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EQUIVOCI DA COSTI STANDARD

Il Ddl sul federalismo fiscale si presta a molti equivoci nella definizione dei costi standard. Non è sempre vero che chi spende meno in sanità è più efficiente. Bisogna calcolare i fabbisogni di salute, diversi da Regione a Regione. Una soluzione sta in una formula composta da due parti: la prima che riflette i bisogni oggettivi di salute. E la seconda che assegna le risorse secondo un costo standard per malattia. Quindici patologie sono responsabili dell’80 per cento della spesa.

QUEL CAPITALE CHE MANCA AL SUD ITALIA

Perché la Spagna ha ridotto nel tempo le ampie differenze regionali che la caratterizzavano, mentre in Italia non ci siamo riusciti? Se invece che al Pil procapite, guardiamo alla nozione di capitale sociale, scopriamo che il Sud e il Nord della Spagna sono sempre stati più omogenei. Ed è proprio la maggiore omogeneità che ha probabilmente consentito il recupero. Ha creato le condizioni perché potessero dispiegare i loro effetti gli altri fattori di convergenza: istruzione, investimenti in infrastrutture e tasso di criminalità.

LA RISPOSTA AI COMMENTI

La maggior parte dei commenti ricevuti concordano con quanto sostenuto nel nostro articolo e cioè che le modifiche introdotte dalla riforma Gelmini, e in particolare i tagli alle ore e al personale scolastico, non aiutino la scuola e tanto meno le famiglie. Alcuni commenti hanno sottolineato come queste modifiche siano in contrasto con i diritti delle donne lavoratrici contenuti nella Costituzione.
Altri  commenti fanno invece riferimento ai confronti internazionali sui risultati ottenuti dagli studenti Italiani.

Ci sono alcune precisazioni da fare in tal proposito:

1) I risultati delle indagini TIMM (capacità logico matematiche) e PIRLS (capacità di lettura e comprensione) condotti su bambini nel quarto anno di scolarità obbligatori (circa 10 anni) dicono che in quanto a capacità logico-matematiche siamo sopra la media dei Paesi considerati, mentre per quanto riguarda le capacità di lettura e comprensione siamo nei primi 10 Paesi (prima di Francia, US, Danimarca…). Sono invece i risultati PISA (indagine condotta tra studenti di 15 anni) ad essere alquanto deludenti per gli studenti italiani.
Da questo possiamo trarre una serie di conclusioni:

a. Sembra che il primo ciclo dell’istruzione in Italia (particolarmente colpito dalla riforma e dai tagli del Ministro Gelmini) non produca risultati così deludenti come invece accade, presumibilmente, per i cicli successivi;
b. Questi sono risultati che guardano solo agli outputs del sistema educativo e non confrontano gli inputs.

C’è da stupirsi invece di come le scuole primarie italiane, nonostante la scarsità di fondi per la didattica e la realizzazione dell’offerta formativa, riescano a produrre così buoni risultati.

Siamo tra i Paesi Europei che spendono meno in istruzione e per questo motivo riteniamo che se davvero si vuole migliorare la scuola in Italia sia necessario aumentare e non diminuire l’investimento in istruzione. Migliorare la retribuzione e ridurre i tempi del precariato, che oggi può durare anche 10-12 anni, può consentire di rendere più attraente la scelta di intraprendere l’attività di insegnamento con positivi effetti sulla qualità dei docenti.

2) Un lettore in particolare ci ha contestato che nell’articolo che prendiamo come riferimento circa la problematica maestro unico/più maestri i risultati siano riferiti a bambini di età maggiore rispetto a quelli delle elementari.

Come si può evincere dal link qui sotto riportato

http://www.retescuole.net/contenuto?id=20081019234431&query_start=21

l’importanza della specializzazione e della pluralità di approcci anche nei primi anni della formazione scolastica viene sostenuta da autorevoli esperti di pedagogia e ricerca educativa e formativa. Ciò che conta per il bambino (e questo lo spiegano già le educatrici dei nidi) è il sistema di riferimento con cui il bambino si rapporta e non il maestro di riferimento. La pluralità di insegnanti permette di coinvolgere i bambini, già nella prima fase dell’apprendimento, nello scambio e nelle interazioni tipiche del lavoro in team.

