I report globali sui salari dell’Ilo tendono a dare maggior risalto ai dati negativi. L’Organizzazione dovrebbe rendere espliciti i limiti delle sue analisi per non indebolire la base scientifica necessaria per orientare politiche del lavoro efficaci.
Poca cautela quando i dati sono negativi
L’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) ha un ruolo cruciale: produrre analisi sul mercato del lavoro e orientare le politiche per migliorare le condizioni dei lavoratori.
Proprio perché è un’istituzione indipendente, la sua credibilità dipende dalla coerenza tra metodologia dichiarata e uso effettivo dei dati. Negli ultimi report globali sui salari, l’Organizzazione sembra però privilegiare indicatori e narrazioni che enfatizzano sistematicamente i segnali di sofferenza salariale, assecondando un’inclinazione a dare maggior risalto ai dati negativi o a quelli funzionali a specifiche raccomandazioni sulle politiche da adottare.
Il caso del report 2020-2021 è molto interessante. In diversi paesi avanzati le retribuzioni annue lorde medie per occupato sembrano aumentare nel pieno della pandemia; lo stesso rapporto ammette che si tratta quasi esclusivamente di un effetto di composizione: perdono il lavoro soprattutto i lavoratori a bassa paga, la media delle retribuzioni aumenta, ma la massa salariale complessiva crolla. L’Ilo qui è giustamente prudente e smonta il dato (cioè il suo senso apparente). Quando però, negli anni successivi (Report 2024-2025 per gli anni 2022-2023) i salari reali (intendendo, anche qui, la retribuzione annua lorda reale media per occupato) diminuiscono (anche) a causa dell’inflazione, la stessa cautela analitica si attenua: il livello del salario reale medio viene spesso preso come indicatore sufficiente del peggioramento delle condizioni dei lavoratori, senza un’analoga insistenza sulle distorsioni dovute al contemporaneo effetto composizione: la media può scendere anche perché cresce il peso relativo dei contratti part-time, dei mini-job e dei lavoratori a bassa paga. In altre parole, quando la media migliora, l’Ilo spiega perché non bisogna fidarsi; quando la media peggiora, il dato viene molto più facilmente accettato così com’è.
È un’asimmetria interpretativa che sembra riflettere una tendenza a sottolineare gli aspetti più problematici delle questioni analizzate, che hanno comunque un maggior ritorno mediatico e politico, rispetto a una lettura più articolata delle evidenze empiriche presentate.
La scelta cruciale del denominatore
Una seconda criticità riguarda proprio il denominatore utilizzato per calcolare la media. I report globali sui salari analizzano i salari medi per occupato, calcolati in questo modo:
salari medi per occupato = massa salariale totale/totale dipendenti
e non invece i salari medi per Unità di lavoro a tempo pieno:
salari medi per unità di lavoro = massa salariale totale/unità lavorative.
In altre parole, secondo l’Ilo una famiglia di tre persone con due redditi ciascuno pari a 100 perderebbe il 20 per cento di retribuzione media se il figlio a un certo punto trovasse un posto di lavoro dipendente con un reddito di 40 (perché part-time): infatti, 240/3 = 80, rispetto al precedente 200/2 = 100, implica una riduzione del salario pro capite del 20 per cento.
L’effetto distorsivo si produrrebbe anche se il figlio fosse assunto a tempo pieno, ma con un salario d’ingresso inferiore alla media, ad esempio di 70: la media scenderebbe comunque a 90, nonostante il reddito familiare complessivo salga. Si tratterebbe di un effetto composizione tipico delle fasi di espansione delle basi occupazionali.
Il calcolo dell’Ilo, basandosi sui salari medi per occupato, combina impropriamente in un unico indicatore dinamiche diverse: l’andamento delle retribuzioni orarie, la variazione delle ore lavorate e l’effetto composizione dei nuovi entrati. L’utilizzo delle Ula (unità di lavoro a tempo pieno) permette invece di neutralizzare almeno la componente legata alla frammentazione oraria, convertendo i rapporti part-time in frazioni di un impiego a tempo pieno e restituendo una misura dell’input di lavoro decisamente più rigorosa.
I dati italiani mostrano bene il problema. Tra il 2008 e il primo semestre 2024 il salario medio reale per Ula diminuisce del 5,2 per cento, mentre il salario medio reale per occupato scende dell’8,1 per cento, con una massa salariale reale pressoché stabile (+1,6 per cento). Non siamo riusciti a replicare la riduzione dell’8,7 per cento dei salari reali medi indicata dall’Ilo, pur controllando sull’Istat tutte le sei edizioni che fino a oggi contengono i dati relativi al primo semestre del 2024).
I dati sul primo semestre del 2025 vedono un importante miglioramento: rispetto al 2008, il salario reale per Ula è diminuito del 2,2 per cento, quello per occupato scende del 5,3 per cento, con la massa salariale reale in crescita del 5,9 per cento.
La sola scelta del denominatore (figura 1) cambia quindi la narrazione: a parità di monte salari, l’aumento del part-time e della frammentazione oraria produce un crollo del salario reale “medio per lavoratore” molto più marcato del salario reale per Ula. Tuttavia, nelle comparazioni internazionali l’Ilo continua a usare quasi esclusivamente il dato per testa, pur riconoscendo nei documenti tecnici che questo genera distorsioni nei confronti tra paesi. Il risultato è un’incongruenza metodologica: ci si dimentica che, in presenza di un aumento di occupati part-time e mini-job, il salario medio per occupato misura soprattutto la riduzione relativa delle ore, non necessariamente una caduta della remunerazione del fattore lavoro.
Rendere espliciti i limiti dei confronti tra paesi
Emerge una distanza tra la prudenza metodologica dichiarata e la comunicazione pubblica dei risultati. Nelle note tecniche, l’Ilo riconosce che le definizioni nazionali di salario, coperture settoriali e fonti statistiche sono così eterogenee da rendere poco sensati i confronti tra paesi. Di conseguenza, l’Organizzazione raccomanda correttamente di concentrarsi soprattutto sulle variazioni nel tempo all’interno di ciascuno stato (Global Wage Report: Methodological Note 2022-2023). La stessa nota metodologica lo afferma in modo esplicito: il report, finora, ha privilegiato l’identificazione dei cambiamenti “within countries” invece di confrontare i livelli salariali “across countries”, proprio per le differenze definitorie e per l’assenza di dati pienamente disaggregati su tutte le componenti della retribuzione. Nei capitoli di sintesi, però, ricompaiono classifiche implicite e confronti tra paesi (“i salari reali in paese X sono cresciuti meno che in paese Y”). È comprensibile sul piano comunicativo, ma metodologicamente significa usare i dati in un modo che gli stessi documenti Ilo giudicano problematico.
La questione è ben evidenziata, per esempio, dallo studio “Producing decent work indicators: contested numbers at the ILO”, che insiste su un punto semplice: la standardizzazione degli indicatori resta fragile e le comparazioni internazionali diventano facilmente fuorvianti, alimentando l’illusione di un’oggettività intrinseca nel dato.
L’Ilo rimane un attore indispensabile, ma l’architettura dei report globali sui salari presenta alcune fragilità sistematiche. Se vuole insistere sui confronti internazionali, l’Organizzazione dovrebbe rendere espliciti i limiti intrinseci delle comparazioni.
La polarizzazione comunicativa dei risultati di grandi istituzioni internazionali è un rischio che non possiamo correre: una lettura asimmetrica dei dati finisce per alimentare narrazioni parziali, indebolendo proprio quella base scientifica necessaria per orientare politiche del lavoro efficaci.
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