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E’ l’Italia che va male, non l’Europa

L’economia italiana va male. Alla conclusione non si arriva per pessimismo, ma dall’analisi comparata dei dati disponibili. In quasi tutti i paesi europei quelli sulla crescita della produttività e del Pil sono migliori dei nostri. Dunque, anche da pur necessarie e urgenti misure volte a incrementare la produttività e la competitività dell’Europa non dovremmo aspettarci effetti catartici sulle possibilità di crescita della nostra economia. Purtroppo, ci vorrà tempo, riforme e sacrifici per riportare l’economia italiana a tassi di crescita “europei”.

Sempre peggio:  l’ISTAT segnala che nel primo trimestre del 2005 l’economia italiana è andata proprio male (crescita del PIL: -0.5%). Il Presidente del Consiglio dice che è colpa della Pasqua: quest’anno è “caduta presto” e gli italiani hanno approfittato del bel tempo per stare in vacanza anziché darsi da fare. In effetti, è vero che l’italiano medio lavora poco rispetto ad un americano: circa 1600 ore l’anno anziché 1800. Ma questo è un dato quasi secolare: i dati degli ultimi dieci anni ci dicono, semmai, che le ore complessivamente lavorate dai lavoratori italiani sono aumentate, non diminuite. I brutti dati del PIL non dipendono dalle ore lavorate, ma dall’azzeramento nella crescita della produttività del lavoro.

Leggendo i giornali si ricava la sensazione che lo stato di salute dell’economia italiana sia una questione di ottimismo o pessimismo. Non è proprio così. I dati aggregati degli ultimi anni (riassunti nella Tavola 1) forniscono indicazioni precise e non controverse. Se si guarda alla crescita della produttività, l’Italia va molto peggio dell’Europa, mentre va un po’ meglio dell’Europa se si guarda alla crescita delle ore lavorate complessive. Nel complesso, la crescita del Pil dell’Italia dopo il 1995 è stata inferiore non solo alla media europea, ma alla crescita di tutti gli altri paesi europei, tranne la Germania. Nel 2001-04, il divario con l’Europa si è però aggravato.

Come va l’Europa

Due parole sull’Europa, prima. Da tempo, l’Europa cresce meno degli Stati Uniti.
Come indicato nella Tavola 1, il Pil degli Stati Uniti è aumentato del 3 per cento l’anno circa nel 1995-2003, mentre quello dell’Europa solo del 2 per cento circa. Il divario è, soprattutto, dovuto alla minore crescita della produttività del lavoro europea (1,5 contro 2,2 per cento). Le ore lavorate complessivamente sono invece aumentate in misura abbastanza simile (circa tre quarti di punto percentuale l’anno). In poche parole, se il Pil dell’Europa cresce meno di quello degli Stati Uniti, non è perché crea pochi posti di lavoro ma perché innova poco. Come mostrato nelle ultime due colonne della tavola, il divario nella crescita della produttività tra Europa e Stati Uniti si è ampliato negli anni più recenti. Dalla stessa tavola emerge anche che, in Europa, non tutti i paesi vanno nello stesso modo.

L’Italia e gli altri

In alcuni paesi, la produttività è andata bene, e in parallelo sono stati creati tanti posti di lavoro. È il caso di Irlanda, Finlandia e, più recentemente, del Regno Unito. Questi paesi hanno sperimentato tassi di crescita della produttività e delle ore lavorate superiori alle medie continentali (e agli Usa).
Nei paesi più poveri dell’Europa (Grecia, Portogallo, paesi dell’Est), la crescita della produttività del lavoro è stata molto rapida, ma al prezzo di una riduzione del numero delle ore lavorate.
Con intensità minore, anche in Francia e in Germania si è osservata una crescita soddisfacente della produttività (circa il 2 per cento l’anno), ma la crescita delle ore lavorate è stata zero o minore di zero. Ciò indica che, in questi paesi, la modernizzazione del sistema produttivo ha richiesto l’eliminazione dei “vecchi” posti di lavoro che solo parzialmente e gradualmente sono stati rimpiazzati nei nuovi settori in cui cresce la produttività. (1)
In Spagna e Olanda, dove le riforme del mercato del lavoro hanno prodotto i risultati più visibili sui tassi di partecipazione, si è invece verificato il fenomeno opposto: tanti nuovi posti di lavoro e rapido aumento delle ore lavorate, ma, in parallelo, una dinamica molto contenuta della produttività, che è addirittura diminuita in Spagna nel 1995-2003.
E l’Italia? L’Italia è in mezzo al guado. Da un lato, nel 1995-2003 si sono creati più posti di lavoro (+1,0 per cento l’anno) che in Europa, ma molti meno che in Spagna e in Olanda, e un po’ meno anche che in Finlandia e in Irlanda, dove pure la produttività sta crescendo molto rapidamente. Questo è comunque un risultato importante, perchè in Italia la partecipazione al mercato del lavoro, soprattutto delle donne e delle persone sopra i 55 anni, è ancora molto limitata. Quanto alla crescita della produttività, l’Italia è purtroppo penultima in Europa (dietro la Spagna) nel 1995-2003 e ultima assoluta nel 2004 (vedi ultima colonna). E anche la crescita del Pil (il riassunto sintetico di come va un’economia) è stata più bassa in Italia che in tutti gli altri paesi europei, tranne che in Germania, l’altro grande malato dell’Europa.