FLEX-INSECURITY, DALLA FLESSIBILITA’ ALLA PRECARIETA’

A dicembre scadranno oltre 300mila contratti atipici. In tempi normali la stragrande maggioranza viene rinnovata dalla medesima azienda. Ora, con la recessione, c’è il rischio che i rinnovi calino e sia più lungo il periodo di disoccupazione per i lavoratori. Una larga percentuale non potrà beneficiare delle prestazioni di disoccupazione perché le regole di accesso penalizzano le carriere discontinue e i salari bassi. Occorrono sussidi di tipo assistenziale, soggetti alla prova dei mezzi. E in prospettiva, uno schema di mantenimento del reddito di stampo universalistico.

AIUTI IN CRISI

La crisi finanziaria globale potrebbe avere influenze negative sulle promesse di aumento degli aiuti internazionali e minare gli sforzi globali di lotta della povertà. Il governo italiano, al contrario di altri paesi europei, ha già sostanzialmente ridotto gli stanziamenti per la cooperazione allo sviluppo. Ma se la tendenza si consolidasse a livello mondiale, diventa importante pensare a come sfruttare al meglio le risorse disponibili. Ecco tre possibili proposte, una delle quali particolarmente provocatoria e interessante.

SALARI PIU’ ALTI PER LA LOCOMOTIVA GERMANIA

La Germania affronta meglio di altri paesi la crisi finanziaria: non deve fare i conti con una bolla immobiliare né con famiglie troppo indebitate. La cogestione ha permesso alle imprese tedesche di ristrutturarsi e il paese ha fondato la sua più recente crescita su moderazione salariale ed esportazioni. Il rovescio della medaglia sono i consumi privati bassissimi. Il governo tedesco deve perciò intervenire con misure incisive e rapide per sostenere la domanda interna. Servono aumenti dei salari, ma anche politiche di bilancio permanenti, indirizzate alle famiglie più povere.

FEDERALISMO E CONCORRENZA FISCALE

La proposta di introdurre forme di fiscalità di vantaggio a favore delle Regioni meridionali gioca un ruolo rilevante nel disegno di legge Calderoli sul federalismo fiscale. Ma l’Unione Europea accetta simili ipotesi solo a condizione che non ci sia compensazione delle perdite di gettito da parte del governo centrale. E’ dunque possibile immaginare uno scenario in cui le Regioni del Sud decidano di abbassare le aliquote dei tributi loro assegnati con l’obiettivo di attrarre investimenti dall’esterno. Si tratterebbe però di concorrenza fiscale.

PIU’ CORAGGIO CONTRO LA DEFLAZIONE

L’effetto benefico della deflazione sul potere d’acquisto dei consumatori è solo temporaneo e non deve far dimenticare gli effetti nefasti di più lungo periodo. Le famiglie devono perciò riprendere a consumare, consentendo alle aziende di assumere e investire. I paesi europei con i conti in ordine dovrebbero varare al più presto un’espansione fiscale che aumenti il reddito netto dei consumatori sottoposti a più stringenti vincoli di liquidità e con la più alta propensione al consumo. Tra questi Stati non c’è l’Italia, che però beneficerebbe di un aumento delle esportazioni.

DA LEHMAN A CITIGROUP: TRE DOMANDE A MARCO ONADO

Anche Citigoroup è stata salvata, ed è l’ultima di una lunga serie. Ma è possibile proseguire all’infinito con questi piani di salvataggio?

“Non è possibile che venga annunciata una crisi dopo lÂ’altra con questa politica del carciofo e che non si passa trovare un piano complessivo come doveva essere allÂ’inizio il piano Paulson. Qui c’è in atto un fallimento delle autorità di regolazione soprattutto americana ma anche dello stesso governo che non riesce più a padroneggiare la situazione: in questo momento di transizione da una situazione allÂ’altra i problemi si aggravano ma qui in ballo lÂ’economia mondiale.”

 Perché il fallimento di Lehman Brothers ha aggravato la crisi?

