Legge elettorale: come bilanciare stabilità e rappresentanza

Le ipotesi sulla nuova revisione della legge elettorale ci consegnano un ulteriore rafforzamento del potere esecutivo e una personalizzazione ancora più accentuata dei partiti. Il contrario di quello che servirebbe. E che si potrebbe fare con poche mosse.

Tutti i cambiamenti al sistema elettorale italiano

In democrazia, le leggi elettorali hanno il duplice scopo di garantire una rappresentanza il più possibile fedele della società e agevolare la creazione di governi stabili e capaci di attuare politiche coerenti. Non esiste però una formula in grado di offrire contemporaneamente il massimo della rappresentatività politica e della stabilità governativa, così è inevitabile definire un trade-off tra le due esigenze, coerente con l’assetto della forma di governo e – in filigrana – con la concezione di democrazia.

Dal 1991 il sistema elettorale italiano è stato modificato in aspetti essenziali otto volte: due tramite referendum (1991 e 1993), una volta su iniziativa del Parlamento (1993), tre per volontà della maggioranza di governo (2005, 2015, 2017) e due volte dalla Corte costituzionale (2014, 2017). La giustificazione di ogni intervento è sempre la stessa: la ricerca del Santo Graal della stabilità governativa e il rafforzamento dell’indicazione politica del corpo elettorale.

Pare ora imminente una proposta di riforma su iniziativa della maggioranza attuale, ufficialmente animata dalle medesime intenzioni.

Il rafforzamento di fatto del potere esecutivo

Eppure, sono ancora queste le esigenze prioritarie? La stabilità è fondamentale, ma talvolta la discussione sulla forma di governo sembra ferma alla fine degli anni Settanta, quando balzò alla ribalta il tema della “grande riforma”, sul quale si spesero tre assemblee bicamerali, un numero imprecisato di comitati di esperti e due grandi riforme bocciate dal corpo elettorale.

Tuttavia, dagli anni Ottanta è in corso un processo di rafforzamento del potere esecutivo – attraverso riforme legislative e modifiche dei regolamenti parlamentari – che ha aumentato progressivamente il controllo del governo sull’agenda parlamentare.

Ma non è solo il governo come organo collegiale a essersi rafforzato. È un dato di fatto che oggi la presidenza del Consiglio non sia più quella della Prima Repubblica e chi occupa Palazzo Chigi controlla la politica nazionale come mai si sarebbero sognati Amintore Fanfani, Aldo Moro o Giulio Andreotti. È anche un dato di fatto che la durata dei governi nella Seconda Repubblica si è sensibilmente alzata, indice che il mix di leaderismo, principio maggioritario e liquefazione dei partiti ha già virtualmente trasformato le competizioni politiche in elezione del premier, garantendogli più stabilità rispetto al passato: non è un caso se dei sette governi repubblicani rimasti in carica ininterrottamente per almeno due anni, cinque si collochino nella fase successiva al 1994.

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Mettere in sicurezza la democrazia

Anche questi aspetti vanno considerati quando si discuterà una nuova legge elettorale. E forse, dopo 35 anni di modifiche sempre volte a rafforzare i governi, è il momento di riflettere sui controbilanciamenti perché stabilità ed efficienza decisionale sono importanti, ma non incarnano – di per sé – valori democratici. Al contrario, le società democratiche appaiono oggi caratterizzate da due processi: da un lato un aumento del pluralismo non solo politico, ma culturale e valoriale, che rende molto più complessa la sfida della rappresentanza e dall’altro una pericolosa pulsione semplificatrice verso “autoritarismi elettivi” secondo il principio che “chi vince prende tutto”. Così, da Israele all’Ungheria, dall’India agli Usa, aumentano i rischi per quei valori di governo mite alla base dei sistemi liberali.

