Le ripercussioni dei dazi americani sui prodotti italiani non si vedranno subito, ma nel lungo periodo, con alcuni settori che saranno particolarmente colpiti. Favorire la transizione della produzione verso nuovi mercati sarà una sfida di tutta la Ue.
La situazione nel breve periodo
Una domanda diffusa nell’opinione pubblica è se gli attesi dazi sulle esportazioni europee negli Usa possano generare effetti significativi sull’export italiano.
Nel 2024, le esportazioni italiane verso gli Stati Uniti hanno raggiunto il valore di circa 73 miliardi di euro, in continua ascesa dal 2013. Un valore significativo. Gli Usa rappresentano il terzo partner commerciale per l’Italia con il 9 per cento del totale, dopo la Germania (12 per cento) e Francia (10 per cento).
Supponiamo che le aziende italiane si trovino a fronteggiare dazi medi del 20 per cento sul proprio export negli Usa. Per calcolare il possibile effetto sulle esportazioni, ci sono due margini da considerare. Primo, quanto del dazio sarà trasferito sul prezzo finale al consumatore americano e quanto invece sarà assorbito da riduzioni di margini (markups). Questo effetto è comunemente definito di “pass-through”. Basandoci su stime recenti, assumiamo che un dazio del 20 per cento venga trasferito per due terzi sul prezzo applicato nel mercato americano dalle imprese importatrici. Questo implica un aumento di prezzo del 20 X 2/3= 15 per cento.
Il secondo margine riguarda la cosiddetta elasticità di sostituzione del commercio. L’elasticità di sostituzione misura la facilità con cui gli importatori (e quindi i consumatori locali) riorientano la domanda per un dato prodotto tra diversi paesi di origine in risposta alle variazioni relative dei prezzi. In altre parole, se il prezzo del formaggio grana italiano esportato negli Usa aumenta del 15 per cento con quale intensità la domanda degli importatori americani si rivolgerà verso altri tipi di formaggio (americano o non)?
Un’elasticità di breve periodo riflette in genere una sostituzione immediata o entro un anno (con fornitori e prodotti esistenti), mentre un’elasticità di lungo periodo tiene conto di una serie complessa di eventi legati all’aggiustamento dei mercati nel tempo (ad esempio, entrata/uscita di imprese dal mercato o cambiamenti nella differenziazione del prodotto). La ricerca empirica mostra che le elasticità del commercio di breve periodo sono significativamente inferiori alle elasticità di lungo periodo.
La tabella 1 riassume le stime di elasticità mediana per le principali categorie di esportazione italiane negli Stati Uniti, basandosi su una meta-analisi di diversi studi. Uno degli studi, commissionato dal Parlamento europeo, è stato condotto dal sottoscritto insieme ad altri economisti italiani
È cruciale la distinzione tra breve e lungo periodo. Nel breve periodo le elasticità di sostituzione del commercio sono generalmente basse, anche se variano da prodotto a prodotto. Nel lungo periodo, quando i mercati tendono ad aggiustarsi con l’ingresso di nuovi produttori, le elasticità possono invece essere molto elevate (e con margini di incertezza molto più ampi).
I principali settori di esportazione dell’Italia verso gli Stati Uniti, riportati nella tabella, mostrano generalmente basse elasticità a breve termine (spesso minori di 1), indicando una domanda di importazione relativamente inelastica nell’immediato. Ciò riflette una specializzazione delle imprese italiane spesso in prodotti di nicchia e altamente differenziati, non facili da sostituire nel breve periodo, sia per ragioni di domanda (le preferenze dei consumatori americani che intrinsecamente preferiscono l’olio di oliva italiano a quello americano o spagnolo) sia per ragioni di offerta (assenza di imprese americane o estere in grado di produrre lo stesso bene nel breve periodo). Nel lungo periodo le stime dell’elasticità crescono però in modo significativo e divergono molto tra settori. I mercati reagiscono: le preferenze dei consumatori evolvono, nuove imprese si affacciano sul mercato.
Utilizzando queste stime per l’elasticità del commercio a livello settoriale, e assumendo (come già detto) un “pass-through” dei dazi sui prezzi del 75 per cento, possiamo ottenere una stima della possibile contrazione nelle esportazioni per ciascun prodotto. La tabella 2 riporta le stime di breve periodo. La contrazione complessiva nei principali settori di esportazione italiane, in un orizzonte di un anno, sarebbe di circa 6 miliardi di euro. Un numero relativamente contenuto e certamente sostenibile dal settore italiano dell’export. Ciò riflette una relativa difficoltà (nel breve periodo) a sostituire i prodotti italiani, spesso molto differenziati, con prodotti simili negli Usa o provenienti da altri paesi.
Un ulteriore aspetto da considerare è che queste stime non tengono conto dei probabili effetti sui tassi di cambio. L’imposizione di dazi da parte degli Usa produrrà un naturale deprezzamento dell’euro rispetto al dollaro, attutendo nel breve periodo l’impatto negativo delle tariffe sulla domanda di export. Nello studio da noi elaborato suggeriamo infatti una posizione espansiva della politica monetaria della Bce proprio per favorire indirettamente un relativo deprezzamento dell’euro.
Cosa succede nel lungo periodo
Nel lungo periodo le stime di contrazione dell’export sono nettamente amplificate (tabella 3). Sotto l’ipotesi che i dazi vengano mantenuti in modo molto persistente nel tempo, ciò può indurre le esportazioni in alcuni settori ad azzerarsi. Si tratta di quei casi, come i settori dei macchinari o dei veicoli, in cui l’elasticità del commercio di lungo periodo è così alta che la perdita nelle esportazioni è stimata essere più grande dell’ammontare delle esportazioni stesse nel 2024.
Lo scenario di lungo periodo è certamente molto più incerto e dipende da diversi fattori: altri tipi di politiche industriali messe in atto, evoluzione dei tassi di cambio, ingresso di imprese sul mercato. Il messaggio però è che i dazi potrebbero rimanere a lungo in alcuni settori specifici. Mentre l’effetto aggregato sarà probabilmente contenuto, esso può celare importanti differenze tra settori. In alcuni, la riduzione dell’export potrebbe essere molto significativa, e avere effetti rilevanti sull’occupazione domestica. È il caso, ad esempio, del settore dei macchinari e dei veicoli. Mettere in atto politiche di sostegno a questi settori per favorire la transizione della produzione verso nuovi mercati sarà una sfida non solo italiana, ma di tutta l’Unione europea.
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