La vicenda rifiuti in Campania ha vari aspetti, tecnologici ed economici. Il settore rappresenta una delle maggiori aree d’affari e di occupazione del Mezzogiorno. Se gli oneri per il funzionamento degli impianti dovessero risultare troppo alti e non bilanciati dai crediti ancora in via di definizione, la società che nel 2000 se ne è aggiudicata la lavorazione potrebbe farsi indietro. Si potrebbero allora impiegare gli operatori dei Consorzi di bacino, istituiti per la mai decollata raccolta differenziata. In un difficile equilibrio da cercarsi tra Napoli e Roma.
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La proprietà di Edison pare che sarà divisa tra Aem Milano e la francese Edf. Tramonta così la stagione dell’imprenditoria privata italiana nell’elettricità . In questo settore, vitale per l’economia moderna, abbiamo molto denaro pubblico, molto denaro estero e poche aziende. L’operazione, poi, consente al monopolista pubblico francese di controllare Edison in cambio di un doppio vantaggio per Enel: l’ingresso sul mercato francese e la partecipazione a un importante progetto di ricerca sul nucleare. Ma non ne trae guadagno la concorrenza. Né, probabilmente, il sistema paese.
Il Miur dà parere negativo alla creazione del Consiglio europeo delle ricerche (Cer). Sulla base dell’errata convinzione che gli sforzi finanziari pubblici dovrebbero essere preceduti dall’individuazione dei benefici socioeconomici della ricerca, diretti a rafforzare i legami tra università e imprese, piuttosto che a finanziare la ricerca fondamentale, nelle quale l’Europa già eccelle. Il Cer rappresenta invece un’ottima occasione per l’Italia. I ricercatori italiani potrebbero infatti ottenere un ammontare di fondi superiore a quelli, molto scarsi, investiti dal Governo.
Gli aiuti ai paesi in via di sviluppo sono una questione più complessa di quanto non sembri a prima vista. Anche se i loro effetti positivi possono essere attenuati dalla capacità di assorbimento dei paesi riceventi, rimangono tuttavia un elemento essenziale per lo sviluppo e la ricostruzione delle zone colpite da disastri. Indirizzare e scadenzare gli interventi in modo da rimuovere i colli di bottiglia e costruire su riforme e investimenti attuati in precedenza, può aumentare la capacità di assorbimento e rendere possibile un uso produttivo dei grandi flussi di aiuto.
Esiste un nesso tra tsunami e cambiamenti climatici? Le opinioni sono contrapposte, la cautela è d’obbligo. Più interessante e utile è chiedersi se le conseguenze socio-economiche dei disastri naturali possano illuminare circa le conseguenze socio-economiche dei cambiamenti del clima. E lo tsunami offre una opportunità quale esperimento naturale per valutare le conseguenze nefaste dei mutamenti climatici. La chiave di lettura che proponiamo è che ripensare agli effetti dello tsunami è come vedere il film degli effetti del riscaldamento globale a velocità accelerata.
La comunità internazionale è stata pronta a far fronte all’emergenza umanitaria provocata dallo tsunami. Si può parlare di una prova di generosità incondizionata? Non sembrerebbe da una analisi di come gli aiuti sono stati elargiti. Anche la solidarietà ha seguito interessi geopolitici. Basta guardare a quanto è stato dato dai singoli donatori ai diversi paesi riceventi e a come gli aiuti sono stati distribuiti secondo direttive particolari. Il relief aid lascia molti buchi e non può sostituire la cooperazione internazionale.
Dopo le devastazioni dello tsunami, la corsa al ripristino delle attività turistiche fa emergere questioni etiche e pragmatiche sullo sviluppo del settore nei paesi colpiti. La programmazione degli investimenti a breve termine per accelerare la ripresa potrebbe portare all’aumento del divario tra l’attività turistica e la realtà locale. Va invece favorita l’adozione di un approccio integrato e sistemico, accompagnato da efficaci metodi di valutazione e monitoraggio. Solo così il turismo potrà essere un volano di sviluppo per le aree economicamente svantaggiate.
Negli scenari energetici futuri, il carbone torna a essere una possibile alternativa al petrolio, grazie a nuove tecnologie che ne riducono l’impatto ambientale e rendono più vantaggiosa la sua estrazione. Ma sono in molti a puntare anche sul nucleare. Remota la possibilità di nuove Chernobyl, resta però la preoccupazione per alcuni paesi nei quali dalla produzione di energia si potrebbe facilmente passare a quella di armamenti. Infine, si guarda al gas naturale, dalle riserve meno concentrate geograficamente, più pulito e meno costoso.
La tecnica del sequestro geologico di anidride carbonica non presenta rischi particolari e sembra essere in grado di assicurare consistenti riduzioni delle emissioni di gas serra. Dunque potrebbe essere una valida soluzione al problema dei cambiamenti climatici. Quanto ai costi, c’è ancora molta incertezza perché possono variare anche significativamente da una situazione allÂ’altra. Ma l’operazione diventa senz’altro più competitiva se si considerano i ricavi dovuti al recupero di petrolio o gas.
La produzione di energia elettrica da idrogeno non è competitiva in termini di semplici costi industriali. Il suo sviluppo è legato perciò alle politiche di riduzione dei gas serra e alle penalità che saranno attribuite alle emissioni di anidride carbonica. Secondo uno studio, l’idrogeno potrebbe entrare nel mix elettrico italiano con una percentuale dello 0,5 per cento sulla produzione nazionale solo se saranno rispettati i livelli imposti dal Protocollo di Kyoto. Oppure se il costo della CO2 si aggirerà sui cento dollari per tonnellata.