L’Italia non ha mai avuto una cultura liberale di massa. E moltiplicare l’offerta, come fanno due nuove formazioni politiche, non crea la domanda. Infatti, gli elettori in cerca di un nuovo partito non chiedono meno stato, chiedono uno stato competente.

I confini dell’area centrista

Il 7,7 per cento. È la quota complessiva dell’area centrista italiana secondo la Supermedia YouTrend di dicembre 2025. La stessa cifra che il Terzo Polo ottenne da solo nel 2022. Tre anni, una scissione, quattro simboli nuovi: il risultato netto è zero. Eppure, a inizio 2026, due nuovi progetti rilanciano la sfida. Carlo Calenda e Luigi Marattin lavorano a un partito unico “popolare, liberale e riformista” annunciato all’assemblea del Partito Liberaldemocratico il 29 novembre 2025. Michele Boldrin e Alberto Forchielli hanno fondato ORA!, con 14.500 iscritti e un programma scritto su GitHub. La domanda che nessuno dei due raggruppamenti si pone è: perché il soffitto del centro non si alza mai?

Un paese che non è mai stato liberale

La risposta sta nella storia di un paese che non è a cultura liberale. Ancora di più, non lo è mai stato. Le due tradizioni politiche che hanno plasmato la Repubblica, quella cattolico-solidarista e quella socialista, condividono una premessa comune: lo stato deve proteggere il cittadino dalla durezza del mercato. Il liberalismo italiano è sempre stato un fenomeno di élite, da Cavour a Luigi Einaudi, incapace di diventare cultura di massa.

Il berlusconismo, che qualcuno ha scambiato per liberalismo, è stato un populismo imprenditoriale: retorica di mercato, pratica assistenziale. Il grillismo ne è stata la nemesi speculare: anti-élite ma ugualmente statalista. Entrambi hanno confermato, non scardinato, l’equazione dominante nella società italiana: libertà economica uguale insicurezza. In questo contesto, dire “più mercato” non è una proposta elettorale. È una minaccia.

La diagnosi sbagliata

Il ragionamento implicito di entrambi i nuovi progetti politici è lo stesso: esiste una domanda di liberalismo insoddisfatta, servono solo il veicolo e il linguaggio giusti.

Il duo Calenda-Marattin ritiene che il veicolo debba essere un partito strutturato con leader riconoscibili. ORA! pensa che debba essere un movimento disposto a dire verità scomode. Metodi opposti, stessa premessa. E la premessa è sbagliata.

Il sondaggio Swg per TgLA7 è rivelatore: il 39 per cento degli italiani desidera un nuovo partito. Ma quale? L’analisi post-voto di Ipsos sulle elezioni 2022 lo chiarisce: il Terzo Polo intercettò quasi esclusivamente classi dirigenti urbane del Centro-Nord, restando invisibile tra ceti popolari e periferie. Quel 39 per cento non chiede liberalismo. Chiede competenza: treni in orario, sanità senza liste d’attesa, burocrazia che non sia un ostacolo. Vuole, in altre parole, uno stato che funzioni. Non meno stato.

È una distinzione cruciale, che il centro ignora sistematicamente. In un paese che cresce meno di tutti nell’Eurozona (Pil +0,4 per cento nel 2025 secondo la Commissione europea), con un debito di 3.125 miliardi di euro, la maggioranza della popolazione non vede nel mercato una promessa di opportunità ma una fonte di rischio. Le ricette liberali (tagli alla spesa, meno sussidi, più concorrenza) sono tecnicamente fondate. Ma presuppongono una società disposta ad accettare insicurezza in cambio di opportunità. L’Italia non è quella società, e non lo diventerà in diciotto mesi di campagna elettorale.

Due progetti, stesso muro

Calenda-Marattin ripete il modello del Terzo Polo: leader parlamentari, apparati, simbolo unitario per il 2026. Il vantaggio è la velocità. Il limite è duplice: la fragilità relazionale tra leader (già vista con Carlo Calenda e Matteo Renzi) e la necessità di annacquare la piattaforma per rendersi eleggibili, perdendo proprio la radicalità che ne giustificherebbe l’esistenza.

ORA! commette l’errore speculare. Boldrin ha detto apertamente che bisogna tagliare le pensioni di anzianità e razionalizzare la spesa. Pagella Politica lo ha definito un partito di “estremo centro”: quando la moderazione diventa identità, assume tratti paradossalmente radicali. Le proposte sono corrette, ma l’aritmetica politica è impietosa: i pensionati votano, molto meno gli under 35 che compongono l’80 per cento degli iscritti a ORA!.

I numeri confermano lo schema. Scelta Civica: 8,3 per cento nel 2013, dissolto in due anni. Terzo Polo: 7,8 per cento nel 2022, scisso in sei mesi. Nessuna formazione centrista ha mai sfondato il tetto dell’8 per cento. Non è un problema di frammentazione: anche sommando tutte le sigle, il risultato non cambia. Il soffitto è strutturale, perché strutturale è l’assenza di una cultura liberale diffusa.

Cosa servirebbe davvero

Un centro che volesse crescere oltre la propria nicchia dovrebbe smettere di proporre meno stato e iniziare a proporre stato migliore. Dovrebbe parlare di riforma della pubblica amministrazione prima che di tagli, di digitalizzazione prima che di austerità, di efficienza della spesa prima che di riduzione della spesa. Dovrebbe intercettare la vera domanda inevasa: non libertà dall’intervento pubblico, ma un intervento pubblico che funzioni.

Sarebbe ancora liberalismo? In senso stretto, probabilmente no. Ma sarebbe qualcosa di più ambizioso: una visione capace di rispondere alla domanda che milioni di italiani pongono da trent’anni. Non libertà dallo stato, ma uno stato all’altezza – efficiente, trasparente, al servizio dei cittadini. È una distinzione che il centro ha oggi l’opportunità di fare propria. E se saprà ascoltare prima di proporre, interrogarsi sulla domanda prima di moltiplicare l’offerta, potrà finalmente trasformare la ricchezza delle proprie idee in un reale consenso elettorale.

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