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Categoria: Immigrazione Pagina 35 di 42

QUANDO L’IMMIGRAZIONE E’ GOVERNATA DAL PREGIUDIZIO *

Una politica restrittiva in tema di immigrazione, come quella adottata dal nostro governo, certamente riduce il numero dei lavoratori stranieri presenti in un paese, ma ha anche l’effetto involontario di allontanare di più gli immigrati qualificati rispetto a quelli meno qualificati. Si resta così intrappolati in una spirale di forti restrizioni e “cattiva” immigrazione. E di pregiudizi che si autoalimentano. Per l’Italia, la soluzione non è inasprire indiscriminatamente le norme sull’immigrazione, ma ripensarle coerentemente con le necessità del paese.

L’IMMIGRATO CHE VENNE DAL MARE

Lampedusa è considerata la porta d’ingresso dell’immigrazione illegale in Italia. Frenando gli sbarchi, si può far credere di contrastare in maniera incisiva gli ingressi irregolari. Ma gli arrivi dal mare rappresentano soltanto una modesta frazione di un fenomeno variegato e complesso. La stragrande maggioranza degli immigrati entra in un modo molto più semplice e meno rischioso: con un regolare visto turistico. Quando scade, il turista si trasforma in immigrato irregolare. Magari perché ha trovato un lavoro, nero, nelle famiglie o imprese italiane.

È L’IMMIGRAZIONE, BELLEZZA

Perché i partiti socialdemocratici crollano in tutta Europa proprio in un periodo di recessione? La risposta è nei 26 milioni di immigrati nell’Unione Europea negli ultimi anni. I cittadini sono preoccupati per la sostenibilità del welfare state europeo. E se la soluzione sembra essere in più rigide politiche sull’immigrazione e nelle limitazioni all’accesso allo stato sociale, le coalizioni di destra sono decisamente più credibili. Ma sono politiche inattuabili nel lungo periodo. Esistono alternative ben più efficaci. Senza rinunciare alla redistribuzione.

DISCRIMINATI PERCHÉ CLANDESTINI

La lotta all’immigrazione clandestina dichiarata con il pacchetto sicurezza ha portato all’introduzione nel codice penale di un’aggravante per i reati commessi dai “clandestini”. Lo stesso reato, quale che sia, è considerato dalla legge più grave ed è punito più severamente se a commetterlo è uno straniero irregolare. Si tratta di un’irragionevole discriminazione fondata su una mera condizione personale, in spregio del principio costituzionale di uguaglianza.

MONOETNICI A CASORIA

Secondo il Presidente del Consiglio l’Italia non è un Paese multietnico. Non è chiaro cosa voglia dire Silvio Berlusconi con questa affermazione. In Italia, secondo l’Istat, gli stranieri residenti sono circa 3,9 milioni su una popolazione totale di 60 milioni, quindi attorno al 6,5 per cento. Questa percentuale è inevitabilmente destinata a salire nei prossimi anni fino a raggiungere, secondo alcune proiezioni, il 10 per cento nel 2020. Uno su dieci stranieri residenti, ai quali si aggiungeranno gran parte degli italianissimi figli degli attuali stranieri. Ma la presenza di etnie diverse la osserva già ora chi accompagna i propri figli a scuola o semplicemente sente da loro racconti sui compagni di classe dai nomi come Jair, Biniam, Selma. La osserva chi va a correre al parco durante il weekend e vede partite in cui squadre composte da peruviani, filippini e italiani sfidano altre squadre composte da brasiliani, marocchini e italiani. La osserva chi ha parenti anziani assistiti da badanti lituane o donne eritree che fanno le pulizie in casa. La osserva chi rientra a casa la sera nelle carrozze stipate della metropolitana o chi guida per le strade delle nostre città e si vede chiedere lÂ’elemosina ad ogni semaforo. Insomma, la multietnicità dell’Italia si vede dappertutto. Ovunque, tranne forse alle feste di compleanno delle diciottenni di Casoria.

