C’è qualcosa di nuovo negli ultimi dati sull’occupazione?

I dati Istat dell’indagine continua sulle forze di lavoro di dicembre, seppur provvisori, danno alcune indicazioni sulle tendenze in atto. La crescita dell’occupazione si è fermata. Sale il contributo dei lavoratori senior e il lavoro autonomo recupera.

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La crescita dell’occupazione si è fermata

Dalla pubblicazione dei dati Istat di dicembre 2025 dell’indagine continua sulle forze di lavoro – seppur essenziali e provvisori – si ricavano alcune indicazioni di rilievo sulle tendenze in corso.

La crescita dell’occupazione in età 15-64 anni (quella dei confronti europei) si è fermata (o in versione più positiva: si è consolidata).

Il confronto utile è sempre quello con i dati 2019, pre-Covid. Il recupero veloce e la successiva espansione, proseguita fino alla prima metà del 2024, si è via via affievolita o incrinata, aggirandosi attorno al livello di 23,2 milioni di occupati (figura 1). E ciò pur in presenza di sostanziale stabilità della popolazione in età di lavoro, rimasta nell’ultimo biennio attorno ai 37,2 milioni. Tant’è che anche il tasso di occupazione – che ad agosto 2024 era arrivato per la prima volta a 62,5 – a fine 2025 è ancora lì.

Se l’occupazione totale è ancora marginalmente migliorata – attestandosi negli ultimi dati attorno a 24,1-24,2 milioni – è per effetto del contributo degli over 64 (anche pensionati) che nel 2025 sono stati circa centomila in più rispetto al 2024. Attualmente non sono lontani da un milione di unità.

Il contributo dei lavoratori senior

Sono cresciuti soprattutto i tassi di occupazione dei giovani 25-34 anni e dei senior 50-64 anni, ma in valori assoluti è il contributo di questi ultimi quello che conta: nel periodo post-Covid è cresciuto più velocemente del declino dei pensionamenti.

Se distinguiamo le dinamiche per grandi classi di età, vediamo che il tasso di occupazione (figura 2) è nettamente migliorato, fino al 2023, soprattutto per i giovani 25-34 anni: circa 7 punti in più rispetto al 2019; poi si è stabilizzato sul livello raggiunto. Ha continuato invece la sua crescita quasi lineare il tasso di occupazione dei 50-64enni, mentre quello degli adulti 35-49 anni ha messo a segno un miglioramento significativo ma inferiore (circa 4 punti percentuali in più, dovuto soprattutto alla crescita dell’occupazione femminile). Per quanto riguarda i giovanissimi (15-24 anni) vediamo dal 2023 un ripiegamento con il ritorno al livello del 2019: ma l’interpretazione non è di segno univoco (quantomeno fino a 18 anni, ad esempio, si potrebbe auspicare un tasso di occupazione tendente a zero) e richiede valutazioni specifiche, in relazione ad altri indicatori (istruzione in primis).

La dinamica dei tassi di occupazione non si rispecchia nella dinamica dei valori assoluti, che sono trascinati dalla demografia, ben oltre le preferenze e le opportunità emergenti nel mercato del lavoro: infatti (figura 3) il volume di occupazione è sostenuto soprattutto (quasi esclusivamente) dagli over 50 (1,5 milioni in più) mentre gli adulti (35-49 anni) sono diminuiti di 900mila unità. Anche i giovani 25-34 anni sono aumentati (circa 250mila in più rispetto al 2019): ha influito pure l’apporto degli immigrati.

Inevitabile la domanda su quanto l’incremento degli occupati nelle classi di età al termine della vita lavorativa sia dovuto all’irrigidimento dei requisiti pensionistici.

Ovvio che ci sia correlazione (figura 4): la disponibilità di una rendita riduce per definizione, o quantomeno rimodula, la partecipazione al mercato del lavoro, soprattutto per le posizioni più faticose, noiose e meno apprezzate socialmente. Ma ciò non spiega tutta la crescita dei tassi di occupazione e degli occupati nelle classi di età più elevate: la loro partecipazione, infatti, è aumentata anche in risposta ad ampi cambiamenti strutturali (tipologie di occupazioni, scomposizione delle famiglie, partecipazione delle donne, ritardi nell’ingresso nel mercato del lavoro).

Se guardiamo a tutto il periodo successivo alla legge Monti-Fornero, osserviamo che il tasso di occupazione per la classe 55-64 anni è salito dal 40 per cento del 2012 al 60 per cento del 2024 e contemporaneamente l’incidenza dei pensionati da lavoro (vecchiaia e anzianità) per la medesima classe di età è scesa dal 30 al 10 Per cento. Ma la simmetria tra le due dinamiche è tutta dovuta all’impatto del primo periodo: la quota di pensionati è scesa velocemente fino al 2018, poi l’ulteriore discesa è stata lentissima. Tra il 2019 e il 2024 il tasso di occupazione è salito di cinque punti, mentre il tasso di pensionati è diminuito di 2,5 punti.

Lavoro a termine e lavoro autonomo

Analizzando l’occupazione per posizioni professionali e contrattuali troviamo conferma, anche nel 2025, della tendenza – già ampiamente segnalata per gli anni precedenti – al ridimensionamento assoluto e relativo, all’interno del lavoro dipendente, delle posizioni a termine: a dicembre 2025 il numero di lavoratori permanenti (a tempo indeterminato) risulta ai massimi storici (16,2 milioni) mentre quello dei lavoratori a termine (2,4 milioni) ai minimi dal 2016. E la quota di questi ultimi sul totale dipendenti è scesa sotto il 13 per cento: non accadeva dal 2010. La flessione è confermata anche dai dati Inps sui flussi nei primi 9 mesi dell’anno

D’altro canto, vi è la novità di ciò che sta accadendo nell’ambito del lavoro indipendente (figura 5): a partire dai primi mesi del 2024 si è concretizzata una ripresa in valori assoluti. Dal 2004 non s’era mai vista una così lunga fase di recupero: i lavoratori indipendenti erano scesi sotto i 5 milioni nel 2021, ora sono attorno a 5,2 milioni. Da ultimo vi è stato anche un modestissimo recupero in termini di quota sul totale occupati: siamo ora al 21,5 per cento (nel 2004 si era oltre il 30 Per cento). Convergono vari fattori, difficili da pesare distintamente: il recupero post-Covid, per quanto più lento di quello del lavoro dipendente; il trattamento fiscale di assoluto favore per alcuni segmenti; l’emergere di nuove professioni e nuove modalità organizzative, soprattutto nell’area dei servizi alle imprese.

Aspettando altri dati

Vi sono altre tendenze importanti da osservare: è il caso in particolare delle diverse performance territoriali (continua ancora il recupero del Meridione?) e della rilevanza del contributo degli immigrati (sia sotto il mero aspetto quantitativo sia per contenere, almeno parzialmente, il mismatch tra offerta e domanda). Ma per questi, come per altre rilevanti dimensioni (dinamica salariale, mutamenti settoriali e altro.), occorre attendere che siano messe a disposizione le relative informazioni statistiche. 

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  1. Pietro Della Casa

    È sempre un piacere leggere le analisi asciutte e rigorose di Bruno Anastasia.

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