In sé la frase inserita dal governo nella legge di bilancio sulle riserve auree significa poco. Ma rivela che il conflitto in questa fase di integrazione europea si sposta dalle decisioni economiche al piano della rappresentazione politica del potere.
L’oro nella legge di bilancio
La disposizione inserita nella legge di bilancio 2026, secondo cui le riserve auree gestite e detenute dalla Banca d’Italia “appartengono al popolo italiano”, si presta a una lettura che va oltre la cronaca politico-parlamentare e investe nodi strutturali del diritto monetario europeo, del rapporto tra sovranità statale e indipendenza delle autorità tecniche, nonché della funzione simbolica della politica economica in contesti di vincolo esterno stringente. La proposta normativa, pur nella sua apparente innocuità contabile, assume rilievo soprattutto per ciò che rappresenta sul piano giuridico-costituzionale e per il messaggio politico che intende veicolare, più che per i suoi effetti materiali, che restano pressoché nulli.
Sotto il profilo strettamente giuridico, l’affermazione secondo cui le riserve auree “appartengono allo stato, in nome del popolo italiano” non introduce alcuna innovazione sostanziale nell’ordinamento. Già oggi l’oro detenuto da Banca d’Italia è qualificabile come patrimonio pubblico in senso lato, ma si tratta di un patrimonio funzionalizzato, sottratto alla disponibilità dell’esecutivo e inserito in un regime di gestione rigidamente vincolato dai Trattati europei. La distinzione, centrale nel diritto pubblico dell’economia, tra titolarità formale e potere di disposizione trova qui una delle sue applicazioni più nette: anche ammettendo una titolarità statale delle riserve, la gestione resta prerogativa della banca centrale nazionale nell’ambito del Sistema europeo delle banche centrali e, in ultima istanza, soggetta al coordinamento e all’autorizzazione della Banca centrale europea. In questo senso, l’emendamento appare come una norma dichiarativa, priva di reale portata precettiva.
Indipendenza e vincoli europei
Le perplessità espresse dalla Bce si collocano precisamente su questo crinale. Non è tanto l’affermazione della proprietà in sé a risultare problematica, quanto il rischio, anche solo potenziale, che una simile formulazione possa essere interpretata come un indebolimento dell’indipendenza della Banca centrale, principio cardine dell’architettura dell’Eurozona e presidio essenziale contro l’uso politico della leva monetaria. L’insistenza di Francoforte sulla mancanza di una chiara finalità normativa segnala un disagio istituzionale più profondo: l’introduzione, in una legge di bilancio, di disposizioni dal forte contenuto simbolico ma dall’incerta utilità giuridica alimenta un’ambiguità che i Trattati mirano esplicitamente a prevenire.
La riformulazione operata dal ministero dell’Economia, con il richiamo espresso alla prevalenza del diritto europeo e agli articoli 127 e 130 del Tfue, ha avuto l’effetto di sterilizzare ulteriormente l’emendamento, confermandone la natura essenzialmente politica. In tal modo, la norma finisce per ribadire ciò che già discende dall’ordinamento vigente: le riserve auree non sono uno strumento di politica fiscale e non possono essere utilizzate per finanziare la spesa pubblica, neppure con il consenso della banca centrale nazionale. Il divieto di finanziamento monetario degli stati non è un tecnicismo, ma uno dei pilastri della stabilità dell’unione monetaria, costruito anche sulla base delle esperienze storiche di inflazione e instabilità finanziaria.
Significato politico
Il richiamo comparato alle esperienze di altri paesi rafforza questa conclusione. Le dismissioni di riserve auree effettuate tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila da Regno Unito, Francia, Svizzera e Spagna, spesso in fasi di prezzo sfavorevole, sono oggi generalmente lette come scelte miopi, dettate da esigenze contingenti di bilancio. Il successivo riposizionamento dell’oro come bene rifugio, soprattutto dopo la crisi finanziaria globale, ha reso evidente come le riserve auree svolgano una funzione di garanzia sistemica e reputazionale più che di immediata monetizzazione. In questo quadro, la decisione italiana di non vendere le proprie riserve, che collocano il paese ai vertici mondiali per consistenza, appare coerente con una strategia di lungo periodo orientata alla credibilità finanziaria.
L’ipotesi, evocata nel dibattito pubblico, di un utilizzo dell’oro per finanziare grandi opere o riduzioni fiscali avrebbe conseguenze profondamente destabilizzanti. Segnalerebbe ai mercati una difficoltà strutturale di accesso al finanziamento ordinario e aprirebbe un conflitto istituzionale con l’Eurosistema, mettendo in discussione il delicato equilibrio tra politica democratica e autorità indipendenti. Non a caso, una simile prospettiva non è realmente contemplata neppure dal ministro dell’Economia, che appare consapevole dei costi sistemici di una scelta di questo tipo.
In definitiva, la disposizione sull’oro di Bankitalia si configura come un atto eminentemente simbolico, funzionale a una narrazione sovranista che mira a rivendicare spazi di autonomia statale all’interno di un quadro europeo fortemente vincolato. Il “risultato politico” cui il governo aspira non risiede nella modifica degli assetti giuridici o finanziari, bensì nella capacità di presentare l’iniziativa come un’affermazione di principio, anche a costo di introdurre nel sistema una norma ridondante e potenzialmente ambigua. Proprio la tensione tra simbolismo politico e razionalità istituzionale costituisce il dato più interessante della vicenda, rivelando come, nell’attuale fase dell’integrazione europea, il conflitto si giochi sempre meno sul terreno delle scelte economiche effettive e sempre più su quello della rappresentazione del potere e dei suoi limiti.
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Bobcar
Scusate, ma non vi seguo. Perché vendere le riserve auree per ridurre il debito pubblico sarebbe sbagliato? o anche vendere l’oro e acquistare prodotti finanziari tipo ETF di valore equivalente? l’oro non produce niente, non emette cedole o dividendi, i suoi usi industriali sono minimi, è un materiale il cui valore discende da pura superstizione.