La guerra commerciale tra gli Stati Uniti e la Cina è alla fine iniziata. Porta con sé grandi rischi di un’escalation che potrebbe rallentare tutta l’economia mondiale. Non ci sarà un vincitore, ma è già chiaro chi pagherà il conto dell’azzardo di Trump.
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Battaglia aperta tra i Tory. Gli anti-europei sono ormai convinti che Madam May non potrà ottenere la Brexit che immaginavano. Intanto nel paese sembra prendere coraggio il movimento contrario all’uscita dalla UE. Sarà decisiva la posizione dei laburisti.
L’amministrazione Trump ha cancellato alcune direttive che promuovevano la diversità all’interno di scuole e di università . Anche l’opinione pubblica americana è divisa sulle azioni positive. E non è facile stabilire se abbiano mai avuto successo.
Nella battaglia dei dazi con la Cina, gli Stati Uniti cercano di ottenere il massimo prima di arrivare a un accordo. Ma il rischio è che a farne le spese sia il sistema di regole del commercio internazionale, insieme alla crescita economica globale.
Lo yuan si è indebolito dalla seconda metà di aprile e da inizio giugno ha perso sul dollaro il 3 per cento. Ma non è la banca centrale cinese a orchestrare la svalutazione. Anzi le autorità di Pechino hanno molti motivi per preferire una moneta forte.
Il governo dice di voler difendere la qualità dei prodotti alimentari italiani. Ma ritirarsi dagli accordi internazionali e chiudere le frontiere alle importazioni non è il modo migliore di farlo. Anzi, finisce per danneggiare le nostre esportazioni.
La guerra dei dazi tra Usa e Cina sembra rientrata, ma resta il tema della dipendenza della crescita mondiale da quella cinese. I suoi pilastri sono stati accumulazione di capitale e aumento di popolazione attiva e produttività . Cosa accadrà in futuro?
Da ormai più di un decennio, il numero di stati del mondo che possono essere considerati democratici è in calo. Nell’ultimo anno il problema si è ulteriormente acuito in tutte le regioni. Le ragioni sembrano essere sia economiche sia geo-politiche.
Il governo è sempre più in crisi e l’opposizione alla Brexit comincia a organizzarsi. Ma il conto alla rovescia va avanti e tra undici mesi scoccherà l’ora della fine dell’adesione del Regno Unito alla UE, iniziata il 1° gennaio 1973. A meno di sorprese.
Adesso il Portogallo va molto bene, con crescita del 2,6 per cento, calo del debito, deficit all’1,7 per cento e disoccupazione all’8,5. Eppure fino e ieri era uno dei grandi malati d’Europa. Una cura da cavallo, assecondata nella seconda fase da un governo di sinistra dura, ha centrato l’obiettivo.