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Autore: Augusto Preta

Schermata 2014-04-23 alle 17.38.46Fondatore di ITMedia Consulting, è stato consulente dell’Agcom in qualità di esperto e coordinatore del Libro Bianco sui contenuti. E’ stato consulente di Vivendi in occasione della fusione Newscorp / Telepiù. Ha partecipato a studi e ricerche per conto della Commissione Europea. Ha pubblicato presso  Vita e Pensiero “Economia dei Contenuti”  (2007) e “Televisione e mercati rilevanti” (2012). Docente di economia dei media, è Presidente del chapter italiano e membro del Board of Directors dell’International Institute of Communications (www.iicom.org). aupreta@gmail.com

MA CHI CI GUADAGNA DA UNA RAI SENZA SPOT?

Il ministro Bondi ha avanzato l’ipotesi di una Rai senza pubblicità, sull’onda di una recente riforma francese. Ma in Francia ci si proponeva almeno di redistribuire le risorse pubblicitarie tolte al servizio pubblico a canali privati, radio, stampa e nuovi media. Un progetto fallito per l’insorgere della crisi. E che ora si trasforma in un impoverimento di tutti i media, pubblici e privati. In Italia, le perdite per la tv pubblica sarebbero ben più consistenti e avrebbero conseguenze ancora più negative sull’intero sistema televisivo nazionale.

Un terzo incomodo appare in Tv

Sky fattura quasi il 25 per cento delle risorse televisive nazionali. Nell’offerta a pagamento, dove è monopolista, cresce con tassi tre-quattro volte superiori a quelli della pubblicità, per non parlare del canone. E l’Italia è stata negli ultimi anni uno dei mercati più dinamici e innovativi in Europa. Ma il disegno di legge Gentiloni non se ne occupa. Duopolio e distorsioni del mercato pubblicitario televisivo rimangono la causa di tutti i problemi di pluralismo. Da risolvere con un limite ex ante che non esiste in nessuna normativa europea.

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