“Perché ha istillato nel mercato il dubbio e poi il panico. Il dubbio che la qualità degli asset sia inferiore a quella effettiva e il panico che il prossimo può creare una crisi di carattere sistemico come in effetti sta creando. Con il senno di poi, far fallire Lehman è stato un errore tragico che lÂ’intero sistema finanziario sta pagando. E per voler dare un esempio si è compromessa la stabilità mondiale. EÂ’ evidente che il mondo dopo la metà di settembre è cambiato e lÂ’evento che lÂ’ha fatto  cambiare è il fallimento di Lehman Brothers.”

Ritiene sia tuttÂ’ora valida lÂ’affermazione del ministro Tremonti, secondo il quale lÂ’Italia non ha bisogno di un piano di salvataggio?

Non ero dÂ’accordo quando lÂ’ha detto la prima volta  e tanto meno sono dÂ’accordo adesso che si è arrivati al salvataggio di Citigroup o dopo il piano Paulson. Tutti gli altri paesi hanno varato dei sostegni alle loro banche. EÂ’ tempo che lÂ’Italia si adegui.”

COME RECLUTARE IL MIGLIORE CHE SERVE ALLA FACOLTA’

Nel dibattito sul reclutamento dei docenti universitari mi sembra si trascuri un tema  importante e che incrocia quello del merito. I concorsi non sono, non dovrebbero, essere soltanto meccanismi di promozione, auspicabilmente sulla base del merito. Sono, dovrebbero essere, anche strumenti di reclutamento di docenti sulla base del fabbisogno di una determinata facoltà in specifiche discipline.
Si tratta di due esigenze distinte, rispetto alle quali anche le università e facoltà più universalistiche devono trovare un equilibrio tra aspettative legittime di chi ha ben lavorato ed esigenze didattiche. Ci sarebbero anche le esigenze di ricerca, ma sono le prime a essere sacrificate, perché nel nostro sistema organizzativo duale, uscito da una delle tante riforme, la ricerca si fa nei dipartimenti, ma sono le facoltà a reclutare. Anche se poi, giustamente, per la valutazione delle università ci si riferisce anche alla qualità della ricerca svolta nei dipartimenti.

IL PROBLEMA DEI SETTORI SCIENTIFICO-DISCIPLINARI

A far pendere la bilancia verso un utilizzo dei concorsi per associato e ordinario, ma ormai anche per ricercatore data la lunga gavetta di precariato mal pagato cui sono costretti i giovani, pressoché solo in chiave di promozione interna, non è solo la pressione dei docenti interni che aspirano a una promozione, unita al loro minor costo perché il loro stipendio è già nel bilancio della facoltà. Occorre anche considerare che con lÂ’attuale sistema di reclutamento le facoltà si trovano nellÂ’impossibilità di scegliere la persona più adatta ai loro bisogni, anche solo didattici. Ѐuna impossibilità ulteriormente rafforzata dal sistema prefigurato dal decreto Gelmini e che si aggiunge ai problemi bene evidenziati da Daniele Checchi in questo sito.
Per capire la questione occorre sapere che i concorsi vengono fatti per settore scientifico-disciplinare. Nel nostro ordinamento universitario ogni disciplina, è suddivisa in quelli che sono chiamati settori scientifico disciplinari, in cui branche specializzate della disciplina sono raggruppate, spesso in base a logiche del tutto oscure. Ѐuna situazione che non ha riscontri nella maggior parte degli altri paesi. In alcuni casi i settori sembrano includere un solo tipo di specializzazione, ipercircoscritta, altri invece contengono di tutto. Comunque sia, lÂ’unica logica che sembra emergere è la relativa forza dei gruppi disciplinari: i più forti si sono ritagliati un settore, i più deboli sono stati raggruppati più o meno a caso. Basterebbe leggere le “declaratorie” (basta il nome) di alcuni di questi raggruppamenti per capire che non rispondono ad alcuna logica scientifica. Certamente, in parte il problema deriva dalla iperspecializzazione e anche da interessi corporativi che hanno spinto a moltiplicare le discipline di insegnamento e talvolta a inventarne di inesistenti, o dal dubbio corpus teorico e metodologico.
Ma gli effetti sul reclutamento sono in alcuni casi devastanti. Un ordinario di SPS07 può insegnare indifferentemente politiche sociali e metodologia della ricerca sociale, e uno di SPS08 sociologia della religione, o della famiglia, o della comunicazione. E in un concorso bandito per reclutare un docente in grado di insegnare sociologia della religione, una facoltà può invece trovarsi come vincitore una persona competente in tecniche di comunicazione di massa: non perché è stato fatto qualche pasticcio clientelare, ma perché le sue pubblicazioni, nel suo campo, erano migliori di quelle dei candidati che si occupano di sociologia della religione. Che cosa farà allora la facoltà che aveva bandito il posto? Il sistema pre-decreto Gelmini, per altro non modificato, mi sembra, su questo particolare punto, prevede una soluzione a metà: la facoltà che bandisce il posto ha la possibilità di definire il profilo delle competenze richieste, che però non vincola in nessun modo la commissione valutatrice e neppure serve da orientamento ai candidati. Tutti coloro le cui competenze rientrano quel raggruppamento hanno pieno diritto a partecipare e a essere giudicati in termini universalistici, ma verrebbe da dire anche generici. La facoltà ha solo il diritto di non chiamare nessuno dei vincitori nel caso nessuno risponda al profilo richiesto. Sostiene così un costo organizzativo e finanziario per un nulla di fatto. E con buona probabilità quella disciplina perde anche il posto per gli anni a venire. Bandire un concorso “al buio” si configura così come un rischio altissimo, da non prendere alla leggera. So bene che il meccanismo si è prestato a molti abusi. Ma il problema rimane: come si fa a reclutare non solo il più bravo in astratto, ma anche il più bravo rispetto alle necessità per cui è stato bandito il concorso? 

