Il fallimento della Silicon Valley Bank aveva spinto gli Usa verso un rafforzamento dei requisiti di capitale e vigilanza. Con il ritorno di Trump l’intento si è trasformato in un progetto di legge di segno opposto. Andrà in porto dopo il voto di Midterm?

Breve storia della crisi della Silicon Valley Bank

Nel 2023 si è verificata una delle più gravi crisi bancarie degli ultimi decenni. Ha avuto origine quando Silicon Valley Bank, sedicesima banca degli Stati Uniti, è fallita dopo la corsa agli sportelli più rapida di sempre.

A provocarla fu la combinazione di una base depositi precaria unita alle ingenti perdite sui titoli che Silicon Valley Bank aveva in portafoglio.

La banca era nata con l’intento di erogare servizi alle giovani startup nate appunto nell’area della Silicon Valley, e quasi quarant’anni dopo la fondazione manteneva una clientela fortemente concentrata nel settore dell’alta tecnologia. La grande maggioranza dei depositi della banca era di grandi dimensioni: il 94 per cento del totale non era assicurato, e correva quindi maggiori rischi di fronte alla possibilità di insolvenza dell’istituto.

La pandemia di Covid 19 aveva direttamente favorito le aziende clienti della banca, che beneficiarono della digitalizzazione forzata provocata dai lockdown. Così Silicon Valley Bank ricevette dal 2019 al 2021 un enorme afflusso di liquidità, che investì in titoli a reddito fisso, come quelli del Tesoro, prevalentemente a media e lunga scadenza.

I titoli a lunga scadenza sono più sensibili alle variazioni di tasso, e con l’aumento repentino dei tassi di interesse nel 2022, il valore del portafoglio titoli della banca crollò rapidamente, e innescò il panico tra i depositanti.

La crisi si è presto estesa a una parte considerevole del sistema bancario, obbligando le autorità a garantire i rimborsi di tutti i depositi delle banche fallite, anche quelli non assicurati. Secondo la ricostruzione di Andrew Metrick e Paul Schmelzing, le garanzie straordinarie messe in atto nel 2023 rappresentarono, in rapporto al Pil, uno dei più grandi interventi di rimborso dei depositi mai registrato, superato soltanto dalle misure adottate in occasione della crisi finanziaria del 2008.

Oltre a Silicon Valley Bank nel 2023 fallirono altre due banche di grandi dimensioni, Signature Bank e First Republic Bank. Sommate, le tre banche fallite nel 2023 superavano per attivi quelle delle 25 banche fallite nel 2008.

Ipotesi di riforma per superare le lacune di vigilanza

I rapporti della Federal Reserve individuarono importanti lacune delle autorità di vigilanza nella supervisione degli istituti falliti. Ad esempio, nel caso di Silicon Valley Bank, nel corso delle numerose ispezioni condotte tra il 2019 e il 2022 le autorità ne sottostimarono ripetutamente le vulnerabilità. Le valutazioni della banca infatti rimasero positive, pur in un contesto di progressivo deterioramento delle condizioni aziendali e di emersione di significativi rischi per la stabilità e la solidità finanziaria dell’istituto.

Inoltre, la rapidità della corsa agli sportelli di Silicon Valley Bank palesava l’inadeguatezza degli strumenti di vigilanza di fronte a un sistema bancario ormai ampiamente digitalizzato, che dava la possibilità ai clienti di ritirare direttamente da cellulare i propri depositi invece che doversi recare personalmente agli sportelli, aumentando così la rapidità dei deflussi.

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Ne sorse quindi un dibattito al fine di riformare il quadro regolamentare per correggere gli errori del 2023. La prima proposta di riforma fu presentata il 27 luglio 2023 su iniziativa di Michael Barr, vicepresidente della Fed per la vigilanza, nominato dall’amministrazione Biden.

Barr sosteneva che la deregolamentazione messa in atto dalla prima amministrazione Trump tra il 2018 e il 2019, che aveva allentato i requisiti di capitale per le banche, avesse svolto un ruolo decisivo nella crisi di settore e che pertanto andasse corretta in senso restrittivo. Le banche sono tenute al rispetto di soglie di capitale che impongono di finanziarsi con una quota minima di mezzi propri che assorbano le perdite prima che ricadano su depositanti e contribuenti.

Le nuove regole, applicabili solo alle banche con oltre 100 miliardi di dollari di attivi, avrebbero portato a un aumento patrimoniale aggregato stimato al 19 per cento circa per le maggiori istituzioni bancarie e al 16 per cento in media per le banche interessate.

