Lavoce.info

Autore: Desk Pagina 136 di 203

Il desk de lavoce.info è composto da ragazzi e ragazze che si occupano della gestione operativa del sito internet e dei social network e delle attività redazionali e di assistenza alla ricerca. Inoltre, sono curati dal desk il podcast e le rubriche del fact checking, de "La parola ai grafici" e de "La parola ai numeri".

LA REPLICA DEGLI AUTORI A CASTELLUCCI

Concordiamo ovviamente che i contratti debbano essere rispettati. Il punto però è che la nuova convenzione è fortemente peggiorativa, per gli utenti, rispetto a quella firmata nel 1997. Quella prevedeva che le tariffe fossero ridotte annualmente per un importo (parametro X), da ragguagliarsi all’incremento della produttività. Nel settore, la produttività aumenta principalmente per l’incremento del traffico, e la Convezione del 1997 prevedeva infatti che il parametro X potesse salire sino ad un valore pari all’incremento del traffico nel quinquennio precedente. Questa facoltà non è stata utilizzata dall’ANAS in occasione del primo rinnovo quinquennale. Da qui il “riallineamento della redditività al periodo regolatorio precedente”, pur previsto dal contratto iniziale, partiva già con un grave e indebito squilibrio.
La legge successiva dava unÂ’interpretazione diversa (e tale da tutelare gli utenti) del price cap, non ne modificava il contenuto di tutela da rendite e di incentivazione, proprio di quello strumento.
 Il prezzo pagato per la Autostrade fu “basso” proprio perché la convenzione non assicurava tariffe “certe” per i successivi 40 anni ma prevedeva la possibilità di “girare” a favore degli utenti i benefici dell’incremento del traffico e della produttività, proprio grazie a quel parametro X che è ora stato “gratuitamente” reso del tutto disgiunto dalla redditività del concessionario.
Infine, il parere dell’Antitrust e di due NARS (facenti capo a maggioranze diverse), concordano nella sostanza, al di là di dettagli: l’applicazione della convenzione iniziale e soprattutto la nuova convenzione non tutelano sufficientemente gli utenti da rendite, obiettivo precipuo del dispositivo di price-cap.

SEI ANNI CON LAVOCE.INFO

Sei anni fa nasceva lavoce.info. Sono trascorsi quattro governi, tre ministri dellÂ’Economia, e, purtroppo, abbiamo solo 6 punti percentuali di Pil in più. Nel frattempo la “democratica” Internet è diventata per molti italiani la principale fonte di informazione dopo la Tv. Addirittura, la prima per chi cerca approfondimenti di politica e di economia. E informazioni il più possibile complete, non partigiane. Lo mostra un sondaggio da noi commissionato, e se ne trova conferma nei dati sulle visite al nostro sito. Spingendoci così a svolgere con sempre maggiore impegno il nostro ruolo di cane da guardia della politica economica.

L’INFORMAZIONE CORRE SUL WEB*

Sono sempre di più gli italiani che navigano in Internet, 26 milioni dicono le stime. E se la televisione resta il mezzo da cui si attingono le notizie, è in rete che si cercano fonti di approfondimento attendibili e non faziose. Perché i bassi costi sono una garanzia di minore dipendenza dai finanziatori. Lo dicono i risultati del nostro sondaggio su “Internet, informazione e pluralismo”.

E’ GIUSTO PUBBLICARE I VOTI DEGLI STUDENTI AI PROFESSORI?