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Il pessimismo non c’entra

L’economia italiana va male. Alla conclusione non si arriva per pessimismo, ma dall’analisi comparata dei dati disponibili. I dati sulla crescita della produttività e del Pil degli altri paesi europei indicano che in Europa c’è qualcuno (quasi tutti, veramente) che è messo meglio dell’Italia. Se quindi è certamente urgente fare qualcosa per fare crescere di più la produttività e la competitività europea (ad esempio, costringere la Cina a rispettare maggiormente le regole del commercio internazionale), sarebbe anche importante comprendere che da queste misure non dovremmo aspettarci effetti catartici sulle possibilità di crescita della nostra economia. Purtroppo, ci vorrà tempo, riforme e sacrifici per riportare l’economia italiana a tassi di crescita “europei”.

(1) Nei paesi europei poveri, i nuovi settori trainanti sono soprattutto nel manifatturiero, in Francia e Germania nei servizi.

Tavola 1: Crescita della produttività del lavoro nel tempo e tra paesi

Europa, paesi europei e Stati Uniti

Tassi di crescita, punti percentuali

 

1995-2003

1995-2003

1995-2003

2004

2001-04

 

[1]

[2]

[3]

[4]

[5]

 

PIL; tutta l’economia

PIL per ora lavorata; tutta l’economia

Ore lavorate totali; tutta l’economia

PIL per occupato; settore privato

PIL per occupato; settore privato

— USA

3.1

2.2

0.9

3.7

2.9

      

— Euro area

2.2

1.5

0.7

1.2

0.6

Germania

1.2

1.6

-0.4

1.0

0.7

Francia

2.1

2.0

0.1

2.8

1.0

Italia

1.5

0.5

1.0

0.3

-0.2

Spagna

3.3

0.7

2.6

0.7

0.7

Austria

2.1

1.6

0.5

1.5

1.1

Belgio

2.1

1.2

0.9

2.4

1.1

Finlandia

3.6

2.3

1.3

3.8

1.9

Grecia

3.6

3.1

0.5

2.5

3.8

Irlanda

7.8

5.0

2.8

3.5

3.4

Lussemburgo

5.2

1.8

3.4

2.1

-0.5

Olanda

2.5

0.5

2.0

2.6

0.4

Portogallo

2.5

2.1

0.4

1.6

0.0

      

Regno Unito

2.8

2.2

0.6

2.7

1.8

Danimarca

2.1

1.3

0.8

2.9

1.9

Svezia

2.5

2.3

0.2

4.5

2.1

      

Rep. Ceca

1.9

3.1

-1.2

4.9

2.8

Ungheria

3.7

2.8

0.9

3.0

3.2

Polonia

n.d.

n.d.

n.d.

5.4

4.9

Slovacchia

3.8

5.2

-1.4

4.2

3.3

n.d. = dato non disponibile

Fonti: OECD Productivity Database (versione: 16/02/05) per le colonne [1], [2] e [3]; OECD Economic Outlook Database (versione 15/03/05) per le colonne [4] e [5]

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17 commenti

  1. Alberto Lusiani

    Leggo nell’articolo:

    << Nel complesso, la crescita del Pil dell’Italia dopo il 1995 è stata inferiore non solo alla media europea, ma alla crescita di tutti gli altri paesi europei, tranne la Germania. Nel 2001-04, il divario con l’Europa si è però aggravato. >>

    Tuttavia nella tabella allegata l’affermazione appare contraddetta, perche’ nel periodo 2001-2004 lo scarto Italia-EU su PIL/occupato e’ -1.0%, mentre nel periodo 1995-2003 lo scarto Italia-EU su PIL/occupato (settore privato) e’ -0.8%.
    Le due colonne non descrivono dati omogenei, ma la tabella non fornisce dati meglio confrontabili di questi. Per meglio verificare l’affermazione fatta nel testo sarebbe opportuno fornire al lettore i dati dell’incremento del PIL totale nei due periodi.

