Lemozionante esito della campagna elettorale in America, le parole e lo stile del vincitore e forse ancor più quelle del perdente mi ha riportato alla mente una domanda che tante altre volte mi sono posto: cosa ce di diverso in America? Cosa ha lAmerica che noi non abbiamo? Non ho una risposta a un quesito così vasto, ma alcune piccole esperienze che mi sono sovvenute possono forse aiutare a trovarne una.
Alcuni anni fa ero in visita a san Francisco. Di rientro da Sausalito, attraversavo in auto il Golden Gate per andare allaeroporto e prendere un volo per Chicago. Alluscita del ponte le strade si dividono in varie direzioni; solo una conduce allaeroporto. Avevo con me tutte le istruzioni ma, nella confusione del viaggio, le avevo smarrite dentro lauto. Ero preoccupato perché sbagliare strada avrebbe significato forse perdere il volo. Al momento di pagare il pedaggio chiedo al casallente dove dirigermi per andare alleroporto. Si gira, prende uno stampato da uno scaffale e me lo passa. Conteneva una mappa che illustrava esattamente come arrivare da quel punto alleroporto. Mi è sorta spontanea la domanda: come fa ad avere lo stampato? La risposta è semplice: altri viaggiatori, nel passato, si sono trovati nella stessa condizione e si sono rivolti al casellante, il casellante ha riferito al suo principale e questo ha provveduto. Mi resi conto che una cosa simile forse non sarebbe accaduta in Italia: quando il problema emerge non ce reazione. Quasi sicuramete il giorno dopo, lanno dopo, cinque anni dopo, il problema è ancora lì a riproporsi stancamente senza che il casellante di turno, o chi per lui muova un passo.
La scorsa settimana ero a New York per tenere dei seminari (discussione di una ricerca con un piccolo gruppo di colleghi del ramo). Uno di questi a New York University, nel Dipartimento di Economia e di Science Politiche, al 19 della 4th steet, nel centro di Manhattan. Fa sempre un gran piacere entrare in ununiversità che vibra di idee e pulsa di vitalità. Nel pomeriggio, dopo il seminario, passa a prendermi mia moglie. Mi fa notare che lì nel Dipartimento di Economia cè un centro di Neuroeconomics una nuova branca a cavallo tra le neuroscienze e le discipline comportamentali, economia, psicologia, scienze sociali – che negli ultimi anni ha iniziato a studiare i processi di formazione delle decisioni utilizzando le tecniche messe a disposizione dalle neuroscienze. E la traduzione immediata, la risposta organizzattiva e istituzionale a una nuova esigenza di conoscenza. Mia moglie, mi chiede, non è stupendo? Non è affascinante questa disponibilità e immediatezza a reagire a uno stimolo positivo?
Ieri ho ricevuto un bando appena uscito della Alfred P. Sloan Foundation una fondazione intitolata ad Alfred Sloan Jr., il CEO che in 23 anni di comando tra il 1923 e il 1946 fece prosperare la General Motors. La fondazione ha lo scopo di dare supporto finanziario per la produzione di ricerca originale nei campi delle scienze, delle tecnologie, delleconomia, nel …convincimento profondo che una migliore e ragionata comprensione delle forze che muovono la natura e la societa, quando applicate con inventiva e saggezza, possono migliorare il mondo per tutti. Il bando mette a disposione degli studiosi 2.7 milioni di dollari per analizzare le cause e le conseguenze della crisi finanziaria e delle sue ripercussioni economiche e per esplorare riforme regolamentari e istituzionali che possano migliorare il funzionamento dei mercati. Nel convincimento che sviluppare la conoscenza economica possa aiutare individui e istituzioni a prendere decisioni più sagge. Sono rimasto sbalordito: siamo nel mezzo della crisi, nel pieno del problema ed ecco una reazione, un investimento per risolverlo che emerge prontamente dalla società. Una collega mi ha chiesto: perché non facciamo cosi anche in Italia, in Europa? Ho rifletutto un attimo per cercare di capire chi, in Italia, in Europa possa essere cosi reattivo. Chi possa pensare al bene comune dellEuropa con prontezza. Non mi è venuto in mente nessuno.
Provo dispiacere nel vedere che ce una parte del mondo quella dove vivo e mi piace vivere – che non trova risposte ai problemi, piccoli e grandi, che si presentano, quando le trova sono tardive, lente, affannate e spesso dirette non a risolvere quel problema al meglio ma a qualche cosa daltro. Provo amarezza nel constatare che No, we cannot.
Provo però una grande contentezza nel vedere che cè unaltra parte del mondo dove quando un problema emerge trova una risposta, produce una reazione mirata alla soluzione di quel problema. Mi consola vedere che Yes, they can.