La misura fu però tenacemente contrastata dagli istituti di credito. Ritenendosi di fronte a una norma capace di comprimere ingiustificatamente utili e capacità di credito, gli istituti bancari promossero una campagna di comunicazione pubblica che incluse la diffusione di spot pubblicitari durante le partite di football americano. Goldman Sachs, tra le banche più attive in questo tentativo, secondo i dati di OpenSecrets, registrò nel quarto trimestre del 2023 spese di lobbying per 2,68 milioni di dollari, un aumento di circa cinque volte sia rispetto al trimestre precedente sia al quarto trimestre del 2022.

Nel settembre 2024 Barr presentò una rivisitazione del piano, che avrebbe portato a un incremento di capitale complessivo per le maggiori banche del 9 per cento rispetto al 19 per cento iniziale. Tuttavia, le difficoltà tra gli enti regolatori a concordare una linea comune prolungarono i tempi di approvazione, e la proposta passò al vaglio della seconda amministrazione Trump.

Il 6 gennaio 2025 Barr annunciò le proprie dimissioni dal ruolo di vicepresidente della Federal Reserve per la vigilanza, e al suo posto venne nominata dal Senato una voce critica dell’inasprimento della regolamentazione bancaria e più vicina alla nuova amministrazione, Michelle Bowman.

La controriforma di Bowman

Sotto la guida di Bowman, la traiettoria della riforma si è definitivamente allontanata dalle prime ipotesi promosse dal suo predecessore e ora prevede una riduzione, e non un aumento, del capitale regolamentare: circa il 4,8 per cento per le banche superiori ai 250 miliardi di attivi, il 5,2 per cento per le banche comprese tra i 100 e i 250 miliardi di attivi, e il 7,8 per cento per gli istituti minori, in base al memo dello staff della Fed al Board del 19 marzo 2026.

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Secondo Reuters, in una mail ai dipendenti, Bowman avrebbe inoltre annunciato l’intenzione di ridurre il personale della divisione Supervision & Regulation di circa il 30 per cento. La riduzione costituirebbe un ulteriore passaggio in direzione opposta rispetto a quanto sostenuto dalla precedente amministrazione della Fed, che riteneva la scarsità del personale di vigilanza causa concomitante delle crisi del 2023.

Vantaggi e rischi

La proposta resta soggetta ai riscontri definitivi del settore finanziario e non è ancora chiaro quando potrà essere formalizzata. Il risultato delle elezioni di Midterm 2026 potrebbe complicare il processo: i Democratici controllano ora il Congresso e potrebbero utilizzare il proprio peso politico per contrastare le modifiche in discussione.

In base a quanto dichiarato dalle principali associazioni bancarie statunitensi (Aba, Bank Policy Institute, Consumer Bankers Association, Financial Services Forum e National Bankers Association), la riforma consentirebbe alle banche di erogare più credito a imprese e famiglie sostenendo la crescita economica, soprattutto in una fase di instabilità economica (tassi in aumento e inflazione superiore all’obiettivo) e geopolitica. Il potenziale divario regolamentare che si creerebbe rispetto ai concorrenti europei e britannici potrebbe inoltre accrescere il vantaggio competitivo degli istituti capaci di operare a livello internazionale, con effetti presumibilmente destinati a ripartirsi, almeno in parte, sul resto dell’economia.

Allo stesso tempo, come la crisi del 2023 ha dimostrato, il rischio di una propagazione sistemica del contagio resta sempre presente.

Data la crescente interconnessione non solo tra le banche, ma anche tra le maggiori aziende del paese, spesso legate da rapporti di investimento incrociati, l’insolvenza di un singolo istituto, o la semplice diffusione di un clima di sfiducia, oggi più che mai amplificabile attraverso i social media, potrebbe innescare gravi ripercussioni sull’intera economia nazionale.

Dal momento che un episodio quale il fallimento di Silicon Valley Bank si è verificato già in un contesto deregolamentato, si può presupporre che si ripetano negli anni a venire, in assenza di un intervento regolatore su questo fronte, e data la plausibile crescente discrepanza di risorse tra gli apparati di vigilanza e un settore finanziario sempre più digitalizzato.

Resta da chiedersi, a questo punto, se le autorità siano disposte ad accettare tale rischio, e se i vantaggi, in termini economici, politici e finanziari, derivanti dal maggior margine di manovra concesso alle banche, superino i danni potenziali generati dal ripetersi di fenomeni analoghi a quanto vissuto nel 2023.

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