Per questo una riforma elettorale dovrebbe rimettere in sicurezza la democrazia, seguendo tre direttrici: a) garantire il pluralismo con un ricorso a formule di riparto dei seggi di tipo proporzionale; b) consentire una riaggregazione della rappresentanza e la ricostruzione di partiti politici più strutturati attraverso una soglia di sbarramento reale, che agevoli processi di fusione e scoraggi partitini personali e c) una competizione su collegi uninominali per rafforzare il legame tra eletti ed elettori.

Le ipotesi avanzate finora nella discussione non si collegano però a nessuna di queste direttrici: il premio di maggioranza (bocciato due volte dalla Corte costituzionale) crea coalizioni fittizie, finalizzate al suo solo raggiungimento, mentre l’eventuale indicazione del candidato presidente del Consiglio sulla scheda non farebbe altro che rafforzare la già soffocante natura personalistica della competizione, senza garantire maggiore rappresentanza o il recupero dell’astensione, oggi a livelli da emergenza democratica.

Eppure, non servirebbe inventare molto, basterebbe adattare il sistema elettorale già utilizzato in passato per le province: collegi uninominali e riparto proporzionale, con uno sbarramento e un meccanismo di assegnazione dei seggi tali da favorire la semplificazione del quadro politico senza eccessive distorsioni.

E il governo? Che nasca in Parlamento, alla luce del sole e dopo una discussione politica, come prevede la Costituzione.

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  1. Cesare Didoni

    In Italia oramai sono più frequenti i cambi di sistema elettorale che i cambi di governo.
    E’ vergognoso che ogni volta la maggioranza di turno manipola il sistema elettorale per trarne qualche vantaggio nelle successive elezioni. Non c’è niente di democratico in tutto ciò.
    Il sistema elettorale dovrebbe essere stabile nel tempo, cambiare solo di fronte a cambiamenti epocali, di regime o di costituzione.
    Basterebbe un semplice principio, di buon senso: se un’assemblea eletta cambia il sistema elettorale, il nuovo sistema non entra in vigore nella prima elezione dell’assemblea in questione, ma nella successiva. Tradotto: nessuno può cambiare le regole per la propria rielezione.
    Non saprei come rendere vincolante questo principio. Un vincolo costituzionale? Una specie di accordo/impegno pubblico di tutti i partiti? Se si volesse, gli esperti troverebbero facilmente una soluzione ragionevole.

  2. Henri Schmit

    Sono sostanzialmente d’accordo. Manca tuttavia un elemento: il parlamento decide le leggi attraverso maggioranze che danno anche la fiducia al governo e che quindi possono farlo cadere. Questo è fondamentale. Per questa ragione è essenziale (1) la libertà degli eletti; sono o devono essere liberi di decidere e di cambiare idea, schieramento, partito; non c’è vincolo di mandato. La rappresentanza è quella: rappresentanti individuali capaci e liberi, scelti da un ampio numero di elettori. Solo dopo (2) viene la divisione, sempre mutabile, in schieramenti. L’idea proporzionale è quindi solo un correttivo, non il principio supremo dell’elezione democratica. La governabilità (3’) non riguarda l’assemblea, che deve però essere capace di decidere, esprimere maggioranze. Il proporzionale estremo porta a una divisione eccessiva dell’assemblea in cui minoranze e estremi pesano troppo. È quindi del tutto legittimo favorire nell’elezione le scelte mediane (3), per esempio attraverso seggi uninominali, meglio a doppio turno, o attraverso un voto singolo trasferibile, in circoscrizioni non grandi. La legge vigente e almeno quelle tre precedenti tutte violavano questi principi, chi più, chi meno. La nuova proposta della maggioranza (26/02/2026) attuale che ora circola li viola tutti: presunta proporzionale (di circoscrizioni, sembra), con correttivo super-maggioritario condizionale, senza preferenze sembra, quindi senza scelta vera di rappresentanti individuali capaci e liberi. Oltre 100 anni di pratica democratica, di tentavi, correzioni, errori e abusi, di ricerca accademica, di proposte politiche e di dibattito pubblico e (oltre 50 anni) di richiami giudiziari non sono serviti a niente?

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