NO, NON E’ GIUSTO PUBBLICARLI

Recentemente, come riportato anche da Repubblica (edizione milanese) alcune organizzazioni studentesche della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università Statale di Milano, hanno richiesto la pubblicazione  delle valutazioni espresse dagli studenti sui loro Professori. Nel campo favorevole a questa proposta si distinguono due argomentazioni reiteratamente espresse: i docenti che vengono valutati male avranno un incentivo a migliorare; i docenti che praticano l’assenteismo saranno smascherati. Non voglio,qui, entrare nel merito della validità di queste specifiche motivazioni, riservandomi di farlo altrove. Piuttosto, mi preme esprimere alcune considerazioni di carattere etico-politico.
Credo che sia un dovere di ciascuno avere ben chiaro quali siano i limiti che un’organizzazione, come l’Università, lo Stato, o anche un’impresa, sia essa pubblica o privata, deve porsi nella ricerca di strumenti di controllo e di stimolo della produttività. Una volta fissati tali limiti è lecito cercare il modus operandi più efficace. Il provvedimento in questione è, chiaramente, fondato sull’idea seguente: un docente che privatamente prenda visione della bassa valutazione da parte dei suoi studenti non ha un incentivo sufficiente a  migliorarsi, mentre se la sua posizione relativa, sottolineo, relativa, rispetto al resto del corpo docente è resa pubblica, il suo atteggiamento cambierà. Sarebbe quindi la vergogna di essere stato esposto come meno abile a fungere da stimolo. Può darsi che, a mio avviso imprudentemente, la pubblicazione dei voti avvenga in alcune Facoltà in Italia (a me non risulta), ma ciò non dovrebbe indurre all’imitazione.
Sottolineo che, naturalmente, è il provvedimento che va rifiutato, non l’intenzione di migliorare l’efficienza dei docenti. In un approccio di Economia Politica è ben noto che il raggiungimento dell’efficienza, talora, è in conflitto con altre considerazioni, quali l’equità o la morale. Per fare un esempio estremo: la legge, rispettando la visione morale prevalente nella società, per fortuna, vieta che i donatori di organi siano pagati, eppure il mercato dei trapianti di reni potrebbe funzionare in modo più efficace se i donatori venissero compensati pecuniariamente (l’equilibrio sul mercato porterebbe a un prezzo che uguaglia domanda e offerta). Questo è un caso in cui l’efficienza, giustamente, viene sacrificata alla morale.
Nel caso della pubblicazione dei voti ai docenti vi è un serissimo, seppur meno tragico ed eclatante, problema morale di salvaguardia della dignità umana, di quella sfera di riservatezza e, oserei dire, di fragilità della persona umana. Credo che il rispetto della persona sia un punto fermo della nostra legislazione proprio perché i cittadini hanno diritto a non vedere invase certe sfere che possono fare della loro fragilità uno strumento di abuso, ricatto, pressione, sofferenza psichica.
Purtroppo duole constatare che proprio su queste leve fa perno lÂ’idea che la pubblicazione dei voti possa migliorare lÂ’efficienza dellÂ’insegnamento.
A mio avviso, questo provvedimento è, in un Paese sempre più “borderline” come il nostro, uno di quei distratti passi verso la barbarie che è necessario a tutti i costi evitare.
Che si usino strumenti accurati di valutazione del rendimento individuale è una necessità oramai acclarata e imprescindibile in tutte le Istituzioni che servono interessi pubblici, necessità sulla quale concordo pienamente. Nessuno è intoccabile e non devono esistere caste privilegiate né dentro né fuori delle Università. Ma, mentre la valutazione dell’istituzione o delle sue articolazioni può, come avviene sempre più di frequente, essere resa pubblica, quella individuale deve restare “ad uso interno”. Naturalmente facendo in modo che questo “uso interno” ci sia davvero e sia efficace. Che tutti debbano essere messi alla gogna affinché gli scansafatiche siano smascherati è un procedere incivile, con un costo sociale (il costo sociale è la somma di tutti i costi privati) che supera di gran lunga i benefici. E’ auspicabile che si cerchino strade meno rozze per risolvere un problema così rilevante.
Naturalmente, immagino che chi è favorevole alla pubblicazione abbia un punto di vista etico diverso da quello qui espresso. Favorirebbe il dibattito vederne articolate le argomentazioni per poterle apprezzare.

