I giudici hanno confermato la sospensione dell’attività dell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto. Per i lavoratori la situazione si fa critica. Però l’Istat registra la crescita degli occupati e della domanda di manodopera anche nel Mezzogiorno.

Il diritto dei cittadini alla salute prevale sull’esigenza di produrre acciaio

La corte d’appello di Milano nel mese di luglio, con decreto confermato in sede di reclamo, ha stabilito che entro ottobre l’area a caldo dello stabilimento di Taranto deve essere sospesa. Per due ragioni: deve essere rimosso integralmente l’amianto ancora presente negli impianti anche confinati (cowper); e occorre ricondurre l’emissione delle polveri sottili entro limiti di sicurezza.

Per la corte milanese tra il diritto dell’acciaieria all’esercizio dell’impresa autorizzata dalla pubblica amministrazione e quello dei cittadini alla salute e al rispetto del limite di tollerabilità delle immissioni di polveri sottili PM10 e PM2,5, non può che prevalere quest’ultimo (principio reiteratamente affermato, senza contrasti, dalla giurisprudenza di legittimità ed europea). La pubblica amministrazione con la sua autorizzazione e controllo (e qui il riferimento va all’autorizzazione integrata ambientale) non può ledere né affievolire, con i suoi provvedimenti di proroga e deroghe ai parametri di sicurezza, un diritto soggettivo fondamentale come quello alla salute.

In pratica il diritto alla salute, sancito dall’articolo 32 (e dall’articolo 9 per la tutela dell’ambiente nell’interesse delle future generazioni e dall’articolo 41) della Costituzione, opera anche nelle relazioni private, e limita l’esercizio dei pubblici poteri, nel senso che esso è vincolante anche per le amministrazioni pubbliche, le quali non hanno alcun potere, neppure per motivi di interesse pubblico, di pregiudicarlo direttamente o indirettamente.

È quindi illusorio pensare che in Italia si possa continuare a produrre acciaio primario ai danni di cittadini e lavoratori se non si cambia il sistema di produzione eliminando definitivamente l’amianto e le emissioni nocive che interessano l’area a caldo dello stabilimento di Taranto. È dal 2012 che se ne parla, ma nessuno finora è riuscito a rispettare questo principio sostituendo gli altoforni a combustibile fossile con i forni elettrici.

Va anche detto che lo stabilimento ex Ilva non produce solo acciaio: produce anche perdite per circa 20 milioni al mese. Tutte le società in amministrazione straordinaria sono in perdita. Il passivo di Acciaierie d’Italia spa si aggira attorno ai 5 miliardi, mentre quello dell’ex Ilva ammonta a circa 6,6 miliardi. Tra i creditori. oltre ai lavoratori, vi sono le banche, i fornitori (per esempio la Snam per il gas), lo stato (che ha prestato solo nell’ultimo anno 390 milioni ad Adi) e gli enti locali (per primo il comune di Taranto).

In una situazione di questo genere non è possibile pensare, come taluno fa, di accollare la massa debitoria allo Stato attraverso la nazionalizzazione. O di accollare il rischio di gestire lo stabilimento a “cordate” di operatori privati che non sarebbero certo in grado di pagare i debiti maturati fin qui e dovrebbero quindi comunque esserne esonerate.

Insomma, le soluzioni per l’attuazione del piano di decarbonizzazione presentato a novembre scorso dal governo non sono a portata di mano e la situazione è ormai divenuta ingestibile. Il punto è che lo spegnimento dell’area a caldo e con essa la cessazione della produzione di acciaio primario, comporterà inevitabilmente una dichiarazione di esubero anche dei lavoratori addetti allo stabilimento di Taranto.

Crescono gli occupati e le opportunità di lavoro anche nel Mezzogiorno

Nelle stesse ore in cui la magistratura milanese prendeva, suo malgrado, il posto della politica, l’Istat ci ha fatto sapere che nel secondo trimestre 2026, dopo il rallentamento del precedente trimestre, si è accentuata la crescita tendenziale del numero di occupati, che ha raggiunto 24 milioni 447mila unità (+246mila, +1 per cento rispetto all’anno scorso). Il tasso di disoccupazione è sceso al 5,9 per cento (-0,7 punti), per giunta con un calo più pronunciato tra le donne, i residenti nel Mezzogiorno e i giovani.

