Riconoscere gli studenti ad alto potenziale cognitivo è un passo avanti. Arrivano percorsi personalizzati, formazione per i docenti e collaborazione tra scuola, famiglie e servizi per valorizzare le capacità individuali. Ma alcuni punti sono da chiarire.
Studenti plusdotati in cerca di scuola
Il 7 ottobre 2025 è stato approvato in prima lettura al Senato il disegno di legge n. 180-1041 “Disposizioni in favore degli alunni e degli studenti ad alto potenziale cognitivo e delega al governo per il riconoscimento dei medesimi”. In attesa dell’approvazione definitiva alla Camera, la rilevanza del passo normativo risiede nel colmare un grave vuoto legislativo: pur avendo riconosciuto la condizione di plusdotazione come bisogno educativo speciale (direttiva ministeriale 27.12.2012 e nota 562/2019), l’Italia non si era ancora mossa per allinearsi alle prescrizioni di oltre trent’anni orsono del Consiglio d’Europa (raccomandazione n. 1248, 27 ottobre 1994). Quel documento si esprimeva a favore dei bambini plusdotati, in quanto portatori di bisogni formativi particolari e quindi necessitanti di interventi mirati che permettano loro di “sviluppare pienamente le proprie capacità”, con un obiettivo individuale, relativo al benessere di ogni bambino, e un obiettivo rivolto alla società nel suo insieme, secondo cui “nessun paese può permettersi di sprecare dei talenti”.
Il paradosso della plusdotazione
Non esistono dati ufficiali e aggiornati sulla dimensione del fenomeno, il rapporto Eurydice Specific educational measures to promote all forms of giftedness at school in Europe riporta che, secondo stime e criteri usati nei diversi paesi, i bambini gifted rappresenterebbero circa il 3-10 per cento della popolazione scolastica. Molte migliaia di studenti mostrerebbero quindi una dotazione intellettiva significativamente superiore alla media, caratterizzata da apprendimento rapido, pensiero complesso, elevata metacognizione e spiccata creatività, vale a dire una costellazione di capacità e abilità che permettono di raggiungere risultati eccezionali in uno o più domini.
La plusdotazione, tuttavia, non è soltanto uno specifico tratto intellettivo, spesso è caratterizzata da uno sviluppo asincrono in cui abilità cognitive avanzate si accompagnano a ipersensibilità, forte empatia e a una percezione amplificata di gratificazione o frustrazione.
L’insieme di queste caratteristiche delinea il profilo di uno studente capace e ricettivo, ma spesso oppositivo perché autodeterminato, annoiato perché sottostimolato, distratto perché non interessato, isolato perché profondamente immerso in interessi che non condivide con i compagni. Questi comportamenti divergenti ostacolano l’inclusione, possono indurre disaffezione verso gli studi, underachievement e in ultimo anche abbandono scolastico.
La presenza di alunni con caratteristiche di plusdotazione rappresenta quindi una sfida per l’insegnante e per l’intero gruppo classe. Richiede la modulazione di attività didattiche, ma anche ludico-ricreative, che siano coinvolgenti e che al contempo favoriscano la strutturazione di relazioni positive con i compagni, rese difficili dalla complessità dei processi di adattamento a tempi e interessi differenti. L’eterogeneità delle manifestazioni dell’alto potenziale cognitivo, che non corrisponde tout court a top performance in tutte le discipline, delude inoltre false aspettative frequentemente diffuse e produce disorientamento e straniamento. La mancanza di formazione specifica obbligatoria per gli insegnanti costituisce un fattore critico, in quanto rende loro difficile riconoscere nei loro alunni tale condizione e predisporre risposte didattiche, motivazionali e relazionali adeguate. L’effetto è negativo non soltanto per i soggetti plusdotati, ignorati o sottovalutati o isolati, ma per l’intero gruppo classe che vede preclusa l’opportunità di includere compagni che sono preziosa risorsa per tutti.
Una nuova sfida per gli insegnanti, la scuola e non solo
Il Ddl n. 180-1041 introducendo la definizione di studente ad alto potenziale cognitivo (Apc) riconosce finalmente la necessità di valorizzare le capacità individuali attraverso la realizzazione di piani personalizzati. Prevede poi attività di formazione per i docenti, l’istituzione di un referente per l’alto potenziale cognitivo in ogni istituto, l’integrazione della plusdotazione nei percorsi universitari di ambito educativo e psicologico e la collaborazione tra famiglia, scuola e servizi sanitari. Sembra così centrare alcuni punti essenziali per intercettare tempestivamente la condizione di plusdotazione e sostenere il percorso di crescita di questi studenti nel modo più adeguato ai loro funzionamenti particolari.
Restano tuttavia alcuni elementi in attesa di chiarimento, in primo luogo la definizione della procedura finalizzata all’individuazione precoce e al riconoscimento degli alunni e degli studenti ad alto potenziale cognitivo, attraverso criteri multidisciplinari di natura sanitaria, pedagogica e psicologica, per la quale si rimanda con delega al governo a successivi decreti legislativi. Anche la fattibilità del piano di sperimentazione triennale di attività per l’inclusione scolastica attende di essere chiarita in termini di implementazione e strategie di distribuzione delle risorse. Resta inoltre da comprendere in che modo verranno valorizzate le iniziative già esistenti in alcuni contesti territoriali, ad esempio le reti di scuole (talvolta coordinate da “scuole polo”) quali la Rete A.P.C. nella provincia di Treviso, TalentInclusivi in Toscana, la Rete plusdotazione in Piemonte, nonché altre realtà quali LabTalento-Laboratorio Italiano di Ricerca e Sviluppo del Potenziale dell’Università di Pavia e i numerosi centri privati e associazioni scientifiche da tempo impegnati sul tema.
Si intravedono infine alcune criticità: la carenza di risorse economiche per la realizzazione della formazione docenti e l’assenza di indicazioni sui requisiti per l’individuazione dei referenti scolastici.
Occorrerà attendere gli ulteriori passaggi legislativi e applicativi per comprendere se queste disposizioni quadro forniranno risposta a un bisogno formativo a lungo misconosciuto. Senz’altro la novità legislativa segna l’esigenza di un cambiamento culturale dentro la scuola, ma non solo: l’abbandono di una concezione di bisogno educativo in termini esclusivamente rimediali, il superamento dello stereotipo secondo cui chi è dotato o molto dotato sia di per sé autonomo nell’affrontare le sfide formative, l’accento sulla promozione delle potenzialità.
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