Paolo Garella

PERCHE’ E’ NECESSARIO PUBBLICARLI

Raccolgo l’invito del Signor Garella ad argomentare alcune ragioni a favore del provvedimento. Non essendo un esperto del settore, mi è difficile trovare dati aggiornati, perciò faccio quello che posso con numeri che dovrebbero essere a sfavore della mia tesi (divertente che quando uno cita dei numeri un altro riesca sempre a dimostrare che sono sbagliati). La retribuzione media dei lavoratori italiani è pari a circa 22000 EUR (anno 2007, da varie fonti che citano un rapporto Eurispes), mentre la retribuzione dei professori universitari italiani (di seguito PUI) al livello piú basso (anno 2004, [1]) è pari a circa 47600 EUR, per la prima fascia, e circa 36000 EUR per la seconda; spero di non sbagliare i calcoli ma: 47600/22000 = 2.16… e 36000/22000 = 1.63… [1] A fianco di questo confronto osservo che non mi risultano: un numero di incidenti sul lavoro dei PUI significativo rispetto a quello di altre categorie; PUI in cassa integrazione, in mobilità o in esubero; PUI costretti riqualificarsi completamente; PUI licenziati perché l’ateneo è in crisi finanziaria; PUI licenziati perché l’ateneo viene acquistato, svuotato del valore, infine lasciato fallire; PUI licenziati perché l’ateneo ristruttura e taglia cinquantenni e sessantenni. In piú, i PUI possono continuare l’attività fino a 70 anni godendo della massima retribuzione nell’ultimo periodo (forse non il piú produttivo). I PUI di prima fascia vivono un oggettivo potere nell’ambiente lavorativo, che consente loro un certo agio nell’affrontare le proprie "sofferenze psichiche". Accoglierò volentieri delle smentite. Nel complesso il trattamento dei PUI è non male per un’istituzione che deve "porsi dei limiti". Mettere nella stessa pentola della trasparenza delle prestazioni istituzioni pubbliche e aziende private è fuori luogo; l’Università, poi, è proprio un’altra categoria. Chiedo: qual’è il ruolo dell’Università a finanziamento pubblico? La mia opinione: quello che non può essere ricoperto dai privati, vincolati a seguire il mercato reale: creare e difendere un ambiente in cui le idee circolino liberamente e che ponga al centro di tutto la competizione libera e onesta sulla materia. Il lavoro dell’universitario a finanziamento pubblico deve essere di tipo imprenditoriale in uno speciale mercato a parte: si concede a una persona la possibilità, per un numero di anni non infinito, di sviluppare e trasmettere le proprie idee, finché è in grado di farlo con qualità comprovata. Le prestazioni sul "mercato" si manifestano in tre modi principali: qualità delle pubblicazioni, quantità di finanziamenti privati raccolti, valutazione della didattica. Questo mercato deve essere presente ovunque, tra gli atenei e all’interno dello stesso ateneo; il buon universitario deve essere disposto alla competizione aperta su tutto. La classificazione "università di ricerca" e "università di insegnamento" non può essere presente (in Italia) se il finanziamento è pubblico; lo dimostrano vicende di splendore assoluto come quella di Sviluppo Italia. Ciò deve valere anche per gli studenti: essere studente universitario significa vivere il diritto/dovere di competere onestamente sulla materia, esporre coraggiosamente le proprie idee originali, dimostrando ciò che si è capaci di fare. Una didattica di scarsa qualità è un impedimento enorme alla propria capacità di competere. Chi cerca di dimostrare le proprie capacità, implicitamente si mette in competizione con tutti; i PUI come accolgono il confronto? Heh… che differenza con quanto scrisse il Professor Rota[2], al punto che l’impostazione stessa del rapporto PUI/studenti è un falso ideologico; e non è un problema di soldi. [2] La pubblicazione delle valutazioni degli studenti è uno dei pochi strumenti, complementare alla formazione di un piano degli studi personalizzato, a disposizione per difendere la propria capacità di competere; si deve almeno sapere chi insegna male, chi è poco in aula e si fa sostituire da dottorandi e assegnisti impreparati, chi non accetta il confronto su approcci alternativi alla materia. Invece di secretare i risultati della valutazione, essa dovrebbe essere estesa in modo da essere maggiormente centrata su competenze e autonomia raggiunte al termine del corso. In piú occorrerebbe la possibilità di partecipare, anche negli anni successivi e post-laurea, a un dibattito sulla formazione dei programmi dei corsi, per poter dire la propria su quanto gli argomenti svolti si siano dimostrati validi o meno. Servono altri strumenti nello stesso spirito: se un barbiere mi taglia male i capelli: vado da un altro; se un professore insegna male: perché, una volta scelto un indirizzo di laurea, sono costretto a seguire il suo corso quando nello stesso ateneo quel corso è offerto anche da altri docenti? Chi insegna male deve restare senza studenti, non ci devono essere quote garantite. E chi decide quali corsi sono retribuiti? Il rifiuto della pubblicazione delle valutazioni rientra nell’ottica: non si deve sapere perché cosí chiudiamo la porta e aggiustiamo le cose tra di noi. Questa è la negazione della competizione aperta e onesta. Purtroppo, in conseguenza di un costume che nei fatti è principio di non responsabilità, gli studenti possono trovarsi in situazioni di vulnerabilità che diventano "uno strumento di abuso, ricatto, pressione"; situazioni che possono invadere la vita privata (!) e quindi diventare un "problema morale di salvaguardia della dignità umana, di quella sfera di riservatezza e, oserei dire, di fragilità della persona umana." Chiedo perdono per l’esposizione rozza: gli studenti pagano le tasse; i PUI mangiano (anche) con quei soldi. Allora perché uno studente deve svolgere lavoro nero? Ad esempio redazione ed editoria elettronica per pubblicazioni, didattiche e non, che alla fine vedranno il nome del PUI sulla prima pagina? E chi resta a rispondere al telefono del Dipartimento in Agosto? Mh, non c’è un tesista? La proposta di pubblicazione delle valutazioni è stata avanzata anche nella recente campagna elettorale studentesca al Politecnico di Milano; si vedrà se le intenzioni dichiarate diventeranno azioni…

