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Una mappa dei servizi per rivitalizzare le aree interne

Le aree interne continuano a perdere abitanti. La ragione è forse nella difficoltà a raggiungere i servizi essenziali. Per distribuirli in modo da favorire processi di rivitalizzazione possono essere d’aiuto le politiche di coesione. I dati sul Piemonte.

La classificazione Istat e le dinamiche demografiche

Cosa si intende per “aree interne”? L’Istat individua per prima cosa i “poli”, ovvero i comuni nei quali è presente un’offerta congiunta di tre servizi essenziali come salute, istruzione e mobilità. Tutti gli altri comuni sono poi classificati in base alla loro distanza dai poli (tempi medi effettivi di percorrenza stradale), in quattro fasce: cintura, intermedi, periferici, ultraperiferici.

I comuni classificati come intermedi, periferici e ultraperiferici fanno parte delle cosiddette aree Interne.

Tra il 2001 e il 2011 la popolazione italiana è aumentata di circa il 4 per cento. L’aumento si è distribuito soprattutto nei comuni di cintura e in quelli intermedi. Si è quindi verificata un’urbanizzazione sostenuta e diffusa al di fuori dei centri urbani. La popolazione è leggermente aumentata nei poli ed è diminuita in maniera decisamente marcata nei comuni periferici e ultraperiferici. Il fenomeno è stato particolarmente evidente in Piemonte e in Liguria, che di fatto hanno anticipato la tendenza già dai primi anni Settanta.

Nel decennio successivo la popolazione italiana è diminuita dello 0,7 per cento. Nei poli si è verificato un leggero aumento, mentre si è registrata una forte decrescita nei comuni periferici, ultraperiferici e intermedi. I comuni limitrofi ai poli (cintura) sembrano essere rimasti stabili.

Poiché Piemonte e Liguria sembrano anticipare tendenze che si ritrovano poi su tutto il territorio nazionale, è utile analizzare ciò che è avvenuto nel decennio 2011-2022 in una di esse, il Piemonte.

Il calo della popolazione in Piemonte

Nel periodo che va dal 2011 al 2021 (tabella 1) vi è stata in Piemonte una generalizzata contrazione (-2,6 per cento) della popolazione residente, molto più marcata di quella nazionale. A differenza del periodo 2001-2011, perdono popolazione le aree limitrofe ai poli, le cosiddette cinture (-2,4 per cento). Il dato del Piemonte è in questo caso in controtendenza con quello nazionale, dove la popolazione delle aree limitrofe rimane sullo stesso livello del decennio precedente. Le uniche aree che in Piemonte perdono meno della media sono i poli. Quindi, in termini relativi, abbiamo una maggiore concentrazione nelle aree urbane. Questo potrebbe essere dovuto alla maggiore facilità di accesso ai servizi essenziali a fronte anche dell’evoluzione della situazione occupazionale.

L’accesso ai servizi essenziali

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Per valutare questa ipotesi può essere utile evidenziare alcune relazioni tra spopolamento nei comuni e distanza dai servizi essenziali in Piemonte e in altre regioni simili (come Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto). Utilizziamo un indicatore di accessibilità, calcolato in termini di minuti di percorrenza rispetto al polo (centro di offerta di servizi) più prossimo. In Piemonte (figura 1) la relazione tra declino demografico e distanza dai servizi essenziali sembra esserci, anche se non particolarmente forte. In Emilia-Romagna e Lombardia l’evidenza sembra più solida. Questo riflette il fatto che le aree molto periferiche del Piemonte registrano sì un decremento della popolazione, ma lo stesso accade anche per le aree meno periferiche, le cosiddette intermedie, e per la cintura – che erano le zone cresciute di più nel decennio precedente. In Piemonte, quindi, sembra esserci un decremento di popolazione, in parte dovuto alla marginalizzazione delle aree interne e in parte dovuto allo svuotamento di aree limitrofe ai poli, soprattutto a Torino, con la perdita di molti posti di lavoro, che inducevano a risiedere nei comuni della cintura del torinese. Alcune delle province in cui il calo di popolazione è stato più netto nello stesso periodo 2011-2021, come il Biellese, il Verbano-Cusio-Ossola e l’Alessandrino, che non appartengono alle cosiddette aree interne, hanno subito cali di popolazione superiori al 6 per cento.

Figura 1 – Variazione della popolazione residente su base comunale e accessibilità ai servizi essenziali nei poli delle aree interne. Periodo 2011-2022.