    • La redazione

      grazie del messaggio e della utile richiesta di chiarimento.

      per estendere il confronto fino al 2004, Le do i dati in termini di occupati del settore privato, ma verrebbero fuori numeri simili anche per il prodotto per ora lavorata (che però arriverebbe solo fino al 2003).
      Il PIL per occupato privato è diminuito dello 0.2% l’anno nel 2001-2004 in Italia, mentre aumentava di 0.6% nell’area Euro, il che corrisponde ad un divario di crescita di circa 0.8% punti percentuali l’anno. Nel 1995-2000, sia l’Italia che l’area Euro avevavo visto aumentare il PIL per occupato
      privato dell’1.1% l’anno. Questi dati provengono dal data set dell’OECD Economic Outlook. Li ho scaricati pochi giorni fa.
      Come affermato nell’articolo, il divario di crescita della produttività tra Italia e media europea è dunque aumentato nel periodo più recente.

      Cordiali saluti

      Francesco Daveri

  2. sirio grossi

    Sono molto contento che personaggi come lei mettano in risalto quali siano i reali problemi che stiamo attraversando. Soprattutto dopo la “ramanzina” che il presidente del consiglio ha fatto all’opposizione rea di essere troppo pessimista sulle sorti della nostra economia.
    Io inviterei tutti a dare uno sguardo ai numeri che sono più chiari di ogni cosa, soprattutto dovrebbero finirla alcuni personaggi a dare interpretazioni fantasiose ai numeri. La reltà è una soltanto: l’Italia sta attraversando il momento più critico da quando è in Europa e la via di uscita è molto lontana e soprattutto c’è bisogno della volontà e dell’impegno di tutti per venirne fuori, non solo da parte di chi ha le redini del governo in mano, ma anche da chi come l’opposizione ha la responsabilità di fare proposte concrete andando al di là di un’ostruzionismo molte volte deleterio.

  3. Zefrem

    Vedo che nell’articolo si considerano diversi parametri per valutare lo ‘stato di salute’ dell’economia di un paese, uno di questi e’ il numero di ‘posti di lavoro’. A questo punto mi chiedo, e le chiedo, alla luce della legge 30 e della progressiva precarizzazione e frammentazione del mercato del lavoro in Italia ha ancora senso parlare di ‘posto di lavoro’ ? E se si con quali parametri esso andrebbe considerato, ad esempio numero di ore lavorate in una settimana, in un mese, in un anno, reddito percepito ecc. per essere effettivamente un posto di lavoro e non solo l’occupazione temporanea di uno scolaro impegnato a racimolare la paghetta settimanale?

    • La redazione

      Il mio articolo non era sui posti di lavoro, per definire i quali ci sono definizioni stabilite dagli istituti di statistica su chi è occupato e chi no.

      Il dato che riportavo (ore lavorate complessive aumentate dell’1% l’anno circa tra il 1995 e il 2003) è la somma della crescita di circa 1.3% l’anno degli occupati e la diminuzione di circa 0.4% delle ore lavorate per ogni lavoratore. E’ quindi un buon indicatore dell’ammontare di lavoro impiegato nella produzione, che tra l’altro ci ricorda che, nonostante la precarizzazione e gli altri effetti della flessibilità, gli italiani nel loro complesso hanno passato più tempo a lavorare, a differenza che in passato.

