Le tecnologie per la transizione verde sono mature, ma le emissioni continuano a crescere. Perché la diseguaglianza nella gestione delle catene globali del valore riduce gli incentivi alla decarbonizzazione e allontana gli obiettivi climatici.
Le tecnologie ci sono
La Cop30 di Belém si è chiusa con obiettivi ambiziosi, ma con pochi strumenti credibili per renderli vincolanti. Nel frattempo, la Casa Bianca ha formalizzato l’uscita dalla principale convenzione globale sul clima. Il divario tra l’urgenza della crisi climatica e la nostra capacità di trasformazione resta ampio.
A mancare non sono più le tecnologie: negli ultimi anni i costi delle energie rinnovabili sono diminuiti drasticamente, anche grazie all’ampio programma di investimenti avviato dalla Cina negli anni Dieci del XXI secolo. Dal punto di vista tecnologico, il sistema energetico globale è oggi molto più vicino a una configurazione low-carbon di quanto non fosse solo un decennio fa.
Eppure, come mostra la figura 1, nonostante i progressi in campo tecnologico, la traiettoria complessiva resta incompatibile con un percorso coerente con l’obiettivo di 1,5°C. La ragione è che la transizione energetica non è solo un problema di innovazione tecnologica: è, prima di tutto, una questione di economia politica.
Figura 1 – Costi livellati dell’energia rinnovabile (Lcoe) e capacità installata globale vs scenario 1,5°C.

Costi bassi, investimenti insufficienti
Il fatto che le rinnovabili siano diventate più economiche non implica che attirino investimenti sufficienti. I sistemi energetici esistenti sono integrati in strutture industriali, fiscali e regolatorie costruite attorno ai combustibili fossili. I mercati elettrici liberalizzati in molti paesi generano elevata volatilità dei prezzi e rendimenti incerti, scoraggiando gli investimenti.
Anche la crescente incertezza politica incide. Il ritorno di piattaforme politiche più ostili alla regolazione climatica – negli Usa e in Europa – aumenta l’incertezza sugli incentivi, gli standard e la durata delle politiche di supporto. In un settore caratterizzato da investimenti ad alta intensità di capitale e orizzonti lunghi, tutto ciò si traduce in rinvii e riduzioni degli investimenti, come testimonia il rallentamento degli impegni Esg da parte di alcuni fondi globali, come BlackRock.
Nuove dipendenze
C’è poi una seconda dimensione. Le principali economie guardano alla transizione verde come a una competizione industriale e geopolitica, e usano la politica industriale per proteggere filiere e catturare valore. Queste strategie si concentrano nei paesi ad alto reddito e in Cina, mentre per gran parte del Sud globale vincoli fiscali, costo del capitale e ridotto spazio di politica economica ne limitano l’adozione.
La geografia delle catene del valore verdi riflette queste asimmetrie. L’estrazione di minerali critici – come litio, cobalto, nichel e terre rare – è concentrata nel Sud del mondo, mentre raffinazione, trasformazione e integrazione in componenti ad alto valore aggiunto avvengono prevalentemente in Cina e nei paesi industrializzati.
La transizione verde rischia così di riprodurre schemi ben noti: il Sud fornisce materie prime e capacità produttiva a basso costo, mentre nel Nord e in Cina si concentrano tecnologia e rendite (figura 2).
Figura 2 – Distribuzione geografica delle catene del valore dei minerali critici

Queste disuguaglianze lungo filiere globalizzate incidono anche sulla capacità di ridurre le emissioni in modo coerente con gli obiettivi climatici. Quando valore aggiunto, tecnologia e potere decisionale si concentrano in pochi nodi della filiera, gli incentivi alla decarbonizzazione risultano frammentati. I paesi specializzati nelle fasi estrattive o a basso valore aggiunto affrontano vincoli fiscali e finanziari che limitano gli investimenti in tecnologie pulite, mentre quelli che catturano le rendite possono esternalizzare una quota significativa delle emissioni lungo la filiera.
Ne deriva un disallineamento sistematico tra chi sostiene i costi ambientali della produzione e chi controlla le scelte tecnologiche e di investimento. La figura 3 lo mostra in modo diretto: una maggiore quota di valore aggiunto catturato si associa, in media, a una minore intensità emissiva.
Il risultato è una transizione meno coordinata e più lenta, in cui le riduzioni di emissioni ottenute in alcuni segmenti della catena sono compensate dall’espansione di attività più emissive altrove. Senza una riorganizzazione delle catene del valore e una distribuzione più equilibrata delle capacità produttive e tecnologiche, rischiamo di mancare gli obiettivi climatici.
Figura 3 – Valore aggiunto catturato e intensità delle emissioni, per paese (scala logaritmica)