Marco Maggi

* Ex studente Politecnico di Milano

LETTERA APERTA AL MINISTRO DELL’ISTRUZIONE

Lettera aperta all’On. Avv. Mariastella Gelmini, Ministro dellÂ’Istruzione, dellÂ’Università e della Ricerca

Signor Ministro,

se non ha avuto occasione di leggere l’articolo “Il concorso che visse due volte”, apparso su lavoce.info venerdì 6 giugno e ripreso da SISmagazine (il notiziario della Società Italiana di Statistica) il giorno successivo, La invitiamo a farlo.
Ugo Trivellato solleva, nel suo articolo, una questione di interesse generale per l’Università italiana. Non aggiungiamo niente alle sue osservazioni, che condividiamo pienamente. Riattivare un concorso a distanza di sei anni, limitando la partecipazione ai (pochi) candidati rimasti (molti nel frattempo hanno vinto altri concorsi) tra quelli che si erano presentati allora, senza consentire a tutti (e soprattutto ai più giovani) di partecipare, è procedura che contrasta con lo spirito dei concorsi, come dice Trivellato, ma non solo. È anche umiliante per gli stessi candidati ancora in lizza, che, dovendo essere valutati su una produzione scientifica vecchia ormai di sei anni,  non hanno modo di dimostrare il loro effettivo valore e la loro capacità di tenersi al passo con l’evolvere della disciplina.
La sospensione del concorso in questione è cosa nota nella comunità scientifica degli statistici e ha già generato un dibattito acceso. In quell’occasione (eravamo nel 2004), molti aderirono pubblicamente alla lettera che tre commissari del concorso avevano inviato ai componenti della comunità degli statistici economici, segnalando alcune preoccupazioni circa il rispetto delle procedure. Qualcuno di noi, nel motivare l’adesione, espresse, allora, un concetto che qui ci piace riprendere.

[…]  qualunque meccanismo di reclutamento universitario, e quello italiano forse più di altri, ha dei lati deboli:[…]. Vi sono però almeno due importanti elementi di controllo previsti dal legislatore: la scelta democratica di coloro che sono chiamati a giudicare […] e un insieme di regole procedurali stabilite per legge, che garantiscono un minimo d trasparenza e tempestività del procedimento. […]  I tre colleghi, ai quali manifestiamo adesione, non sono mai entrati nel merito dei criteri di valutazione, ma, più semplicemente, hanno segnalato preoccupazione verso il mancato rispetto delle regole di procedura che potrebbe, di fatto, impedire lo svolgimento del concorso […]. Questo ci pare assai più grave di una lecita difformità di giudizio su uno o più candidati. Si configura una situazione in cui la comunità scientifica decide di “giocare una partita” con regole date ma qualche suo componente ha la facoltà di annullarla, ignorando le stesse regole. Se questo dovesse accadere, i concorsi diventerebbero di fatto un “gioco senza regole”, che a qualche giocatore spregiudicato può piacere, ma che non può essere l’obiettivo di una Comunità Scientifica degna di chiamarsi tale.

Tutto, poi, si era sopito e i timori sul gioco senza regole, almeno in relazione a quella ‘partita’, sembrarono infondati. Purtroppo, il presagio di allora sembra essersi avverato oggi.
Ci siamo chiesti: che fare? La strada maestra è certamente nelle mani del legislatore, che, soprattutto in ambito universitario,  dovrebbe prevedere una norma che dichiari decaduto un concorso bandito da un tempo troppo lungo e non espletato per qualsiasi ragione (a dire il vero, i termini sono già indicati nella legge, ma soltanto per la durata in carica delle Commissioni giudicatrici, il che lascia spazio a comportamenti dilatori).  Confidiamo che Lei, Signor Ministro,  provveda in tal senso. Per quanto riguarda il caso specifico, ci sembra sussistano gli estremi per sospendere un procedimento che contrasta chiaramente con le “norme in materia di procedimento amministrativo” (legge 241/90) e che offre il fianco a ricorsi di vario genere (come sottolinea paoloc su lavoce.info nel suo commento “..adoperarsi per cambiare le cose..” all’articolo di Trivellato).