UN ANNO DI GOVERNO: IMMIGRAZIONE

 

PROVVEDIMENTI

Una volta vinte le elezioni e insediato al ministero degli Interni Roberto Maroni, esponente di quella Lega Nord che da sempre ha fatto del contrasto allÂ’immigrazione un cavallo di battaglia, il governo Berlusconi si è messo allÂ’opera: con un linguaggio in cui ricorre il binomio immigrazione (clandestina) – insicurezza dei cittadini, e con una serie di interventi volti a comunicare allÂ’opinione pubblica lÂ’idea di un sostanziale inasprimento dellÂ’atteggiamento nei confronti degli stranieri  immigrati.
Uno dei primi atti del nuovo governo, di notevole impatto simbolico, è aver definito “emergenza” la questione rom nelle aree metropolitane, con conseguente nomina dei prefetti a commissari, utilizzando le disposizioni legislative sulle grandi calamità naturali. Il loro primo compito è stato quello di procedere all’identificazione degli abitanti, e in particolare dei minori, degli insediamenti autorizzati e spontanei, anche mediante il prelievo delle impronte digitali. Di fatto, i prelievi delle impronte sono stati pochissimi. Mentre sono proseguiti i consueti sgomberi di alcuni insediamenti abusivi, e gli altrettanto consueti riallestimenti a poca distanza.

La seconda iniziativa è l’introduzione dell’aggravante di clandestinità, in caso di condanna penale, insieme alla definizione dell’immigrazione irregolare come reato, peraltro punibile, dopo una lunga negoziazione politica, soltanto con un’ammenda.
Va poi ricordato l’accordo con la Libia di Gheddafi, fino a poco prima considerato un fiancheggiatore del terrorismo internazionale. Il governo ha annesso grande importanza alla collaborazione della Libia nella sorveglianza della frontiera marittima più calda, quella del canale di Sicilia, anche mediante l’internamento di migranti e rifugiati in campi di detenzione sottratti al controllo internazionale.
Arriviamo così al cosiddetto “pacchetto sicurezza”, che sta per concludere lÂ’iter parlamentare. Anche in questo caso, è la Lega Nord a dettare la linea governativa sullÂ’argomento, nonostante qualche distinguo fra i parlamentari del Pdl. Dovrebbe alla fine cadere la possibilità di denuncia da parte del personale medico per gli immigrati irregolari che ricorrono alle cure delle strutture pubbliche, mentre sembra destinata a essere reintrodotta, insieme alle ronde di privati cittadini, la possibilità di trattenimento fino a 18 mesi nei centri di permanenza temporanea, ribattezzati Cie, centri di identificazione ed espulsione. In questi giorni si discute anche di un altro aspetto, da tempo segnalato da alcuni giuristi: lÂ’obbligo di esibire il permesso di soggiorno per lÂ’accesso ai servizi sociali e agli atti dello stato civile (modifica dellÂ’articolo 6 Tu immigrazione) preclude allÂ’irregolare lÂ’accesso anche ai servizi essenziali, come la scuola, contraddicendo altre norme del Testo unico sull’immigrazione, nonché le convenzioni internazionali in materia di protezione del minore. E il “combinato disposto” del reato di immigrazione clandestina e degli articoli 361 e 362 del codice penale (obbligo di denuncia da parte di tutti i pubblici ufficiali o incaricati di pubblico servizio) renderà comunque impossibile lÂ’accesso a qualsiasi servizio, persino i trasporti, ove lÂ’irregolare possa entrare in contatto con un pubblico ufficiale.
Una serie di norme della legislazione vigente (la legge quadro del 1998, già modificata con la cosiddetta Bossi-Fini) sono dunque emendate a senso unico, penalizzante per gli immigrati, senza nessun cambiamento nel segno dell’integrazione. Un esempio emblematico è il cosiddetto “permesso di soggiorno a punti”: punti che gli immigrati possono solo perdere, mai guadagnare, per quanto bene si possano comportare.