La transizione come sfida di sviluppo
In questo senso, la transizione energetica è anche una sfida di sviluppo. Senza politiche mirate di upgrading produttivo, molti paesi rischiano di restare confinati nei segmenti a basso valore aggiunto delle nuove filiere, anche a causa di vincoli fiscali, alto costo del capitale e regimi commerciali che limitano l’uso di strumenti di politica industriale.
Eppure, alcuni stati stanno sperimentando strumenti per modificare i rapporti di forza. In Brasile, Nova Indústria Brasil è strutturata attorno a missioni strategiche — come la decarbonizzazione dell’industria, lo sviluppo di batterie e mobilità elettrica, l’idrogeno verde e l’agroindustria sostenibile — che orientano strumenti di credito pubblico, appalti, incentivi e innovazione verso obiettivi produttivi e tecnologici di lungo periodo, piuttosto che verso singoli settori o imprese.
Un elemento cruciale riguarda la scala. Agire a livello nazionale è insufficiente per sostenere strategie di trasformazione in settori caratterizzati da forti economie di scala e da standard globali. Senza mercati ampi e coordinati, il rischio è che gli investimenti restino frammentati. Per questo, si rendono necessari coordinamento regionale – su domanda, finanziamento e pianificazione – e una riforma della finanza multilaterale orientata alla trasformazione di lungo periodo.
La transizione verde non produrrà convergenza automaticamente, rischia invece di cristallizzare le gerarchie esistenti. L’attuale organizzazione della produzione su scala globale contribuisce inoltre a rallentare la riduzione delle emissioni, riducendo gli incentivi alla decarbonizzazione. La mappa della nuova economia verde si sta disegnando ora e sarà determinata da come saranno organizzate le catene del valore e da chi controllerà capacità produttiva, tecnologia e istituzioni. Senza affrontare le asimmetrie strutturali esistenti, la transizione rischia di restare incompatibile con gli obiettivi climatici oltre che politicamente fragile.
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Piergiuseppe Fortunato è Senior Economist presso la Conferenza delle Nazioni Unite per il Commercio e lo Sviluppo (UNCTAD), dove dirige programmi su catene globali del valore, integrazione economica e trasformazione verde. È inoltre docente di politica economica presso l’Université de Neuchâtel. In precedenza ha lavorato presso gli uffici delle Nazioni Unite a New York e Ginevra, nonché per diverse università e istituti di ricerca, tra cui l’Università di Bologna, l’Université de Paris I Panthéon-Sorbonne e l’IAE Barcelona. Ha pubblicato estensivamente su riviste accademiche internazionali e collaborato con i governi di numerosi paesi in Asia, Africa ed America Latina, e partecipa attivamente al dialogo sulla governance economica globale in sedi multilaterali quali WTO, UFCCC COP, G20 ed OECD.
Verena Hinter Barros è economista e dirigente pubblica con una forte specializzazione in politiche industriali, tecnologiche e di innovazione. Attualmente è direttrice presso il Ministero della Scienza, Tecnologia e Innovazione (MCTI) del Brasile, nel Dipartimento di Governance e Indicatori di Scienza e Tecnologia. Tra il 2023 e il 2024 ha ricoperto il ruolo di Segretaria Esecutiva del Consiglio Nazionale per lo Sviluppo Industriale (CNDI), coordinando l’elaborazione della strategia Nova Indústria Brasil. In precedenza ha lavorato come consulente per la FAO e come consigliera governativa in Ecuador.
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