Informazioni basate su dati empirici inducono una quota significativa di persone a rivedere le proprie convinzioni, anche in contesti caratterizzati da una forte polarizzazione politica. E l’orientamento ideologico di chi le trasmette conta poco.
Un dibattito sempre più polarizzato
Negli ultimi anni il dibattito pubblico italiano è stato attraversato da discussioni molto accese su temi come immigrazione, pensioni, mercato del lavoro e politiche contro la povertà. Dal Reddito di cittadinanza al Jobs act, passando per Quota 100 e la gestione dei flussi migratori, ogni riforma è diventata terreno di scontro politico. In questo contesto, è naturale chiedersi quanto le opinioni dei cittadini riflettano davvero i dati e le evidenze scientifiche e quanto invece siano influenzate da convinzioni ideologiche o dall’esposizione a fonti informative polarizzate.
Lo studio
Un recente studio che ho condotto con Marco Bertoni, Paolo Falco, Luigi Guiso e Roberto Nisticò nell’ambito del progetto Grins affronta proprio questo nodo, con una domanda semplice ma fondamentale: le persone cambiano idea quando vengono esposte a evidenze scientifiche? E conta chi trasmette queste informazioni?
Il punto di partenza è una constatazione ormai familiare: la maggior parte dei cittadini non osserva direttamente gli effetti delle politiche pubbliche. Le opinioni si formano attraverso i media, che spesso hanno una chiara collocazione politica. Questo alimenta il sospetto che anche le informazioni fattuali vengano filtrate da pregiudizi ideologici e che, di conseguenza, gli individui tendano a fidarsi solo delle fonti “affini”.
Per verificare questa ipotesi, abbiamo utilizzato un esperimento su larga scala condotto nell’ambito dell’indagine Grins, basata sui dati dell’Italian Survey of Consumer Expectations (Isce). Si tratta di un’indagine che intervista ogni tre mesi 5mila individui rappresentativi della popolazione italiana tra 18 e 75 anni. L’indagine, partita a ottobre 2023 e giunta alla decima edizione a gennaio 2026, raccoglie informazioni con cadenza trimestrale non solo sulle condizioni economiche delle famiglie, ma anche sulle loro aspettative e opinioni. Il panel è costruito con campionamento stratificato per territorio, età, genere, istruzione e condizione occupazionale; registra un tasso medio di risposta del 34 per cento e una permanenza media tra due indagini consecutive di circa l’80 per cento.
Nel corso della settima indagine del 2025, agli intervistati è stato chiesto di esprimere le proprie convinzioni sugli effetti di quattro politiche molto discusse: il pensionamento anticipato con Quota 100, la regolazione dei flussi migratori attraverso il “decreto Flussi”, la riforma del mercato del lavoro nota come Jobs act e il Reddito di cittadinanza. In una fase successiva, ad alcuni intervistati viene mostrata un’informazione basata su evidenze scientifiche reali riguardanti l’impatto di queste politiche. Le informazioni messe a disposizione degli intervistati si basano su evidenze tratte da contributi empirici solidi. Ad esempio, per la politica di regolarizzazione dei migranti, cioè il decreto Flussi, l’evidenza si basa su un lavoro di Paolo Pinotti del 2017, che sfrutta variazioni di status legale per stimare l’impatto causale della regolarizzazione sull’attività criminale tra gli immigrati. Per la legislazione a tutela dell’occupazione, cioè il Jobs act, ci si basa su analisi di Tito Boeri e Pietro Garibaldi (2019), che valutano gli effetti della riforma sul mercato del lavoro utilizzando dati amministrativi.
L’elemento cruciale dell’esperimento è che l’informazione è identica per tutti, ma cambia la fonte che la presenta: in alcuni casi è attribuita a fonti neutre, in altri a quotidiani percepiti come di sinistra o di destra. Il disegno sperimentale è ben bilanciato dal punto di vista statistico.
I risultati
Il primo dato che emerge è che le convinzioni dei cittadini sono spesso in contrasto con le evidenze empiriche. Ad esempio, nel gruppo di coloro che non ricevono alcuna informazione scientifica, solo il 17 per cento ritiene che la regolarizzazione prevista dal decreto Flussi abbia ridotto la criminalità tra gli immigrati; e solo il 43 per cento ritiene che il Reddito di cittadinanza non abbia ridotto l’offerta di lavoro dei beneficiari già occupati, come mostra l’evidenza empirica.
Quando però gli individui vengono esposti a informazioni scientifiche, una parte significativa del campione modifica le proprie opinioni. Ad esempio, la quota di risposte coerenti con l’evidenza aumenta di 11 punti per il decreto Flussi e di 8 punti per il Reddito di cittadinanza, con effetti statisticamente solidi. Anche dopo il trattamento, però, oltre due terzi degli intervistati non sono pienamente allineati all’evidenza: segno che l’informazione conta, ma da sola non basta a cancellare convinzioni già sedimentate. Questo suggerisce che, nonostante la diffusione di percezioni errate, esiste uno spazio concreto per migliorare la qualità del dibattito pubblico attraverso la circolazione di informazioni corrette.