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Martedi 4 novembre 2008 è un giorno che verrà ricordato per sempre nella storia americana e mondiale. Barack Obama è il primo presidente di colore eletto negli Stati Uniti. Barack Obama è anche il primo presidente nato da padre straniero (dal Kenia) e che è cresciuto anche allestero (Indonesia). Barack Obama si è anche distinto nel mondo accademico come primo presidente afroamericano della prestigiosa rivista Harvard Law Review. La sua storia è ancora più incredibile quando comparata alla biografia di George W. Bush che, nato in una famiglia privilegiata, ha semplicemente seguito le orme paterne per entrare alluniversità di Yale, entrare in politica, e alla fine alla casa bianca. La storia di Obama astutamente raccontata ha infiammato milioni di americani che hanno contribuito con donazioni e lavoro volontario durante la lunga campagna elettorale. La febbre di Obama si è estesa ad altri paesi ed oggi il mondo intero ha grandi aspettative per il primo presidente di colore. Ma sarà in grado Obama di realizzare queste grandi speranze?
La capacità di Obama di realizzare le sue promesse di cambio e di una politica nuova dipendono dalla sua capacità di formare coalizioni che possano sostenere la sua politica. Gli storici della politica americani hanno chiamato political realignments (riorentamento politico) quei particolari momenti in cui una grande figura politica forma una nuova coalizione domina il mondo politico per una generazione. Questi riorentamenti sono di solito formati attorno ad una proposta forte che cambia il dibattito politico e non solo lesito di una elezione. Gli Stati Uniti hanno conosciuto grandi riorentamenti politici nelle elezioni del 1800, 1828, 1860, 1932, e 1980. Nel 1800, lelezione di Jefferson ha segnato linizio della democrazia agraria in cui i proprietari terrieri avevano il potere e lasse politico americano si è spostato dal New England agli stati del sud. Nel 1828, lelezione di Jackson ha rappresentato lascesa al potere di una nuova classe politica più dinamica interessata allespansione territoriale. Nel 1860, lelezione di Lincoln ha segnato la fine della schiavitù e lo spostamento dellasse politico al Nord negli stati che si stavano industrializzando rapidamente. Nel 1932, lelezione di Roosevelt ha iniziato il New Deal, una nuova alleanza sociale e politica per il rilancio delleconomia. Nel 1980, lelezione di Reagan ha segnato una nuova alleanza conservatrice che proponeva una politica forte e di confronto con lUnione Sovietica, una politica economica molto liberista con una riduzione del ruolo dello stato e una politica sociale molto conservatrice.
Dal 1980, la politica americana è stata dominata dallalleanza costituita da Reagan. La base politica (silent majority) ha appoggiato questo programma economico e sociale molto conservatore. Lo stesso Clinton ha continuato molte politiche dei sui immediati predecessori. Per rafforzare le sue credenziali moderate, lallora candidato Clinton diede il via libera per giustiziare un infermo di mente che si trovava nel braccio della morte in una prigione dellArkansas. In ambito fiscale, Clinton è stato molto conservatore, preferendo pareggiare il bilancio invece di favorire un aumento delle spese sociali. La riforma della salute è stata rimandata, lasciando milioni di americani senza copertura assicurativa. La riforma del sistema previdenziale del 1996 ha tagliato molti benefici. In politica estera, la fine dellUnione Sovietica ha tolto una delle più grosse differenze tra repubblicani e democratici. La presidenza George W Bush ha portato allestremo queste politiche introducendo forti tagli fiscali, specialmente per i ricchi, e facendo una politica estera estremamente aggressiva. Perché il paese ha per lungo tempo appoggiato tali politiche che alla fine favorivano economicamente solo un gruppo ristretto di super ricchi? Perché la maggioranza degli elettori ha favorito politiche che hanno lasciati i salari reali per la maggioranza dei lavoratori praticamente stabili negli ultimi 8 anni? Secondo molti osservatori politici (incluso il premio Nobel Krugman che sostiene per lappunto il primato della politica sulleconomia) il peccato originale della politica americana che è alla base della coalizione politica formata nel 1980 è lo spauracchio del razzismo. La maggioranza bianca ha avuto paura dellintegrazione forzata tra bianchi e neri che si pensava lo stato volesse imporre negli anni 60. Lo scetticismo nei confronti dello stato integratore forzato, che vuole a tutti i costi integrare neri e bianchi, insieme alla ribellione contro le tasse spiega come il grande tema del riorentamento iniziato nel 1980 si sia basato proprio il ripudio dello stato. Lelettore medio americano ha rifiutato uno stato che voleva diventare architetto sociale e tassava troppo. Seguendo questo modello allestremo, George W. Bush si èappoggiato pienamente alle forze più conservatrici, in particolare la destra religiosa.