EFFETTI

Gli sbarchi sulle nostre coste sono proseguiti, arrivando a quota 30mila alla fine del 2008, con un notevole incremento rispetto agli scorsi anni. La deterrenza attraverso la “cattiveria”, per citare il ministro Maroni, non sembra aver sortito i risultati attesi. Il governo è stato altresì costretto a fare marcia indietro sulla trasformazione del centro di accoglienza di Lampedusa in centro di identificazione ed espulsione.
Le espulsioni realizzate sono state poco più di 6mila (fine ottobre 2008), e non potrebbero essere molte di più. In tutta Italia, i posti nei centri di identificazione ed espulsione sono meno di 1.200. L’insistenza sui diciotto mesi di trattenimento è fuorviante: non si farebbe altro che intasare, con pochi malcapitati, i pochi posti disponibili. Con l’ultimo decreto flussi sono state presentate domande per 740mila immigrati, normalmente già di fatto presenti e occupati in Italia. Il tasso di espulsione si aggira quindi, ad essere ottimisti, intorno all’1 per cento dei casi. (1)
Il fondo per le politiche di integrazione degli immigrati è stato quasi azzerato, trasferendo le risorse alle politiche di controllo. Sono rimasti 5 milioni di euro, contro i 300 della Spagna e i 750 della Germania
La questione rom è praticamente scomparsa dalle cronache, ma resta irrisolta. I censimenti hanno comunque permesso di smontare le cifre più fantasiose. In provincia di Milano si parlava di 20mila rom nei “campi”, di cui 10mila in città. Di fatto, non arrivano a 800. Le misure di integrazione, addotte di fronte alle istituzioni europee come giustificazione per i censimenti, finora non si sono viste.
Nel paese si è diffuso un clima di ostilità nei confronti degli immigrati, sfociato in fatti di violenza e in uno stillicidio di episodi comunque inquietanti.
A Nord, a livello locale, sono proliferate normative volte a togliere la possibilità di iscrizione anagrafica a persone indigenti, il cui bersaglio sono principalmente rom e immigrati. In alcune città, come a Brescia con il bonus-bebé, si è tentato di varare disposizioni che concedono determinati benefici soltanto ai cittadini italiani. A Milano si è cercato di impedire l’iscrizione alle scuole materne dei bambini i cui genitori non hanno un permesso di soggiorno. Ora, sono entrati nel mirino anche gli esercizi che producono e vendono kebab, con un successo presso i consumatori che probabilmente non è estraneo alle proposte restrittive. (2)
L’immagine internazionale dell’Italia è stata scossa dai ripetuti attriti con le istituzioni europee, le organizzazioni di tutela dei diritti umani e la stampa indipendente sul trattamento di rom e immigrati. Peraltro, critiche e proteste vengono recuperate dalla comunicazione governativa come prove della linea di fermezza finalmente adottata, e la difesa dei diritti umani è screditata come “buonismo”.
Il governo non è però intervenuto sulla molla principale dell’immigrazione irregolare, ossia le grandi opportunità di lavoro nero che il nostro mercato offre. Anzi, ha alleggerito ispezioni e controlli.
Ha proseguito sulla strada delle sanatorie mascherate attraverso i decreti-flussi. Se nel 2009 non autorizzerà nuovi flussi di ingresso, per la recessione, ha però promesso di regolarizzare un nutrito contingente, a di immigrati rimasti esclusi dal decreto flussi 2008, pare intorno alle 150mila unità. La discontinuità con il passato e la severità asserita vengono meno proprio sul punto decisivo.
Il governo è però riuscito fin qui nel suo intento principale: comunicare all’opinione pubblica l’idea di una maggiore tutela della sicurezza. Un risultato sul piano dell’immagine e della propaganda, non confermato dai fatti.

OCCASIONI MANCATE

Il governo non ha neppure voluto affrontare temi come quello del diritto di voto o di un accesso più rapido alla cittadinanza, neppure per i figli degli immigrati, nati e cresciuti in Italia. Nulla neppure per facilitare l’incontro tra domanda e offerta di lavoro, evitando il riprodursi del fenomeno dell’immigrazione giuridicamente irregolare, ma utilizzata ampiamente nel mercato del lavoro. Come è stato laconicamente comunicato, questi temi non rientrano nel programma di governo.

(1) Grazie alle domande del decreto flussi, il ministero degli Interni dispone di nome, cognome, indirizzo degli immigrati irregolari occupati, nonché dei loro datori di lavoro. Per arrestarli, non avrebbe bisogno né di medici collaborativi, né di altre dubbie strategie. Avrebbe solo due problemi: 1) dove rinchiuderli, da chi farli sorvegliare, come trovare le risorse per rimpatriarli; 2) fare i conti con i datori di lavoro, in buona parte famiglie con carichi assistenziali.
(2) Diversamente da Lucca, la norma proposta in Lombardia non si riferisce esplicitamente ai kebab o al cibo etnico, ma i proponenti nelle loro dichiarazioni non hanno mancato di sottolineare quale sia lÂ’effettivo bersaglio dei divieti.