DUE METODI DI RECLUTAMENTO

Un modo, non del tutto efficiente, ma certamente lo è più dell’attuale e anche di quello prefigurato dal decreto Gelmini, è riprendere una delle proposte avanzate in questi anni, che prevede una valutazione nazionale per ottenere l’idoneità ad associato o ordinario. La commissione, come per altro avveniva un tempo, potrebbe essere formata con il doppio meccanismo della elezione e della estrazione, senza tuttavia incorrere nei problemi evidenziati da Checchi. Si formerebbe così una lista di idonei, a validità limitata nel tempo, da cui le facoltà potrebbero pescare secondo le proprie necessità. Prima però bisognerebbe ripulire i settori, espungendone le “materie” che non esistono e accorpandoli con maggiore razionalità scientifica.
Un secondo modo, che esce del tutto dalla logica concorsuale e anche dei settori scientifico-disciplinari, è quello in vigore nella maggior parte dei paesi europei, negli Stati Uniti, nella Università europea di Firenze, in molti istituti di ricerca pubblici stranieri: la facoltà o l’istituto di ricerca o il dipartimento, bandisce il posto con la massima pubblicità possibile, inclusi i maggiori quotidiani, specificando le competenze richieste, non solo il livello di qualità. Sulla base delle domande, si definisce una short list dei candidati migliori, che vengono invitati a presentarsi alla facoltà, inclusi gli studenti, tenendo un seminario pubblico. Seguono colloqui con una commissione mista di interni ed esterni e selezione finale argomentata in forma pubblica.
Certo la cosa richiede che l’intero sistema – dei finanziamenti, del riconoscimento del valore dei titoli di studio – premi le istituzioni che riescono ad attrarre i migliori. Richiede anche che esista controllo sociale entro la corporazione dei docenti, a livello della singola disciplina e tra le discipline, della singola facoltà e dell’università nel suo complesso, così che comportamenti chiaramente clientelari o poco rigorosi vengano stigmatizzati perché ne va di mezzo l’intera istituzione. In effetti, proprio la debolezza del controllo sociale entro la comunità scientifica, che indebolisce la capacità dei singoli di opporsi a logiche clientelari o localistiche, è il vero problema del reclutamento, insieme alla mancanza di sanzioni finanziarie per le università, le singole facoltà e dipartimenti che hanno una qualità inaccettabilmente bassa. Se non lo si affronta, ed è innanzitutto una responsabilità degli accademici, non c’è riforma dei concorsi che tenga. 

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