiti, messi ai cancelli dalle aziende, avevano perso interesse ad amplificarne le richieste; i privati rispondevano con soluzioni a metà, ma soprattutto senza automatici aumenti della retribuzione, per salvaguardare la produttività dell’impresa, che non a caso cresceva.
La terza fase risale agli anni 2000: i sindacati spaccati contro il “capitale”. L’unità sindacale ha subito una grave rottura culminata nel 2009 nella mancata firma della Fiom-Cgil al rinnovo del Ccnl dei metalmeccanici e la perdita di rappresentatività e il “capitale”, sordo alle proteste frammentate, ha preso a imporre condizioni meno vantaggiose per il lavoratori; per questa crisi, malgrado gli sforzi, la produttività aziendale non è decollata.
La quarta fase è quella attuale: i sindacati sono di nuovo uniti contro il “capitale”. Ritrovata l’unità d’azione con l’accordo interconfederale del 28 giugno 2011, si sono dati pensiero di recuperare la rappresentatività dal basso: a tale fine, hanno sottoscritto prima l’accordo del 31 maggio 2013 e poi il regolamento attuativo del 10 gennaio 2014 e completato perciò il passaggio dal sistema di rappresentatività presunta (delle Rsa) a quello di rappresentatività effettiva (delle Rsu). Ma il “capitale” minaccia di fuggire all’estero o, in alternativa, di abbattere drasticamente i diritti dei lavoratori.
Tra la terza e la quarta fase, dunque, qualcosa non e andato. Ed allora qual è il passo che sindacati e imprenditori non hanno fatto? Come deve prospettarsi la quinta fase?
La risposta è una sola: i sindacati e gli imprenditori hanno mancato di allearsi contro la crisi e continuato a vivere con l’idea del conflitto tra il “salario” e il “capitale”. Per uscire dal pantano, non c’è più bisogno di “exit”, ma semplicemente di “loyality” tra sindacati e imprenditori e, per dirla con Hirschman, di un’unica “voice” contro la crisi verso precisi obiettivi. Ad esempio, più contrattazione collettiva di secondo livello con la partecipazione del sindacato alle scelte delle imprese e dei lavoratori agli utili. Ma soprattutto più quota di salario rimessa alla volontà di imprenditori e sindacati, contro la cultura dei minimi retributivi stabiliti dal Ccnl.
In questo modo, le imprese avrebbero infatti possibilità di ancorare i salari al proprio trend produttivo, e i lavoratori sarebbero incentivati a produrre in misura maggiore. Invece, allo stato, le imprese sono obbligate a pagare retribuzioni stabilite da attori che si muovono su un palco che non vedono. E cosi, quelle piccole talora collassano; le grandi fanno resistenza a ricorrere alle retribuzioni premiali. Si tratterebbe, in fondo, di un esempio di “connettività” (2) tra imprenditori e sindacati, come quella già sperimentata negli altri Paesi, a partire dalla Germania sino alla Russia con il sindacato Iatuo Lukoil. Ma soprattutto, di una via che non conduce ad un bivio di nome Electrolux.
Ciro Cafiero
Collaboratore della cattedra di diritto del lavoro presso la Luiss e la Lumsa
(1) Per una più compiuta indagine sul ruolo e sull’evoluzione del sindacato, si veda M.Martone, Governo dell’Economia e azione sindacale in “Trattato di Diritto Commerciale e di Diritto Pubblico dell’Economia”, vol. XLII, diretto da F.Galgano, Padova, 2006
(2) In questo senso si veda F.Occhetta, La società italiana: tra sopravvivenza e innovazione, La Civiltà Cattolica, 18 gennaio 2014, 3926, pagg.119 e ss.
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