LE TASSE DEGLI IMMIGRATI *

I contributi previdenziali relativi a lavoratori stranieri ammontano per il 2007 a quasi 7 miliardi, circa il 4 per cento del totale. Ai quali si aggiungono oltre 3 miliardi tra Irpef, Iva, imposte per il lavoro autonomo e sui fabbricati. Un apporto sempre più rilevante, dunque. Ma per una seria analisi sui costi e i benefici dell’immigrazione, servirebbe come in altri paesi europei una commissione tecnica indipendente di indagine. Con il compito di individuare metodologia e indicatori e di redigere un rapporto periodico.

LA RISPOSTA AI COMMENTI

I commenti all’articolo offrono uno spaccato delle opinioni che circolano nella società. Ne emerge un quadro diviso in due: una parte esterrefatta dall’assistere ad un progressivo sgretolamento della tutela dei diritti della persona; un’altra preoccupata della propria sicurezza e della difesa della legalità.
Riconoscendomi in sintonia con la prima di queste parti, non posso che rispondere agli stimoli proposti dalla seconda. Cerco di farlo con alcune affermazioni.

1) La sicurezza è un bene prezioso e occorre vigilare perché non sia messo a repentaglio. Per capire se è messo a repentaglio, così da richiedere interventi speciali, si deve guardare freddamente a come si evolve il numero di delitti commessi nel nostro paese. I dati del Ministero dell’interno mostrano che il numero di delitti in questi anni è nettamente inferiore a quello che caratterizzava i primi anni ’90. Un’emergenza delitti, quindi, non ha fondamento nella realtà, benché sia certamente legittimo e saggio continuare a vigilare.

2) Quanto all’influenza dell’immigrazione extracomunitaria sulla commissione di delitti in Italia, i dati del Ministero dell’interno mostrano come, a dispetto di una crescita della popolazione immigrata di un fattore cinque dall’inizio degli anni ’90 ad oggi, il numero dei delitti da loro commessi si è mantenuto sostanzialmente costante. Benché sia vero che la popolazione immigrata presenta un tasso di criminalità più alto di quella autoctona, tale tasso è in diminuzione. Non stiamo quindi fronteggiando un’invasione di criminali, ma piuttosto un flusso migratorio caratterizzato da un carattere progressivamente più sano.

3) Un delitto è un delitto, e chi lo commette, una volta accertata la colpevolezza, paga. Non esiste in Italia alcuna legge che preveda una maggiore indulgenza nei confronti degli stranieri, neÂ’ alcuno che la invochi. A carico dello straniero, anzi, può essere adottata anche la misura aggiuntiva dell’espulsione.

4) Lo straniero gode in Italia di una quota di diritti nettamente inferiore a quella prevista per l’italiano (in particolare, in materia di assistenza sociale). Tutti gli obblighi e gli oneri imposti al cittadino italiano sono imposti anche allo straniero. Su quest’ultimo, però, ne incombono alcuni aggiuntivi: primi fra tutti, quelli connessi al permesso di soggiorno, che rendono estremamente precaria la condizione di soggiorno in Italia. Ad esempio: per un italiano, la nascita di un figlio può dar luogo a un problema economico; per lo straniero, oltre che al problema economico, può dar luogo all’impossibilità di rinnovare il permesso di soggiorno per mancanza di reddito o di alloggio idoneo.

