Autore: Ugo Trivellato

trivellato Professore emerito di Statistica Economica, Università di Padova. Attualmente è senior research fellow di FBK-Irvapp. È stato ricercatore visitatore/professore alle Università di Monaco, Århus, Wisconsin-Madison, e Uppsala. I suoi principali interessi di ricerca riguardano: valutazione d’impatto di politiche pubbliche (segnatamente lavoro e welfare); misura e analisi della partecipazione al lavoro e della disoccupazione; modelli strutturali e di misura nelle scienze sociali. È CESifo research fellow, IZA research fellow, socio dell’Istituto Veneto di Scienze Lettere ed Arti. Nel 2005 gli è stato conferito il Premio di Economia del Lavoro Ezio Tarantelli per il contributo alla ricerca.

IL CONCORSO CHE VISSE DUE VOLTE

Nel lontano 2002 l’università di Messina bandisce un concorso per professore di prima fascia in Statistica economica. Di cui si perde traccia, grazie a due commissioni giudicatrici che si succedono senza concludere i lavori. Ora, sta per essere eletta la terza. Chiamata a giudicare i pochi candidati superstiti sulla base di pubblicazioni di sei anni fa. Perché semplicemente l’ateneo non emana un nuovo bando per lo stesso posto? La scelta avrebbe l’evidente vantaggio di consentire la partecipazione di tutti gli interessati di oggi, e con una produzione scientifica aggiornata.

Giove 2004 protegge la ricerca

E’ un “public use file” e mette a disposizione dei ricercatori la gran mole di informazioni raccolte dalla rete dei Centri per l’impiego del Veneto a partire da metà Anni Novanta. Nel rispetto del codice di deontologia per il trattamento di dati personali per scopi scientifici, permette un uso intenso e differenziato della base di dati, assecondando la pluralità di esigenze e di linee conoscitive. Se altri osservatori regionali sul mercato del lavoro seguiranno questo esempio, sarà poi possibile studiare e comparare diverse realtà locali.

Un Codice per tutelare privacy e ricerca

Dopo un lungo percorso, è stato definito il Codice di deontologia e buona condotta per il trattamento dei dati personali utilizzati per scopi statistici e scientifici. Amplia la nozione di dato anonimo, non soggetto alla legge sulla privacy, e permette di utilizzare in maniera oculata i dati personali. L’obiettivo da perseguire ora è assicurare la produzione e distribuzione di adeguate basi di microdati, un terreno sul quale la situazione italiana è decisamente insoddisfacente

Una proposta e molti dubbi

L’accesso ai dati statistici per scopi di ricerca scientifica ha troppi vincoli in Italia. La proposta di legge Rossi intende eliminarli tutti. Così facendo, però, rischia di essere in contrasto con la direttiva europea che tutela la privacy. E di incorrere in una eccessiva permissività che non è necessaria alla ricerca e che invece potrebbe minare la fiducia dell’opinione pubblica. Senza peraltro risolvere il problema dei ritardi nella produzione e distribuzione di adeguate basi di microdati.

Come si misura l’inflazione

“lavoce.info“ ha già dedicato attenzione al nervoso, talvolta gridato dibattito che si è acceso in questi mesi sulla misura dell‘inflazione in Italia (vedi Baldini). Tra l‘altro, ha documentato in maniera chiara le caratteristiche del ‘processo di produzione‘ dell‘indice dei prezzi al consumo (vedi La spesa di una grande famiglia). È un processo che segue definizioni e protocolli definiti a livello comunitario, poggia su un impianto di rilevazione imponente e collaudato, si svolge con metodi rigorosi e trasparenti.

Una marcata variabilità

Innanzitutto, tornano utili due osservazioni.

  • Il recente, vistoso infortunio in cui è incorso l‘Istat nel calcolo dell‘indice di gennaio 2003, con l‘errata collocazione appunto a gennaio – invece che a febbraio – di una riduzione dei prezzi di vendita di farmaci e con la pronta rilevazione dell‘errore da parte di utilizzatori esterni, è, non paradossalmente, la migliore riprova di queste caratteristiche di rigore metodologico e di trasparenza (vedi Guiso).

  • Il giudizio di affidabilità dell‘indice dei prezzi al consumo trova conferma nelle valutazioni espresse da organismi con compiti di controllo sull‘operato dell‘Istat. In Italia la Commissione per la garanzia dell‘informazione statistica, a livello internazionale il FMI si sono espressi in termini positivi sull‘attività dell‘Istat in materia di indice dei prezzi al consumo (anche se hanno accompagnato questa valutazione con suggerimenti migliorativi).

Ma come dare conto del(l‘asserito) divario fra l‘inflazione misurata dall‘Istat e quella percepita dai consumatori? Vi è un punto che, a mio avviso, non è stato messo bene in luce. Sottostante a una dinamica media dell‘inflazione che negli ultimi mesi si è attestata attorno al 2,8 per cento (in termini di variazione rispetto ai corrispondenti mesi dell‘anno precedente), vi è una marcata variabilità.

  • Essa risalta nitidamente anche se ci si limita al livello nazionale (e si prescinde quindi dalle differenze territoriali), e si guarda alle differenze nella dinamica dei prezzi per grandi capitoli di spesa e, con un maggiore dettaglio, per alcune voci di prodotto nel comparto alimentare. Il prospetto che segue è significativo, e non necessita di particolari commenti.

