Uno studio mostra che con temperature più elevate aumentano le chiamate al 1522. Cresce anche il numero atteso di femminicidi. Sapere quando il termometro sale può aiutare nella programmazione dei servizi di prevenzione e di supporto alle vittime.
Un rischio meno visibile
Un’ondata di caldo opprime in questi giorni molti paesi europei e le cose non sembrano destinate a migliorare, anzi. Nei prossimi anni le temperature globali resteranno probabilmente vicine ai livelli record. Secondo l’aggiornamento pubblicato il 28 maggio 2026 dall’Organizzazione meteorologica mondiale, c’è una probabilità dell’86 per cento che almeno un anno, nel periodo tra il 2026 e il 2030, superi il 2024 come anno più caldo mai registrato. In Europa il riscaldamento procede a un ritmo più che doppio rispetto alla media globale.
Il caldo è di solito considerato una minaccia per la salute. Ma i suoi effetti possono estendersi ai comportamenti e alle relazioni sociali. Tra le conseguenze rientra anche la sicurezza delle donne.
La questione riguarda un fenomeno già molto diffuso. Secondo le stime preliminari Istat per il 2025, 6,4 milioni di donne italiane tra 16 e 75 anni, pari al 31,9 per cento, hanno subito almeno una violenza fisica o sessuale nel corso della vita.
Confrontare settimane, non territori
In un nostro recente studio analizziamo se le variazioni di breve periodo della temperatura aumentino il rischio di violenza contro le donne in Italia. Molti studi precedenti riguardano paesi a reddito medio o basso. Il caso italiano consente di verificare se la relazione emerge anche in un paese ad alto reddito, dotato di tutele formali e di una rete nazionale di supporto.
Lo studio combina dati settimanali provinciali tra il 2013 e il 2022 relativi a due indicatori: le chiamate effettuate direttamente dalle vittime al numero nazionale antiviolenza 1522 e i femminicidi censiti nei rapporti di Casa delle donne. A questi dati sono associate le informazioni meteorologiche e atmosferiche del programma europeo Copernicus.
Il confronto non avviene tra province più calde e più fredde. Per ciascuna provincia, le stime confrontano settimane insolitamente calde con settimane vicine alla media dello stesso mese, tenendo conto di pioggia, vento, inquinamento atmosferico, shock comuni a tutto il paese e condizioni locali. In questo modo, l’analisi isola l’effetto delle variazioni di breve periodo della temperatura.
Che cosa misurano i dati
Le chiamate al 1522 misurano la richiesta di aiuto da parte di donne che riescono – e decidono – di contattare il servizio. Possono riguardare una violenza già subita, una situazione di pericolo oppure la ricerca di informazioni e sostegno. Non coincidono quindi con il numero complessivo degli episodi di violenza.
I femminicidi rappresentano invece l’esito più estremo della violenza contro le donne. A differenza delle chiamate, la loro osservazione non dipende direttamente dalla decisione della vittima di rivolgersi ai servizi. I due indicatori colgono dunque dimensioni diverse e complementari: la richiesta di aiuto e la violenza letale.
Che cosa emerge
Le analisi mostrano che all’aumentare della media settimanale delle temperature massime, crescono le chiamate dirette delle vittime al 1522. Alle temperature più elevate aumenta anche il numero atteso di femminicidi. Le stime su questi ultimi sono però meno precise, perché riguardano eventi rari.
In particolare, le chiamate reagiscono soprattutto alla temperatura della stessa settimana, mentre non emerge un effetto ritardato statisticamente distinguibile della settimana precedente. I risultati sono inoltre più coerenti con un’esposizione al caldo distribuita nell’arco della settimana che con un singolo picco estremo.
Per verificare se una parte dell’effetto sia riconducibile alle condizioni notturne, l’analisi considera anche le temperature minime. Quando sono incluse insieme alle temperature massime, non emerge un loro effetto autonomo. Le stime sembrano quindi riflettere soprattutto l’esposizione complessiva al caldo. Poiché i dati non misurano il sonno, non consentono però di verificare direttamente un eventuale canale legato alla qualità del riposo.
Un fattore di rischio da integrare nella prevenzione
Il caldo non spiega la violenza contro le donne, ma può accrescere un rischio già presente. Poiché i periodi di temperature elevate sono in larga misura prevedibili, i risultati offrono un’indicazione concreta per la programmazione dei servizi di prevenzione e supporto.
I risultati non consentono di quantificare il fabbisogno di risorse aggiuntive, ma indicano l’utilità di un’allocazione più flessibile nel corso dell’anno. Nei periodi di maggiore esposizione al caldo può essere opportuno potenziare temporaneamente la capacità di risposta del 1522, dei centri antiviolenza e dei servizi sociali e sanitari, rafforzando le attività di informazione e il coordinamento tra le strutture coinvolte.
Le politiche di adattamento climatico dovrebbero quindi considerare non soltanto gli effetti del caldo sulla salute e sulla produttività, ma anche conseguenze sociali meno visibili, tra cui l’aumento del rischio di violenza contro le donne.
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Professoressa associata di Politica economica presso il Dipartimento per lo Sviluppo Sostenibile e la Transizione Ecologica dell’Università del Piemonte Orientale. Ha conseguito un dottorato di ricerca in Economia politica presso l’Università di Pavia. I suoi principali interessi scientifici riguardano l’economia dell’istruzione, l’economia del lavoro, le disuguaglianze e gli effetti socioeconomici del cambiamento climatico e della transizione ecologica. È Global Labor Organization Fellow e componente del comitato direttivo del Centro di Ricerca sul Lavoro «Carlo Dell’Aringa».
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