5) Il fatto che l’immigrazione in Italia presenti un alto tasso di illegalità è dovuto semplicemente ad una normativa stupida (in vigore dal 1986), che impone, al datore di lavoro che voglia assumere uno straniero, di farlo quando ancora il lavoratore risiede all’estero. Nessun datore di lavoro assumerebbe alla cieca un lavoratore, italiano o straniero che sia. Così, un rispetto rigoroso della legge produrrebbe l’azzeramento dell’immigrazione per lavoro (e di quella, per motivi familiari, che da essa deriva). Dato che di lavoratori stranieri la nostra economia ha bisogno, anche in tempo di crisi, si è sviluppato un percorso illegale ma efficace: lo straniero entra per turismo; si trattiene anche dopo il termine del soggiorno autorizzato; trova occupazione grazie ad un incontro diretto con il datore di lavoro; resta in Italia in condizioni di soggiorno illegale, da cui emerge grazie a sanatorie o ad un uso "all’italiana" dei decreti di programmazione dei flussi (la domanda di autorizzazione all’ingresso viene presentata dal datore, fingendo che il lavoratore risieda ancora all’estero; ottenuta l’autorizzazione, il lavoratore torna in patria per rientrare subito dopo in Italia con un visto di ingresso per lavoro). Più del 95 per cento degli immigrati oggi legalmente soggiornanti in Italia per lavoro sono pervenuti alla condizione di soggiorno formalmente legale attraverso questi meccanismi e, quindi, a valle di un periodo di soggiorno illegale. Se ne ricava che fare la guerra all’immigrazione illegale, senza modificare le norme sull’ammissione dei lavoratori stranieri, è come far la guerra all’adolescenza: è vero che è un’età della vita problematica, ma ci devono passare tutti…

6) Salvo quanto affermato nel punto precedente, nessuno sostiene che lo Stato non possa sanzionare la condizione di soggiorno illegale. Avvalersi però della struttura sanitaria per ottenere segnalazioni sulla presenza di immigrati in tale condizione è da stupidi (sul fatto che sia da miserabili non insisto, rivolgendomi alla parte di coloro che difficilmente lo capirebbero). Significa, infatti, allontanare le persone a maggior rischio di marginalità dall’assistenza sanitaria, con conseguenze gravi, in termini di rischio di contagio, per tutta la società (oltre che devastanti per gli interessati; ma su questo, come prima, è inutile insistere).

7) L’immigrato che soggiorna illegalmente in Italia ha sì, oggi, diritto alle cure, e, se indigente, senza oneri a suo carico. Ma è fatto salvo l’onere di partecipazione alla spesa (il ticket), per il quale tale immigrato è comunque equiparato al cittadino italiano.

8) Vietare all’immigrato irregolare la registrazione della nascita del figlio, il riconoscimento del figlio naturale o il matrimonio in Italia è cosa che sanziona, oltre all’immigrato stesso, soggetti terzi, privi di qualunque responsabilità: il figlio, il partner. Gli atti in questione, poi, sono di una tale importanza che il diritto dello Stato di sanzionare l’illegalità impallidisce al confronto del rischio di ledere i diritti di questi soggetti terzi in modo irreversibile.

9) Le norme che regolano la vita della società andrebbero definite da persone che si trovino sotto il cosiddetto "velo dell’ignoranza" (Rawls): che non sappiano, cioè, se il loro posto nella società sarà quello del ricco o del povero, dell’intelligente o dello stupido, dell’uomo libero o del detenuto, del cittadino o dello straniero. Nel timore di trovarsi in una delle condizioni deboli, probabilmente, definirebbero norme capaci di difendere i soggetti più esposti alle intemperie della vita.

ORA INSICURI SONO I DIRITTI FONDAMENTALI

Il disegno di legge sulla sicurezza pubblica, nel testo approvato al Senato, contiene tre disposizioni che nulla hanno a che vedere con la sicurezza dei cittadini, ma mirano a fare terra bruciata attorno all’immigrato irregolare. La più famosa è quella che sopprime il divieto di segnalazione all’autorità dell’irregolare che ricorra alle prestazioni delle strutture sanitarie. Mentre le altre due norme gli precludono il perfezionamento dei provvedimenti della pubblica amministrazione e la celebrazione del matrimonio in Italia.

QUELL’INUTILE LINEA DURA SULL’IMMIGRAZIONE

Il pacchetto sicurezza approvato in Senato contiene norme sull’immigrazione dal chiaro significato: maggior controllo e maggiore severità. Al di là delle considerazioni etiche sul diritto speciale riservato agli stranieri, sono provvedimenti del tutto inefficaci. Non ci sono né le risorse, né le forze per espellere davvero gli irregolari, che in gran parte sono donne occupate nelle famiglie italiane. Dovremmo invece seguire l’esempio di altri paesi occidentali, dove gli inasprimenti legislativi sono accompagnati da misure a favore dell’integrazione.

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