Questo era lo scenario in cui è partita la campagna elettorale per le elezioni 2008. Nonostante la retorica, nessun candidato aveva intenzione di cambiare la coalizione che ha retto il paese dal 1980. Lo stesso Obama ha condotto la campagna politica durante le elezione primarie in modo abbastanza conservatore non proponendo unassicurazione medica universale, evitando il tema dellintegrazione razziale, facendo vaghe promesse di riconsiderare i trattati commerciali internazionali, proponendo di cancellare (parzialmente) i tagli fiscali di Bush (ma solo per i ricchi), evitando i grandi temi sociali come il matrimonio tra omosessuali. Il tema più progressista era proporre la fine della guerra in Irak. Insomma, alcuni cambi per cambiare gli aspetti più impopolari delle politiche di Bush ma nessun grande riorentamento. Sotto molti aspetti, Obama ha condotto una campagna politica più a destra e meno coraggiosa di Hillary Clinton e, forse anche per questo, ha vinto.
Dato landamento negativo delleconomia e i problemi in Iraq e Afghanistan, e la stanchezza di avere unamministrazione percepita come incompetente, lopinione pubblica si stava orientando in favore del candidato democratico. Dopo una sostanziale parità nei sondaggi ancora allinizio di maggio, il vantaggio di Obama è cominciato ad aumentare durante lestate. A questo punto, McCain ha giocato una carta inaspettata dimostrando una volta ancora la sua capacita di sorprendere: come candidata vice presidente ha scelto Sarah Palin, sconosciuta governatrice dellAlaska e rappresentatnte della destra religiosa.
La scelta di Palin come candidata vice presidente è interessante perché McCain si era sempre rifiutato di avvicinarsi alla destra evangelica chiamandone suoi rappresentanti erano agenti dellintolleranza. Questi commenti gli erano costati la sconfitta nelle primarie nel 2000 contro Bush che invece aveva il pieno appoggio. Scegliendo Sarah Palin, McCain è quindi andato a Canossa nel disperato tentativo di riformare la coalizione del grande riorientamento del 1980, che comprendeva anche la destra religiosa. Questo patto faustiano sembrava aver funzionato. In pochi giorni, allinizio di settembre McCain ha guadagnato più di sei punti nei sondaggi portandosi in vantaggio. Sfortunatamente per i repubblicani, il rapido peggiorare della crisi finanziaria dopo il fallimento della banca di investimento Lehman Brothers ha favorito ancora i democratici. Le elezioni del 4 novembre hanno dato ad Obama il 52.6 percento del voto popolare contro il 46.1 di McCain. Una vittoria quindi con dei dubbi: se non ci fosse stata una drammatica crisi finanziaria in settembre (con una risposta del governo abbastanza incompetente) la vecchia maggioranza politica del 1980 avrebbe vinto unaltra volta?
La risposta a questa domanda non la sapremo mai. Ma molte ragioni ci fanno pensare che sia in corso un nuovo riorientamento dellasse politico come nel 1980. I grandi riorientamenti politici sono avvenuti in corrispondenza di grandi crisi economiche; in particolare, i cambi del 1932 e del 1980 sono avvenuti in conseguenza della grande depressione e della stagflazione degli anni 70. Il cambio del 2008 è avvenuto nel mezzo di una gravissima crisi finanziaria che sta portando ad una severa recessione. Tutti i grandi cambi politici sono avvenuti in risposta allo scetticismo sulla capacità delle istituzioni precedenti di risolvere i problemi; negli anni 30, i meccanismi di riequilibrio del mercato sono stati messi in discussione; nel 1980, cera molto scetticismo sulla capacità dello stato di risolvere i problemi. I grandi riorientamenti politici sono stati appoggiati da nuove maggioranze. Obama è riuscito a fare rientrare nel gioco politico gli afro-americani, gli emigranti con cittadinanza americana, i giovani. Forse ancora più importante, Obama facendo una campagna che ignorava il fattore razziale ha implicitamente smontato lo spauracchio razziale su cui si fondava la politica americana moderna. Probabilmente senza la crisi finanziari, Obama non sarebbe stato eletto ma ora con 4 anni di potere davanti a sé potrà definitivamente convincere il ceto medio americano che la politica non deve essere dominata da paure razziali. In conclusione, un riorientamento politico sta forse avvenendo in questi mesi un po per la crisi finanziaria, un po perché Obama sarà il primo presidente di colore, un po perché lAmerica era diventata molto scettica del presidente attuale.
Ma se un riorientamento è in corso, quali sono i suoi contenuti? La grande sfida di Obama sarà di reintrodurre il ruolo dello stato in vari settori dove liniziativa privata lasciata a se stessa non è riuscita a trovare soluzioni soddisfacenti: lequilibrio nei mercati finanziari, la salute, leducazione, le grandi infrastrutture. I cambi della politica estera sono importanti per gli Europei, ma sono sicuramente di secondo ordine rispetto alle sfide della politica interna.