Noi speriamo che il Suo auspicato intervento possa arrivare in tempo utile a sospendere un atto che non fa onore all’Università.  Qualora ciò non fosse possibile, rimane ancora una  possibilità, che chiama in causa la nostra responsabilità di professori del settore scientifico disciplinare: se la procedura andrà avanti, dovremo, tra poco, esprimere la nostra preferenza per colleghi che riteniamo adatti, per capacità e rigore, a svolgere il delicato ruolo di commissari. Non andare a votare, chiamandosi fuori da un problema spinoso, è tentazione forte, ma crediamo che sarebbe un errore.

La nostra speranza è che questa lettera a Lei indirizzata, sottoscritta da molti di noi professori di i prima fascia del settore e da quasi tutti i membri del direttivo della Societa’ Italiana di Statistica, abbia l’effetto di ricordare a chi dovesse essere eletto in commissione, se mai ce ne fosse bisogno, di adoperarsi affinché sia rigorosamente applicato, nella valutazione, il criterio principale che la legge sancisce per l’accesso al ruolo di prima fascia: la presenza di una produzione di livello adeguato, largamente riconosciuta dalla comunità scientifica.
In attesa di una sollecita revisione della norma, questo appello alla nostra deontologia professionale ci pare lÂ’unica strada da percorrere.

Con i più cordiali saluti

Seguono 40 firme          

UN CONSIGLIO A GIULIO DI SHERWOOD

IPSE DIXIT

Alcune frasi sono state ripetute da Silvio Berlusconi nellÂ’ultima giornata di campagna elettorale. A distanza di poche decine di minuti lÂ’una dallÂ’altra alcune dichiarazioni contengono dati diversi. Ecco cosa abbiamo rilevato.

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CORDATE

AirFrance, Aeroflot. Tutto va bene per migliorare il risultato finale della trattativa. Anche se, fuori dalle polemiche elettorali, Alitalia convolerà a giuste nozze, quasi certamente con Air France. Come ha detto Berlusconi, basta che ci sia “pari dignità – il che non significa nulla, ma aiuta perché si può sempre sostenere che finora Air France non l’avesse data, e che la sua prossima proposta (quasi identica alla prima) soddisfa invece questo requisito.
E va bene così proprio per difendere l’interesse nazionale, per avere qualcuno che ha capacità manageriale, risorse finanziarie e network capaci di rilanciare questa impresa. Questo non basterà per garantire che la nuova Alitalia sappia dare un servizio di qualità a prezzi accettabili – per questo si dovrà far funzionare la concorrenza. E largo ai vari Meridiana, AirOne, ecc., ben vengano, e chi ha pilo (competitivo) farà più tela.
E Malpensa? Non è mai stato un problema del nord. Andate a Bergamo o Brescia per sentire quanto tengono a Malpensa. Eppure i milanesi ricordano bene che l’unica ragione per cui tanti volano da Malpensa è che dieci anni fa un decreto del governo (centro sinistra) chiuse centinaia di voli da Linate, che il mercato voleva tenere lì e cheper decreto sono stati deportati a Malpensa.
Il ridimensionamento di Malpensa è un problema dell’alta Lombardia e dovrà esssere risolto come tale: un problema di sviluppo territoriale.
La lega – a suo tempo contraria all’intervento dello Stato – oggi reclama i soldi di Roma per Malpensa. Ma se diamo aiuti di Stato a una delle regioni più ricche d’Europa, quanto denaro dovremo dare alla Sicilia?

VERO O FALSO?*

Verifichiamo queste nuove affermazioni e cifre dette dai politici nei talk-show televisivi e nei dibattiti:

"…le donne in Itali che lavorano sono appena il 46,4% …nel sud la percentuale di donne che hanno l’occupazione è il 34,6% quindi siamo il penultimo paese in Europa, fa peggio di noi solo Malta" (Berlusconi,Otto e mezzo, 11 Aprile 2008)
"l’Italia è il paese in Europa che ha il record di contratti a vita, di contratti a tempo indeterminato…sono l’87 e qualcosa percento i contratti a tempo indeterminato e soltanto il 12,3% i contratti temporanei" (Berlusconi, Matrix, 11 Aprile 2008)

Aggiornamento: IPSE DIXIT

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