Troppi i numeri in circolazione sui costi del federalismo. Dimenticando che non è corretto assumere che tutta la spesa decentrata rappresenti un aggravio di pari ammontare sulla finanza pubblica. Soprattutto, il dibattito perde di vista le questioni davvero rilevanti del processo di decentramento. Per esempio, il fatto che il dualismo economico del paese rende necessario un sistema perequativo efficiente. Oppure il rischio di fenomeni di irresponsabilità finanziaria, in assenza di un quadro di regole condivise tra centro e periferia.
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La legge elettorale andrebbe modificata, per eliminare la quota di seggi ancora assegnata con il proporzionale. Renderebbe più compatti gli schieramenti di maggioranza e opposizione, aumentando la capacità di decidere del governo e rafforzando la tendenza al bipolarismo. Ma una riforma di questo tipo cambierebbe i rapporti di forza soprattutto all’interno delle coalizioni e dunque non si trova una maggioranza disposta ad approvarla. Ecco perché si preferisce discutere della forma dello Stato e delle regole di governo.
Una trasformazione incisiva del bicameralismo perfetto, coerente con lÂ’impianto del Titolo V, è ormai indispensabile. E’ necessario creare un Senato che sia elemento di garanzia ed equilibrio nelle relazioni tra centro e periferia. Se per le resistenze dei senatori in carica non si riuscirà a farlo, il processo legislativo italiano è destinato a una nuova anomalia. La funzione raccordo e concertazione tra governo centrale e Regioni sarà svolta in altre sedi e avremo così un sistema tricamerale.
Avevamo tempo fa aperto il dibattito sulle riforme istituzionali in Italia. Riproponiamo per i nostri lettori gli interventi di Massimo Bordignon, Giorgio Brosio, Marco Giuliani e Enzo Balboni
Il sistema elettorale maggioritario non è di per sé meno democratico di quello proporzionale. Ma può condurre più facilmente a una “dittatura della maggioranza”. E’ dunque necessario rafforzare il sistema delle garanzie costituzionali. La legge elettorale attuale va riformata, per aumentare lÂ’omogeneità delle forze di governo. Mentre la soglia di sbarramento con proporzionale ridurrebbe la competizione tra le forze politiche, un maggioritario a due turni potrebbe essere una possibile soluzione.
Un Senato federale può essere utile per risolvere i problemi aperti dalla riforma del Titolo V. A due condizioni. Deve rappresentare i territori e costruire meccanismi decisionali efficienti. La proposta appena approvata in prima lettura non soddisfa nessuna delle due. La contestualità imperfetta non funziona, mentre sono forti i rischi di conflitti tra le Camere. E se dobbiamo scegliere un modello straniero, meglio guardare agli Stati Uniti che alla Germania.
Il Parlamento esamina una riforma costituzionale molto profonda, che modifica la forma dello Stato e quella del Governo. Tutto questo avviene nel sostanziale disinteresse dell’opinione pubblica. Forse delusa da altri interventi, che sul momento sono sembrati risolutivi degli antichi problemi della politica italiana, ma che alla prova dei fatti hanno dato risultati ben scarsi. È però un atteggiamento sbagliato. Si tratta infatti di dare al sistema una nuova coerenza interna, che questi stessi interventi hanno reso necessaria.
Così come l’abbiamo sperimentato per quasi mezzo secolo, paritario e indifferenziato, il sistema delle due Camere non ha probabilmente più motivo di esistere. Ma non era privo di senso e non ha funzionato male. Il Senato federale, come proposto dalla riforma costituzionale, potrebbe invece ostacolare la capacità decisionale del Governo, che altri interventi puntano a rafforzare. Una contraddizione di cui essere consapevoli, anche se le due logiche non sono incompatibili.
I numeri sulla sanità dimostrano che nonostante i disavanzi perenni e gli scontri tra governi la spesa sanitaria non è fuori controllo. Al contrario, i dati parlano di una capacità del sistema di regolarsi, mantenendo spesa e servizi a livelli accettabili. I deficit sono almeno in parte il risultato di un gioco strategico tra Stato e Regioni, insito nel modello di organizzazione e finanziamento del sistema. C’è evidenza empirica di un ruolo delle aspettative nel determinare i livelli di spesa locale.
Il finanziamento della spesa sanitaria è la fonte principale dello scontro in atto tra Stato e Regioni. I governi locali giudicano le risorse per la sanità insufficienti. Il Governo risponde che sono le Regioni a non sapere gestire i fondi. Il conflitto preoccupa gli osservatori internazionali, anche in vista dell’estensione del modello alle altre materie previste dalla devolution. Ma il contrasto è endemico al sistema e i risultati non così preoccupanti. Il vero problema è la contraddizione sempre più stridente tra federalismo annunciato e realtà dei fatti.