  4. Franco Pischedda

    Nessuno ha dubbi sul fatto che l’economia, soprattutto in Italia, sia in crisi, e vi è una generale convergenza nel ritenere che il modo in cui l’Italia ha affrontato il cambio di moneta ha contribuito, da noi, a rendere imponente l’effetto crisi. Quasi uno tsunami monetario. Da una situazione di relativo benessere (più auto per famiglia e neanche troppo utilitarie, case acquistate con pesanti rate di mutuo, alte spese di energia elettrica per impianti di riscaldamento e condizionamento, alte spese di benzina per lunghi spostamenti quotidiani, vestiario per ogni stagione, spese per asilo e badanti, feste tutto l’anno, e così via fino ai mutui per le vacanze all’estero), ora si riesce a mala pena a sopravvivere. Si è caduti improvvisamente in una situazione di povertà sia pure relativa ma diffusa, aggravata psicologicamente (almeno per le nuove generazioni che non vi erano abituate) dal fatto che ora si deve imparare a fare pesanti rinunce per sopravvivere dignitosamente. Rinunciare ai bisogni significa consumare il minimo essenziale, e questo significa imprese a produttività ridotta e molte addirittura senza mercato.
    Qui il problema non è più teorico, perché non è in gioco la “propensione” o meno al consumo, su cui si potrebbe eventualmente agire con incentivi, ma è un problema pratico: non si consuma perché mancano le risorse.
    Esclusa in questo momento ogni possibilità di incrementare in modo consistente le risorse finanziarie circolanti (la crisi non consente aumenti salariali), esclusa la possibilità di intervenire d’autorità sulla riduzione dei prezzi, una via per dare concretezza alla speranza di ripresa economica può essere quella di una politica economica che consenta di rendere disponibile per maggiori consumi una quota delle risorse esistenti e circolanti. Per esempio:
    riduzione, peraltro già avviata, del carico fiscale per imprese e famiglie, per quello che è possibile fare, senza creare ulteriori buchi nella finanza pubblica;
    riduzione temporanea, per cinque anni, a favore delle imprese e delle famiglie dei costi di fornitura dell’energia elettrica della benzina e gasolio;
    rinegoziazione dei mutui per la prima casa a condizioni di maggior favore e stipula dei nuovi contratti a tassi agevolati e/o con contributo dello Stato sugli oneri;
    agevolazioni fiscali ai proprietari di immobili in locazione per bloccare la lievitazione degli affitti per un certo periodo di tempo;
    incentivazione temporanea ai produttori nazionali affinché si inseriscano nell’attività calmieratrice dei prezzi dei beni largo consumo (alimentari e manifatturieri) seguendo la politica che i grandi magazzini hanno svolto negli anni sessanta (e senza paura della concorrenza dell’est).

    • La redazione

      Sostenere i consumi è una strategia quasi obbligata in una situazione di crisi. Molte delle proposte da Lei indicate vanno in questa direzione e mi sembrano piene di buonsenso (soprattutto quelle a costo zero per le casse dello Stato).

      Ma sostenere i consumi non basta perchè l’Italia recuperi competitività. E la crisi italiana, invece, è soprattutto dal lato dell’offerta, a mio avviso, più che dal lato della domanda. per questo alla fine dell’articolo, sottolineavo l’importanza di proseguire sulla strada delle riforme, che però richiederanno tempo per produrre risultati e comporteranno sacrifici e rinuncia alle piccole rendite quotidiane a cui un po’ tutti siamo abituati.

  5. ALBERTO

    E’ chiaro a tutti che senza PIL non si pagano i debiti,
    non si crea lavoro, non c’è benessere.
    Il PIL si crea con la produzione di beni e servizi, cercando di non farselo mangiare dalle Tasse e dagli evasori-tangentomani.
    Se il costo del lavoro è troppo alto la concorrenza straniera ci distrugge e ci costringe A CHIUDERE le aziende, quindi produrre meno PIL.
    Cosa fare? Creare nuovi posti di lavoro ( per disoccupati ) a costo 0 per le aziende, a carico dello stato ( con leggi che permettono sgravi totali per 1-2-3 anni) tipo salario minimo di ultima istanza. In questo modo le aziende possono produrre a costi di tipo Cinese! Dove si trovano i soldi? Invece di diminuire le tasse a chi già non le paga, concentrando tutti gli incentivi alle aziende, combattendo evasione fiscale e lavoro nero.
    Non dimentichiamo poi che con + PIL i soldi spesi a debito, RIENTRANO sicuramente!!!!

    • La redazione

      Caro Alberto, è buona norma firmare (con un nome diverso da foxobs) le proprie lettere o commenti.
      Comunque (o COMUNQUE, come scriveresti tu), non credo che la crisi italiana potrebbe essere risolta con la creazione di posti di lavoro a costo zero per le aziende e con il costo sociale pagato dalle tasse inflitte sugli evasori.
      L’esperienza storica italiana insegna che un posto di lavoro a costo zero per le aziende spesso finisce per avere valore zero. L’Italia ha invece bisogno di capire se e come può creare posti di lavoro in settori utili, cioè che rispondano a bisogni ed esigenze. Meglio se sono esigenze sentite anche dai cinesi e dagli indiani e se sono esigenze che possono essere soddisfatte meglio da noi che dai tedeschi e dai francesi. Insomma, bisogna scoprire nuovi prodotti e nuovi modi di produrre quelli che facciamo già, non garantire un posto di lavoro a tutti i costi per chi non ce l’ha.