Edoardo Vianello
L’elezione di Obama è un fatto storico eccezionale, dovuto a meccanismi di competizione politica ben funzionanti, regole chiare e libera circolazione delle idee: una vittoria del metodo democratico. Ora ha tante promesse da mantenere. E molto probabilmente si muoverà con estrema cautela, a causa della crisi economica, ma anche per scelta politica. Fra i primi test a costo zero, nomine alla Corte suprema, chiusura di Guantanamo, aborto e cellule staminali. Ma dovrà intervenire anche per stimolare l’economia e per riformare la sanità. L’incognita della politica estera.
Il primo candidato afro-americano alla presidenza degli Stati Uniti non rappresenta la fine del divario tra bianchi e neri, che anzi sembra aumentare. La vera novità è la disponibilità degli elettori a votare un presidente nero. Anche perché Obama ha evitato di fare della razza uno strumento di campagna elettorale, allontanandosi dai leader più radicali. Si è poi dimostrato capace di gestire con abilità situazioni potenzialmente esplosive, come i rapporti con il reverendo Wright. E si è presentato agli americani come il primo politico post-razziale.
L’adozione di meccanismi come la ricapitalizzazione e l’assicurazione esplicita delle passività bancarie vanno salutati con favore, pur ricordando che altro non sono che trasferimenti di ricchezza dai contribuenti agli azionisti delle banche. Prima però di gettare a mare un sistema di adeguatezza patrimoniale sofisticato ed evoluto come Basilea 2, occorre valutare con attenzione se i problemi sperimentati in questi mesi non possano in realtà essere superati più agevolmente rivedendo aspetti relativamente più semplici, quali il meccanismo delle riserve e quello dei rating.
Il piano Paulson non funziona. Serve dunque un programma alternativo, che dirotti il denaro pubblico dal sostegno diretto di Wall Street o del cittadino comune a un pacchetto di investimenti in grado di rimettere in moto l’economia. Basato su una idea: permettere una ristrutturazione efficiente dei debiti. Lo Stato dovrebbe limitarsi a definire un quadro normativo che consenta alle famiglie di rinegoziare i mutui sulle case che hanno perso oltre il 20 per cento del loro valore. E alle banche insolventi di chiedere una speciale forma di bancarotta.
E’ il capofila della nuova teoria del commercio internazionale. Mostra come in un settore competa una moltitudine disparata di imprese alla ricerca continua di modi per creare, difendere e accrescere il loro potere di mercato attraverso l’innovazione, la differenziazione del prodotto, lo sfruttamento di economie di scala e di scopo. Fondamentale anche il contributo all’analisi del fenomeno dell’urbanizzazione. E ha denunciato il rischio che governi e banche centrali si trovino impotenti di fronte agli umori del mercato in un mondo globalizzato.
Dopo anni di deregulation e decenni di scarsi controlli, di sfiducia nei sistemi di prevenzione e di vigilanza sugli intermediari, la crisi del credito è scoppiata negli Stati Uniti e da lì si è estesa a tutto il mondo sviluppato. Le origini del problema sono dunque chiare. Il piano approvato dal Congresso punta a rimediare agli effetti e non alle cause della crisi. Per essere efficace dovrebbe invece ri-regolare i mercati e aiutare le famiglie incapienti con mutui. Tanto più che un programma di agevolazioni immobiliari alle famiglie avrebbe molteplici effetti positivi.
I consumatori italiani si preoccupano molto dell’inflazione. Invece nei prossimi mesi il pericolo da cui l’Italia e l’economia mondiale in generale dovranno guardarsi potrebbe essere la riduzione generalizzata dei prezzi. I venti deflazionistici soffiano sulla scia del rallentamento indotto dalle restrizioni del credito seguite alla crisi dei mutui che pian piano si sta trasmettendo a tutta l’economia americana prima e poi all’Europa. Ma di deflazioni non se ne sono più viste dopo gli anni Trenta. Ed è particolarmente difficile combattere un fenomeno che non si conosce.
Nell’ultimo anno i fondi sovrani sono stati una boccata d’ossigeno per molte società con difficoltà patrimoniali. Suscitano però anche molti sospetti, soprattutto per la loro scarsa trasparenza. Tanto che Ocse e Fmi preparano linee guida ad hoc. I governi occidentali temono in particolare che i veicoli cinesi investano in settori considerati strategici. E si acceleri un processo di migrazione del know-how tecnologico verso la Cina. Ma il mercato sembra aver già scontato questi rischi. Semmai il problema è che producano una nuova forma di statalizzazione.