Aderire alla previdenza complementare conviene anche se si è a fine carriera. Le prime coorti di iscritti al Fondo Espero hanno maturato risorse superiori rispetto a chi non ha aderito, pur con un orizzonte di accumulazione limitato. Lo dicono i dati Inps.
Un esperimento naturale di vent’anni e passa
Chi ha aderito alla previdenza complementare nella scuola pubblica, anche tardi e con poco tempo per accumulare, alla fine ha avuto un vantaggio economico rispetto a chi non lo ha fatto. È la conclusione, tutt’altro che scontata, di un’analisi contenuta nel Rapporto annuale dell’Inps, che per la prima volta osserva gli esiti reali – non simulati – delle scelte previdenziali delle prime coorti di aderenti al Fondo Espero, il fondo pensione negoziale del comparto scuola.
Il Fondo Espero è operativo dal 2005 ed è stato il primo fondo negoziale di previdenza complementare del pubblico impiego. A oltre vent’anni dal suo avvio, le prime coorti di iscritti sono ormai arrivate alla pensione: questo permette all’Inps di superare l’approccio prevalente finora in letteratura – le simulazioni – e di guardare a dati di carriere effettivamente concluse.
Per i lavoratori pubblici ancora in regime di trattamento di fine servizio (Tfs), aderire al secondo pilastro comportava il passaggio al trattamento di fine rapporto (Tfr). La scelta non implica la perdita delle somme già maturate: il Tfs accumulato fino all’adesione resta cristallizzato e viene liquidato alla cessazione del servizio. Per le anzianità successive, invece, il Tfr maturato è ripartito tra una quota liquidata alla cessazione del servizio e una quota destinata alla previdenza complementare, che rimane contabilizzata dall’Inps come posizione virtuale ed è rivalutata sulla base dei rendimenti del Fondo Espero. A questa si aggiunge una posizione individuale presso il fondo e alimentata dai contributi del lavoratore e del datore di lavoro.
Adesione tardiva, in teoria poco conveniente
Il campione analizzato riguarda 83.194 cessazioni dal servizio per raggiungimento dei limiti di età nel comparto scuola tra il 2016 e il 2024. È una platea scelta apposta per osservare carriere sostanzialmente complete. Di questi lavoratori, 6.351 (il 7,6 per cento) avevano aderito al Fondo Espero, optando per il Tfr. L’adesione risulta più diffusa tra il personale non docente – 12,6 per cento tra gli assistenti, 11 per cento tra i collaboratori scolastici – e più contenuta tra i docenti della secondaria (5,4 per cento). Per genere, invece, i tassi di adesione risultano sostanzialmente analoghi tra uomini e donne.
Il dato più interessante riguarda però il quando: la gran parte degli aderenti si è iscritta nei primissimi anni di vita del Fondo, 2005-2006, con un’età media all’adesione di circa 53 anni. Ciò significa che, al momento della scelta, una parte consistente della carriera e del Tfs era già stata maturata e che l’orizzonte di accumulazione nella previdenza complementare era relativamente breve. In teoria, sono condizioni tutt’altro che ideali: un Tfs già in gran parte maturato e pochi anni di permanenza nel secondo pilastro avrebbero dovuto ridurre la convenienza relativa dell’adesione rispetto a restare nel regime tradizionale.
Il confronto con chi non ha aderito
Per valutare l’esito economico della scelta, l’Inps ha confrontato gli importi riconosciuti agli aderenti – costituiti dalla quota liquidata alla cessazione (comprensiva del Tfs maturato fino all’adesione e della quota di Tfr successivamente maturata e non destinata alla previdenza complementare) e dalla quota accantonata nella posizione previdenziale contabilizzata dall’Istituto, rivalutata secondo i rendimenti del Fondo Espero – con la liquidazione Tfs dei lavoratori non aderenti, ma comparabili per data di cessazione, anzianità contributiva, qualifica e imponibile pensionistico. Si tratta di un confronto tra soggetti resi il più possibile simili rispetto alle caratteristiche osservabili: non una stima causale in senso stretto, ma la prima evidenza empirica ottenuta da carriere effettivamente concluse. Il confronto è inoltre prudenziale, perché non include la posizione individuale presso il Fondo Espero, alimentata dai contributi del lavoratore e del datore di lavoro, nonché dai relativi rendimenti finanziari.
Il risultato: per tutti i profili professionali considerati, gli aderenti hanno ricevuto importi medi più elevati dei non aderenti comparabili. La posizione previdenziale mista cresce con il profilo professionale, da circa 43mila euro per i collaboratori scolastici a circa 82mila euro per le qualifiche più elevate. Nel complesso, il differenziale medio lordo a favore di chi ha aderito è di circa 10.300 euro, un vantaggio che tiene conto solo della quota liquidata e di quella virtuale gestite dall’Istituto, senza includere la posizione individuale presso il Fondo Espero e costituisce quindi, come detto, una misura prudenziale.
Anche tenendo conto della diversa tassazione – il Tfs gode di un trattamento fiscale più favorevole del Tfr – il vantaggio non si annulla: al netto delle imposte il differenziale medio si attesta intorno ai 6.600 euro.
Figura 1 – Importi netti medi alla cessazione per qualifica e scelta previdenziale

Un segnale per il pubblico impiego
Il punto centrale dell’analisi è che il risultato emerge nonostante condizioni tutt’altro che favorevoli: adesione tardiva, età elevata al momento dell’iscrizione e orizzonte di accumulazione breve. In queste condizioni ci si sarebbe potuti attendere che il limitato periodo di permanenza nel secondo pilastro e il fatto che gran parte del Tfs fosse già maturata limitassero o addirittura annullassero il vantaggio dell’adesione. L’evidenza empirica mostra invece che, anche in questo scenario, gli aderenti hanno maturato risorse complessivamente superiori rispetto ai non aderenti comparabili. Si tratta di un segnale che il potenziale del secondo pilastro nel pubblico impiego – dove la partecipazione resta ancora limitata, con un tasso di adesione pari a circa il 10 per cento dei potenziali aderenti nel comparto scuola – è probabilmente più ampio di quanto la bassa partecipazione osservata finora suggerisca.
Nel loro insieme, questi risultati suggeriscono che la limitata diffusione non sia riconducibile esclusivamente a una ridotta convenienza dello strumento, quanto presumibilmente ai ritardi con cui le innovazioni normative e istituzionali sono state recepite nel comparto pubblico rispetto a quello privato. Un esempio significativo è rappresentato dall’introduzione del meccanismo del silenzio-assenso per l’adesione alla previdenza complementare dei neoassunti. Mentre nel settore privato è operativo dal 2007, nel pubblico impiego è stato introdotto, per alcuni comparti, solo a partire dal 2021 e per quello della scuola appena dal 2023. Sulla base di questi elementi si può dire che l’attuale livello di partecipazione riflette non tanto un limite strutturale della previdenza complementare nel pubblico impiego, quanto piuttosto un percorso di sviluppo e diffusione ancora incompleto, lasciando intravedere significativi margini di crescita del secondo pilastro.
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È Professoressa Ordinaria di Economia Politica presso l'Università degli Studi di Napoli Parthenope e fellow del CEPR. Attualmente in aspettativa è dirigente presso la Direzione Centrale Studi e Ricerche dell'INPS. Si occupa prevalentemente di scelte di risparmio e investimento delle famiglie. Le idee e le opinioni espresse nei suoi articoli sono da attribuire esclusivamente all'autrice e non investono la responsabilità dell’Istituto di appartenenza.
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