La diminuzione dei disoccupati riguarda sia quanti hanno precedenti esperienze di lavoro sia quanti sono alla ricerca della prima occupazione; la diminuzione coinvolge soprattutto coloro che cercano lavoro da almeno 12 mesi, la cui quota, sul totale dei disoccupati, scende al 47,7 per cento (-4,3 punti), per un totale di 731mila persone. Anche le rilevazioni mensili del sistema informativo Excelsior realizzate da Unioncamere in accordo con il ministero del Lavoro confermano il trend generale nazionale all’aumento della difficoltà di reperimento di personale da parte delle imprese (skill shortage) che nella regione Puglia nel periodo di luglio/settembre si esprime in un 38,5 per cento di vacancies che restano scoperte a lungo per difetto di offerta. E tra le professioni più ricercate nella regione compaiono quelle relative agli operai specializzati e conduttori di impianti e macchinari (entrate previste nel mese di settembre 11.680 con difficoltà di reperimento per mancanza di candidati pari al 27,9 per cento): una sorta di “serbatoio occupazionale” attualmente inutilizzato, che consentirebbe agevolmente di assorbire tutto il personale destinato a perdere il posto presso l’ex Ilva, se venissero attivati subito i percorsi personalizzati e gli incentivi economici adeguati per favorire e sostenere la mobilità dei lavoratori intra-regionale.

Questi numeri nel loro complesso sono incoraggianti e suggeriscono di pensare a un serio piano per la salvaguardia dei livelli occupazionali nella zona di Taranto. Se si guarda con attenzione al mismatch tra domanda e offerta di lavoro, al pensionamento dei baby boomer nei prossimi anni, all’obsolescenza dei profili professionali si capisce quanto importante, anche da un punto di vista macro-economico, sia mettere mano a un effettivo piano di riqualificazione e di ricollocazione dei lavoratori il cui posto di lavoro nell’acciaieria non ha più un futuro (ne ha scritto anche Pietro Ichino qualche anno fa).

Un piano per la riqualificazione e la ricollocazione

Fino a oggi nessun ente a ciò preposto (ministero del lavoro, Sviluppo lavoro Italia spa, Inapp, Regione Puglia) ha elaborato un piano di politiche attive per i lavoratori interessati dalla crisi dello stabilimento. Nel piano per la decarbonizzazione presentato a Palazzo Chigi lo scorso novembre ben 6mila lavoratori interni risultano in cassa integrazione. A questi vanno aggiunti i lavoratori dell’indotto. Nello stesso piano si dà atto di un Tavolo Taranto insediato al ministero delle Imprese e del made in Italy lo scorso maggio per la reindustrializzazione delle aree sia interne sia esterne allo stabilimento. L’idea è favorire l’insediamento di nuove imprese nel campo della carpenteria metallica, energie rinnovabili, logistica, innovazione digitale, automotive, ferrovie, nautica, agrivoltaico, idrogeno, eolico off shore e intelligenza artificiale. Nello stesso progetto il Governo e la Regione Puglia si sono impegnati a garantire l’attuazione del piano di decarbonizzazione in quattro anni e l’immediata disponibilità per realizzare l’impianto Dri (Direct Reduced Iron): un impianto di preridotto di ferro per la decarbonizzazione del sito siderurgico. Se avverrà per davvero, tra quattro anni potremmo dire che una parte, forse meno della metà, dei lavoratori attualmente in forza avranno continuato a lavorare nell’acciaieria. Ma per tutti gli altri occorrerà preparare servizi e misure di politica attiva, con particolare riferimento ai percorsi di riqualificazione e aggiornamento delle competenze, mirati al reimpiego di lavoratori appartenenti al bacino del siderurgico di Taranto, attraverso la cooperazione di tutti i soggetti competenti sopra indicati e l’integrazione delle risorse disponibili anche di fonte europea. I dati incoraggianti dell’Istat depongono a favore di una soluzione che non pesi più sui contribuenti, come è fin ora accaduto, con la cassa integrazione sine die e senza speranza, ma che dia un futuro occupazionale concreto ai lavoratori dell’acciaieria e all’intera città di Taranto.

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