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Troppi equivoci sul decentramento

C’è molta disinformazione riguardo al decentramento della contrattazione in Italia. Tre le domande più frequenti, cui cerchiamo di dare risposta: 1. Decentrare la contrattazione significa ripristinare le cosiddette “gabbie salariali”? 2. Quanto rilevanti sono i divari di produttività fra Nord e Sud nel nostro paese? 3. Posto che sia desiderabile, può il Governo fare qualcosa per incoraggiare il decentramento della contrattazione?

Un Patto più flessibile

Le ragioni che spinsero le parti sociali e il Governo alla firma del Patto del luglio 1993 sono ancora valide. Tuttavia l’accordo va rivisto, per rendere più flessibile la contrattazione collettiva sul territorio e tener conto delle disparità fra i mercati regionali del lavoro

Il Patto italiano: perché non esportarlo in Europa?

Il modello italiano.
L’eredità del Patto del 1993 consente di rilanciare il modello italiano dei patti sociali nelle nuove condizioni economiche e politiche del 2003. La “nuova concertazione” tuttavia si distingue nettamente dalle esperienze precedenti: essa deve essere di tipo europeo per le sue caratteristiche e per la visione di riequilibrio strutturale e di integrazione economica internazionale che propone.

Le prospettive economiche.
Il confronto con il 1993 parte dalle prospettive economiche: nel 1993 siamo all’inizio di una fase di crescita economica sostenuta tirata dagli USA e dalla “new economy”. In Europa l’attenzione é centrata sul mercato unico, sull’UEM e sulle condizioni per l’allargamento. In Italia l’enfasi è sulle politiche di disinflazione, risanamento finanziario e consolidamento fiscale. Oggi, ci troviamo di fronte a rischi di recessione, squilibri dell’economia internazionale, difficoltà dell’Europa a fare da locomotiva e crisi di competitività e di investimenti nell’economia italiana. Nella fase precedente il 1993, il disavanzo delle partite correnti americane era stato riportato in equilibrio grazie alla “concertazione” del Plaza e alla forte rivalutazione di marco e yen. L’Europa ne pago’ il prezzo con la rottura dello SME e le crisi finanziarie dei paesi a moneta debole, tra cui l’Italia. Oggi l’economia europea, e ancor piu’ quella giapponese, hanno vincoli strutturali alla crescita e non paiono in grado di tenere una forte rivalutazione del cambio; l’Asia e la Cina non fanno la loro parte, e quindi c’è il rischio che l’aggiustamento dell’economia americana si realizzi con un impatto sulla crescita dell’economia mondiale. Una recessione globale avrebbe un’incidenza drammatica sugli squilibri Nord-Sud, che permangono gravi e che minacciano anche la sicurezza nei paesi industrializzati. L’Italia è particolarmente esposta in rapporto ai problemi aperti nei Balcani, nel Mediterraneo, nel Medio Oriente e nell’Est europeo. Un patto sociale in Europa potrebbe dare un segnale importante di riforma e di ripresa degli investimenti con incidenza positiva sulle aspettative, la fiducia delle famiglie e delle imprese. L’Italia potrebbe svolgere un ruolo di avanguardia in questo campo, non solo per le sue responsabilità di presidenza dell’UE, ma anche per la sua esperienza nel dialogo sociale. Occorre pero’ che nel patto siano coinvolti (direttamente o implicitamente) anche Ecofin e BCE.

I temi e i contenuti della nuova concertazione.
L’economia italiana si trova nel pieno dell’aggiustamento all’Euro e alle nuove condizioni che impone per i recuperi di produttività. I temi percio’ del dialogo sociale sono diversi da quelli del 1993: allora occorreva focalizzarsi sulla moderazione salariale, sulla struttura dei costi e della contrattazione, sulla riqualificazione del personale e la ristrutturazione dei processi produttivi. Oggi, piu’ che sulla “svalutazione interna”, occorre puntare invece sull’innovazione, la qualità dei prodotti e dei processi, la compatitività di sistema, le reti e le tecnologie, le infrastrutture, i servizi pubblici, la ricerca, ecc.

Il significato del Patto per le relazioni industriali.
La rivisitazione del Patto del 1993 in rapporto a quelli che lo precedono e lo seguono consente di definire un “modello italiano” di dialogo sociale. Esso non è riconducibile nè al modello neo-corporativo dell’Europa continentale, nè a quello neo-contrattualista dell’esperienza anglosassone. Esprime invece un modello originale di partecipazione, che allarga i confini della democrazia parlamentare e rende piu’ efficaci i meccanismi di “governance”.

I soggetti coinvolti.

La caratteristica fondamentale di questo modello di dialogo sociale è il pluralismo e il multilateralismo. Si contrappone percio’ nettamente al bilateralismo rigido della tradizione nordica e al tripartitismo neo-corporativo. Esso riflette d’altronde l’articolazione della struttura industriale e la complessità della società italiana. Nella cultura delle relazioni industriali del nostro Paese inoltre conta non solo la rappresentanza, ma anche la rappresentatività, e quindi l’ambizione a portare nella concertazione anche interessi generali, compresi quelli degli outsiders.