  • Analoghi riscontri si hanno se si guarda alla sola variabilità spaziale (e si prescinde quindi dalle differenze fra prodotti): fra città, quartieri, canali distributivi – con la grande distribuzione contrapposta a quella tradizionale.

Non c‘è dunque motivo di sorprendersi se, per uno specifico bene in uno certo punto di vendita di un certo Comune, si registrano incrementi di prezzo anche molto alti. Data la marcata variabilità appena evidenziata, essi sono del tutto compatibili con la dinamica media registrata dall‘indice dei prezzi al consumo.

Per falsificare l‘affermazione “Tutti i cigni sono bianchi“, basta un cigno nero (dato che, con certezza, sia un cigno e sia nero). Ma possiamo ragionare in maniera analoga in tema di inflazione? La vecchina che esclama: “Dal mio pescivendolo, sottocasa, le vongole sono cresciute del 40 per cento. Che cosa ci vengono a raccontare? Altro che aumenti del 2-3 per cento! Qui tutto costa una volta e mezza quel che costava prima!“: ebbene, fa riferimento a un dato di fatto vero, ma dice una cosa falsa. Questo modo di argomentare – guardare a un solo bene, comprato in uno specifico negozio, in un dato giorno –, se applicato all‘indice dei prezzi al consumo, è palesemente privo di senso.

Questi i dati di fatto. Ad essi va aggiunto che la percezione dell‘inflazione è un processo sociale, che da un lato sconta asimmetrie e imperfezioni percettive (siamo sensibili allo stesso modo a variazioni dei prezzi in aumento e in diminuzione? e a variazioni nei prezzi di beni acquistati di frequente e raramente?) e dall‘altro è influenzato dai ‘media‘ e dagli opinion makers. Quel che è accaduto, e in parte continua ad accadere, nel dibattito nostrano sull‘inflazione rimanda proprio a fattori di questo tipo: in particolare, a ‘media‘ e opinion makers che, invece di favorire una divulgazione obiettiva e una discussione argomentata, hanno aperto il vaso di Pandora delle percezioni e degli umori irrazionali.

L‘indagine Eurispes

A dare corpo all‘opinione di un‘inflazione vistosamente più alta di quella misurata dall‘indice dei prezzi al consumo, è stata sovente invocata l‘indagine “Caro …cibo“ condotta dall‘Eurispes nel dicembre 2002. Lodevolmente, l‘Eurispes ha messo a disposizione, nel proprio sito Internet, una nota di presentazione sull‘indagine (chiunque può scaricarla versando il simbolico obolo di un Euro) che da sola inficia l‘attendibilità dei risultati. Restando agli aspetti salienti, e affiancando le citazioni con qualche scarno commento, risulta quanto segue.

  • Circa la dimensione dell‘indagine: “Numero di rivendite contattate: 304. Numero interviste valide: 182“. Commenti: Il 40 per cento delle rivendite contattate si è rifiutato di rispondere: che tipo di selezione vi è stato? I punti di vendita sono 182, a fronte degli oltre 4.800 dell‘Istat.

  • Circa la modalità di rilevazione dei prezzi: “Per ognuno dei 150 prodotti presi in esame i rilevatori dovevano registrare i prezzi applicati al momento della loro visita nel punto di vendita prescelto. Ma soprattutto (con un‘operazione delicata e difficile, che ha comportato non poche difficoltà e della quale siamo particolarmente orgogliosi) ricostruire, sulla base di testimonianze certe, i prezzi degli stessi articoli al dicembre 2001. I prezzi al 2001 dovevano essere ricavati da: listini prezzi …, scontrini e ‘strisciate‘ di spese compiute l‘anno precedente, inserti pubblicitari pubblicati sui giornali …, gruppi di discussione (composti dai clienti e dallo stesso venditore) davanti ai banchi dei mercati o dentro le rivendite“. Commenti: sul fatto che si sia trattato di “un‘operazione delicata e difficile“, come non convenire? Le rilevazioni retrospettive si scontrano con seri problemi di documentazione e di memoria (e – si badi – qui non si trattava di ricordare eventi di grande rilievo per l‘interessato, ma il prezzo del burro o degli insaccati). Per soprammercato, tra dicembre 2001 e dicembre 2002, di mezzo c‘è stato un cambio di moneta!

  • Circa la modalità di calcolo dell‘indice: “L‘Eurispes lavora sulla media delle variazioni dei singoli prezzi, mentre l‘Istat sulle variazioni dei prezzi medi“. Commento: dunque, l‘Eurispes non pesa le variazioni dei prezzi per l‘importanza economica dei singoli beni, mentre l‘Istat le pesa; detto altrimenti, per l‘Eurispes le variazioni del prezzo del pane e del pepe nero hanno la stessa importanza.

Un‘ultima notazione. L‘attendibile stima di un tasso d‘inflazione tendenziale dell‘ordine del 2,8 per cento non è motivo di ottimismo. Da parecchi mesi l‘inflazione italiane è tornata ad essere più alta della media europea, con uno differenziale di 0,4-0,6 punti percentuali (cioè, dell‘ordine del 20 per cento), che per di più tende a dilatarsi. Il segnale è chiaro: vi è il rischio di ulteriore, progressiva perdita di competitività del paese.

Per saperne di più

In allegato la presentazione di Ugo Trivellato al seminario tenutosi a Padova il 24 febbraio.

Informazioni sull’indagine Eurispes sono scaricabili dal sito http://www.eurispes.it/sitoeurispes/default.htm al costo di un Euro.

In allegato, la composizione del consiglio direttivo dell’Istituto.

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