      Francesco Daveri

  6. Massimo Marnetto

    Di fronte ad una crisi così profonda, quello che mi colpisce è il processo di “de-responsabilizzazione” scientemente perseguito dai responsabili del Governo.
    “Non è colpa nostra!” è il messaggio che viene lanciato in ogni occasione, ma mai esplicitamente.
    E allora si tira fuori il copione che tutti ormai sappiamo amemoria: l’Europa che va male, l’11 settembre, il caro petrolio e la Francia, la Germania, il pessimismo…
    Salvo poi tirar fuori – a fine legislatura – la pozione che gioverà alla competitività.
    Credo che il cambiamento più urgente per risollevare le sorti economiche del Paese non sia tecnico, ma culturale: torniamo ad assumerci tutti le nostre responsabilità, ad iniziare da chi governa (o governerà). Chiamiamolo come vogliamo: riscatto, serietà, svolta; ma che ognuno di noi si faccia carico della qualità che può esprimere e sia disposto a risponderne. Gli “irresponsabili a oltranza” saranno forse scaltri, ma di certo non utili.

    • La redazione

      Se è un problema culturale, ci vorranno decenni. Potrebbe bastare molto di meno: per esempio un DL competitività diverso da un omnibus pieno di tutto, tranne che di trasparenti e durature risorse per l’innovazione e della riforma delle professioni potrebbe già dare un segnale che qualcosa sta cambiando.

      Francesco Daveri

  7. rosario nicoletti

    Ho molto apprezzato l’articolo che evidenzia un aspetto generalmente poco considerato. Uno sguardo alle colonne 2 e 5 indica come l’Italia presenti i valori più bassi: se non sbaglio, questi indicatori sono rappresentativi della “qualità del lavoro”. Questa è legata alla organizzazione ed agli investimenti, ma anche ad un aspetto che riguarda i singoli. Infatti dire che una persona è “occupata” significa dire che lavora per un certo numero di ore: se poi produce molto oppure lavora con scarso mpegno non è dato sapere. L’esperienza quotidiana suggerisce che l’impegno nel lavoro è scarso o nullo da parte di molti.
    Ho letto il bel libro di F.Tatò, “diario tedesco”. In alcuni passi ricorre l’idea che nella DDR si era spenta l’etica del lavoro. Credo che qualcosa del genere si applichi all’Italia: questo aspetto è forse sociologico, più che economico. Se di questo si tratta, quali sono i rimedi?

    • La redazione

      Non so se si è spenta l’etica del lavoro. Certo, le persone di lavorare hanno un gran bisogno. Quindi da economista sono portato a vedere il problema come un problema di predisporre incentivi efficaci per farli lavorare bene.

      Certamente la produttività del lavoro dipende da vari fattori, uno di questi è l’efficienza nell’organizzazione della produzione e un altro è il settore o l’area geografica di appartenenza in presenza di rilevanti costi di mobilità. Politiche che facilitino la riorganizzazione produttiva e la mobilità tra lavori e tra aree geografiche sono dunque gli strumenti migliori per ottenere guadagni di produttività.