Il risultato più rilevante dello studio riguarda però il ruolo delle fonti informative. Contrariamente a quanto spesso si teme, il cambiamento delle opinioni non dipende in modo significativo dall’allineamento politico della fonte che trasmette l’informazione. Le persone tendono ad aggiornare le proprie convinzioni anche quando l’evidenza è attribuita a un giornale percepito come ideologicamente distante. In altre parole, quando un’informazione è presentata come risultato di un’analisi scientifica, il contenuto sembra contare più della provenienza.
Questo non significa che la polarizzazione sia irrilevante. Gli intervistati percepiscono chiaramente differenze tra i media in termini di orientamento politico e affidabilità. Tuttavia, le differenze non si traducono in una diversa capacità di influenzare le convinzioni quando l’informazione è chiaramente identificata come scientifica. Una possibile interpretazione è che le persone distinguano tra opinioni e fatti: mentre il giudizio politico può essere filtrato dall’identità della fonte, le evidenze empiriche vengono trattate come informazioni più neutrali.
Suggerimenti per istituzioni e media
Le implicazioni per le politiche pubbliche sono importanti. In primo luogo, lo studio suggerisce che la comunicazione basata su evidenze può funzionare anche in contesti fortemente polarizzati. Le istituzioni pubbliche hanno quindi un margine di azione significativo nel migliorare la qualità dell’informazione, a condizione che i dati siano presentati in modo chiaro, accessibile e direttamente collegato agli effetti concreti delle politiche.
In secondo luogo, i risultati indicano che non è necessario segmentare eccessivamente i messaggi in base all’orientamento politico del pubblico. Se l’informazione è percepita come credibile, può attraversare le divisioni ideologiche senza perdere efficacia. Si semplifica così il compito delle istituzioni e si riduce il rischio di una comunicazione pubblica frammentata.
Allo stesso tempo, il fatto che una parte degli individui non aggiorni completamente le proprie convinzioni suggerisce che una singola esposizione all’informazione non è sufficiente. La comunicazione deve essere continua e coerente nel tempo, in modo da rafforzare progressivamente la diffusione di conoscenze corrette.
Anche per il ruolo dei media emergono indicazioni rilevanti. I giornalisti, anche quando operano in contesti editoriali con una chiara identità politica, possono contribuire a migliorare il dibattito pubblico se riescono a distinguere chiaramente tra informazione basata su dati e commento politico. La credibilità dell’informazione scientifica sembra infatti resistere, almeno in parte, alle divisioni ideologiche.
In definitiva, il messaggio che emerge da questa indagine è meno pessimista di quanto ci si potrebbe aspettare. In un’epoca segnata da disinformazione e polarizzazione, i dati continuano ad avere un ruolo. Le persone non sono impermeabili all’evidenza, e quando questa è presentata in modo credibile e comprensibile, può influenzare le opinioni. La sfida, quindi, non è solo produrre buona ricerca, ma riuscire a comunicarla efficacemente. Perché, nonostante tutto, esiste ancora spazio per un dibattito pubblico più informato, e forse anche più razionale.
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E' professore di Economia Politica presso l'Università di Napoli Federico II e Research Fellow del CEPR. Ha conseguito il Ph.D. in Economia presso il Boston College. Ha trascorso periodi di ricerca presso la University of Pennsylvania, MIT e Princeton University e collaborato a progetti di ricerca del NBER, della World Bank, dell'Inter-American Development Bank, del CEPR, della Banque de France e della Banca d'Italia. Nella sua ricerca si occupa principalmente di scelte di risparmio, scelte di portafoglio delle famiglie e di economia bancaria. Redattore de lavoce.info.
malpassotu
“I giornalisti possono contribuire a migliorare il dibattito pubblico se riescono a distinguere chiaramente tra informazione basata su dati e commento politico.”
“Le persone non sono impermeabili all’evidenza, e quando questa è presentata (dai politi?)in modo credibile e comprensibile, può influenzare le opinioni.”
Manca un meccanismo che incentivi tali comportamenti: per un politico parlare d’invasione di stranieri pericolosi frutta molti voti, dire che dobbiamo accoglierli e gestirli e non ci stanno invadendo molti di meno. Per un giornalista non assecondare la linea editoriale del proprio datore di lavoro per amore di “verità” (??) comporta il rischio della perdita del posto di lavoro: non una strategia dominante.
Quindi bene, ancorare le opinioni ai dati, ma meglio costruire dei maccanismi di rivelazione dei giudizi a prova di strategia individuale e collettiva. Una qualcosa lontana dal dibattito scientifico della maggioranza (quasi totalità) degli economisti che si limita a utilizzare la montagna di dati sempre più disponibile e a fare esperimenti perdendo di vista domande temo più profonde.