Fonte: elaborazioni su dati Istat

Ciò non toglie che il fenomeno dello spopolamento dei comuni appartenenti alle aree interne registrato in tutta Italia, e in Piemonte, sia stato molto importante nel periodo 2001-2011, e che sia continuato con notevole intensità anche nel decennio successivo.

Dove investire le risorse

Due temi sembrano meritevoli di approfondimento. Da un lato, la necessità di valutare attentamente l’efficacia delle politiche realizzate con i fondi strutturali e di investimento europei (Sie) a sostegno delle aree interne durante il ciclo di programmazione appena concluso (2014-2020). Secondo i dati pubblicati sul sito Open Coesione, il totale dei costi pubblici monitorati per i progetti aree interne ammonta a poco meno di 410 milioni (limitando il calcolo alle risorse Sie).

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L’altro tema è una riflessione ulteriore sul legame tra spopolamento e disponibilità di servizi essenziali nei comuni delle aree interne e su quale ruolo questo debba assumere nelle politiche di supporto ai processi di rivitalizzazione dei luoghi, tenuto conto della netta caduta di residenti anche in comuni con un’altra classificazione.

L’attenzione deve essere rivolta alle strategie, e alla governance di queste, che animano le diverse politiche per la coesione e lo sviluppo locale finanziate da risorse Sie nel ciclo di programmazione in corso (e in quelli che verranno), tenendo conto della natura multidimensionale dei processi di sviluppo locale, e della necessità di far interagire differenti politiche settoriali alla scala sub-regionale. Limitandoci alla politica infrastrutturale, è urgente una seria ricognizione delle infrastrutture esistenti sul territorio per mappare la fornitura dei servizi essenziali tra aree interne, poli e aree intermedie. Ciò consentirebbe di capire quali e quanti divari di infrastrutture bisogna coprire per garantire a tutti i cittadini che vivono sul territorio italiano i famosi livelli essenziali di assistenza, senza doverli discriminare a seconda del luogo di residenza.

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  1. Savino

    Bisogna pensare a nuove forme di urbanizzazione diffusa, che, con l’ausilio della mobilità delle persone attraverso un trasporto pubblico efficiente, creino accorpamenti tra gli attuali Comuni, ormai superati ed antistorici. E’ assurdo che il Piemonte continui ad avere quasi 1.200 Comuni, alcuni dei quali di poche decine di abitanti, nei fatti non amministrabili. In Italia circa 8.000 Comuni sono troppi e non funzionali per garantire servizi. Il bacino ottimale per garantire servizi minimi è compreso tra i 20.000 e i 30.000 abitanti. Si potrebbe ridurre il numero dei Comuni di un 50-55% se si abbandonassero campanilismi e attaccamento a poltroncine e sgabelli. Si avrebbero, così, risparmio di risorse pubbliche ed efficienza.

    • L22

      Sono d’accordo.

      Questa sarebbe una delle prime riforme che farei io, insieme a:
      – eliminazione della UE,
      – eliminazione della BCE/BI,
      – eliminazione di tutte le agenzie indipendenti,
      – eliminazione delle regioni/provincie,
      – ciclo elettorale di 1 anno con elezione diretta del governo con livello di spesa già definito e approvato per l’anno,
      – rinnovo di un quinto dei parlamentari ogni anno (durata mandato 5 anni).

      Immaginate che semplificazione. Un sogno!!!

  2. marco costa

    Molto interessante. Al di là di tutto manca la decisione politica di base: lo stato dovrebbe incoraggiare l’accentramento o la diffusione della popolazione, favorire lo spopolamento montano/periferico o cercare di trattenere la popolazione? Credo che nessun partito se la senta di impegnarsi in una tale discussione. Notoriamente le forze politiche non riescono a ragionare sui tempi lunghi: si limitano a una legislatura o poco più.

  3. bob

    Le zone interne almeno quelle da 400 mt s.l.m in su dovevano avere per i residenti una condizione se non uguale simile alla politica dei “masi” in Alto Adige. Sia in termini di agevolazioni e supporti , sia con un piano di sviluppo lungimirante che sviluppasse le risorse del territorio. Ma per un misera e patetica “classe politica” era chiedere troppo. Si è preferito fare 4 capannoni nelle periferie della grandi città e alimentare un immigrazione che ha svuotato i territori. Mio padre per farmi prendere uno straccio di diploma 40 anni fa si è dissanguato per tenermi in città. L’ agricoltura Appenninica andava supportata con un programma dedicato che si sarebbe potuto fare viste le tecnologie moderne . Oggi abbiamo un deserto di campi incolti, di centri spopolati. La politica furbastra del consenso localistico, del rattoppo, dell’ottusità congenita ha portato a questo disastro

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