  8. Roberto Marsicano

    Tremonti & C. accusano la non governata introduzione dell’euro come fattore principale di crisi, e questa è una parte di verità.
    Ma non è la più importante.
    Quello che si dimentica è l’euro ha portato ad una calo generalizzato dei tassi di interesse e quindi si è azzerata la rendita finanziaria che, in Italia, era basata sulla rendita parassitaria sul debito pubblico diretto ed indiretto.
    Se si guardano le statistiche si vede che, poco dopo l’introduzione dell’euro, la parte di debito pubblico posseduto dagli stessi italiani (famiglie e istituzioni, comprese quelle pubbliche) è andata scemando perchè il risparmiatore ha trovato non più conveniente investire in prodotti finanziari per spostarsi sugli immobili dove sono “immobilizzati” capitali e costi per rate di mutuo.
    Tenuto conto che mediamente ogni famiglia italiana possedeva circa 80 milioni di lire in titoli e depositi si vede che prima dell’euro una famiglia aveva una ulteriore rendita di 8 milioni di lire l’anno mentre a tassi attuali sulla stessa somma ne avrebbe 1,6. Sparita questa rendita è stato giocoforza per i redditieri che potevano (commercianti ed autonomi) aumentare i prezzi per compensare i costi (e gli sfizi) non comprimibili.Purtroppo i governi pre euro avevano abituato buona parte degli italici a vivere parzialmente di rendita e quindi l’etica del lavoro è automaticamente sparita.
    Cosa si può fare a questo punto per evitare il disastro probabile?
    A mio giudizio occorre un’azione di forza sulla BCE per portare i tassi a livelli giapponesi e, in questo modo, si otterebbe:
    1) riduzione degli interessi sul debito pubblico
    2) riduzione delle rate di mutuo e quindi più liquidità per i consumi
    3) denaro meno costoso per le aziende

    Ovviamente bisogna evitare che il ricorso a prestiti esploda, favorito dai bassi tassi, ma questo può essere ottenuto se BCE e Bankitalia applicano in maniera ferrea i principi di solvibilità debitore per debitore, variando i tassi di prestito basandosi sul rischio di ogni soggetto e non sparando tassi uguali per tutti.

    Questo risoverebbe anche il problema del Sud dove si potrebbero praticare tassi differenziati per soggetto e non per zona geografica come si fa adesso.

    Tecnicamente è possibile: le centrali rischi e l’Intelligenza Artficiale possono profilare il soggetto debitore in maniera precisa.

    I calcolatori li abbiamo: usiamoli.

  9. Paolo

    Siniscalco ha dichiarato: “Il tessile è massacrato, la produzione calzaturiera è crollata del 17%, i nostri punti di forza sono i più aggrediti dall’offensiva dei paesi in via di industrializzazione. (…) Questo è un caso soprattutto italiano: la Germania e la Francia attraversano fasi di crisi ma reggono la grazie alla grande industria. E perchè c’è una certa differenza tra prodotto clonabile di maglieria e una Mercedes…”.
    E’ quindi evidente che la nostra situazione non è uguale a quella degli altri Paesi europei.
    Lei come commenta le dichiarazioni del “tecnico” Siniscalco sopra riportate?

    • La redazione

      Domenico Siniscalco, come economista, correttamente vede una relazione tra l’entità della debolezza congiunturale dell’Italia e il suo modello di specializzazione internazionale.
      Il politico Siniscalco omette però di ricordare che gli andamenti della produttività e del PIL sono deludenti da vari anni, da quando ancora la Cina non era percepita come una minaccia.

  10. Marco Giuli

    A mio avviso alcune delle caratteristiche strutturali del Paese hanno motivazioni non solo economiche. E’ infatti probabile che la sostanziale riduzione degli investimenti esteri – che costituisce un aspetto particolarmente preoccupante dell’attuale situazione – dipenda dal fatto che l’impresa straniera in Italia non cerca solo flessibilità e bassi salari – come vorrebbero farci credere coloro che ritenevano che gli elementi di rigidità del mercato del lavoro fossero l’unico problema – che potrebbero tranquillamente trovare in altri paesi a condizioni più vantaggiose, bensì un sistema-paese in cui l’Amministrazione sia efficiente, la giustizia non assorba dieci anni per portare a termine una causa civile, l’Università offra lavoro effettivamente qualificato. L’incapacità di procedere seriamente e con decisione alla riforma di tali settori e le infinite resistenze corporative sono dunque una parte consistente dell’attuale declino. Insomma, non di sola politica economica si nutre la competitività.
    Ritengo inoltre che un importante aspetto dell’attuale declino sia rappresentato dalla pericolosa distorsione dei flussi di risparmio verso le rendite immobiliari, probabilmente sia a causa dell’incertezza diffusa che dei recenti scandali finanziari. Non c’è dubbio sul fatto che il boom immobiliare abbia conseguenze pessime per la competitività, prima fra tutte la riduzione della mobilità del lavoro. Non si potrebbe applicare una imposizione fiscale maggiore a questo tipo di rendite “inutili” e probabilmente dannose per la crescita? Certo gli aspetti sottolineati meriterebbero approfondimenti molto maggiori, ma a mio parere sono sufficienti a dimostrare che si potrebbe far ripartire l’economia anche senza attingere eccessivamente alle già fragili finanze pubbliche.

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