Il rapporto con il sistema politico.
Nel passato la concertazione ha svolto funzioni di supplenza rispetto alla debolezza degli esecutivi, alla democrazia bloccata, alla mancanza di alternanza. Oggi, il dialogo puo’ rappresentare l’espressione della maggiore stabilità politica, complemento e arricchimento della dialettica tra le forze politiche, strumento di partecipazione della società civile e delle forze produttive ai processi decisionali delle istanze democratiche. Il Patto sociale percio’ non si sovrappone, nè spiazza i Patti elettorali e la dialettica democratica tra maggioranza e opposizione. Non lede l’autonomia e la responsabilità dei diversi interlocutori (governo, parti sociali, organizzazioni non-governative) che restano responsabili dei loro processi decisionali.

Non conta solo il risultato, conta anche il processo.

Nel passato la vecchia concertazione ha dato importanza eccessiva agli aspetti formali, ai risultati cartacei, alla lettera degli accordi (che poi sono talora restati lettera morta). La “nuova concertazione” non è semplice strumento, ma deve essere fine in sè, modus operandi della economia e della politica della conoscenza. L’economia della conoscenza ha cambiato in profondità i termini del conflitto industriale.

Il dialogo sociale in Europa.

Questa interpretazione è coerente con i risultati cui giunge il Rapporto sul dialogo sociale in Europa della Commissione Rodriguez. Riflettendo sulla esperienza, sinora molto deludente, del dialogo sociale in Europa, la Commissione insiste sulla necessità di incidere sulla qualità dei processi, propone il metodo della “open coordination”, che ha già dato buoni frutti in altri campi della politica europea, indica la strada del benchmarking e degli indicatori per ancorare il dialogo alla concretezza e alla misurazione dei risultati raggiunti, e soprattutto punta sulla “peer pressure”, allo stimolo di miglioramento continuo e reciproco che viene dal confronto leale e reale sulle idée.

*Questo saggio è tratto dalla relazione presentata al Convegno su: “Politica dei redditi e coesione sociale a dieci anni dal Patto del 1993”, che si è tenuto presso la Camera dei Deputati il 23 luglio 2003.

Il declino italiano e le “colpe” dei cinesi

Il ministro Tremonti ha individuato nella “apertura troppo violenta dei mercati” a Paesi come la Cina la causa del declino economico italiano. Ma le ragioni del declino sono piuttosto addebitabili ai mancati investimenti in infrastrutture, nella ricerca, nei sistemi formativi, nelle grandi reti di servizio. Con i risultati che vediamo. Insomma i cinesi non devono servire a coprire responsibilità politiche.

Attenzione al protezionismo USA-UE

Stati Uniti ed Europa hanno la principale responsabilità nell’assicurare che il sistema multilaterale degli scambi sia sempre più aperto ed efficiente. Per questo devono evitare nuove possibili spinte protezionistiche che rischiano di compromettere la ripresa commerciale e la crescita mondiale.

Possiamo fare a meno del Dpef?

Il Dpef 2004-2007 non serve a capire lo stato di attuazione dei programmi di governo, né gli impegni e i programmi futuri. Ma non possiamo fare a meno del Dpef. Piuttosto il Dpef va ripensato per aumentare la trasparenza dei conti pubblici e per tener conto dell’evoluzione della nostra finanza pubblica verso un assetto federale.

Come girava il mondo prima del Dpef

Uno degli scopi dellÂ’introduzione del Dpef (nel 1988) era separare il momento in cui si fissano gli obiettivi sul disavanzo pubblico da quello in cui si definiscono in modo preciso i provvedimenti da inserire nella manovra di finanza pubblica. Prima di allora gli obiettivi venivano stravolti durante la sessione di bilancio in Parlamento e, quasi sempre, si ricorreva allÂ’esercizio provvisorio.

Riforme previdenziali e tasso di occupazione

L’introduzione dei limiti anagrafici al pensionamento ha riportato verso l’alto i tassi di occupazione maschili nella fascia di età 50-60 anni. Incentivi e disincentivi economici apprezzabili possono perciò rivelarsi efficaci per ritardare le uscite dal mondo del lavoro. Con una nuova domanda sullo sfondo: ha ancora un senso mantenere l’istituto della pensione di anzianità in assenza di penalizzazioni?

Non serve la pensione di famiglia

I ragazzi italiani vivono in famiglia più a lungo dei loro coetanei europei perché non hanno la sicurezza del posto di lavoro. Colpa di un sistema che protegge i lavoratori più anziani, facendo ricadere sui più giovani tutto l’onere della flessibilità. Mantenere il generoso sistema pensionistico per permettere ai padri di mantenere figli trentenni è una soluzione sbagliata e costosa. Vanno invece rimosse le rigidità del mercato del lavoro.

Quanto pesa l’evoluzione demografica

L’analisi del sistema pensionistico italiano con criteri di contabilità intergenerazionale rivela uno scenario demografico particolarmente sfavorevole per gli equilibri futuri di finanza pubblica. E mostra che le generazioni sin qui esentate dalla riforma Dini hanno ricevuto un “bonus” molto consistente. La lunga transizione ha impedito un pieno risanamento. Le giovani generazioni rischiano di dover pagare in futuro una bolletta ancora più salata.

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