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COMMENTI E RISPOSTE A “L’INVALIDITÀ E LA FABBRICA DELLE DOMANDE”

IL PRESIDENTE INAS-CISL SCRIVE

Leggo con stupore e indignazione l’articolo di Andrea Tardiola “L’invalidità e la fabbrica delle domande”,  pubblicato dalla rivista on line “La Voce”,  che contiene affermazioni di carattere denigratorio del ruolo e dell’azione dei patronati in tema di invalidità civile. In merito  a quanto l’autore afferma sulla ripartizione del finanziamento dei patronati, è necessario precisare che, in generale, la distribuzione del fondo non è direttamente proporzionale al numero di domande presentate agli enti previdenziali, ma è collegata al riconoscimento dei benefici economici connessi alla liquidazione delle varie prestazioni assistenziali e previdenziali. Ciò significa che il patronato riceve il finanziamento soltanto se alla domanda di accertamento dello status di invalidità civile presentata corrisponde la liquidazione di una provvidenza economica (pensione di inabilità o assegno di invalidità o indennità di accompagnamento).
Va da sé che la soluzione prospettata dall’autore, in ordine a diversi criteri di distribuzione delle risorse riservate ai patronati, è priva di significato in quanto erronee le premesse. In particolare, non risulta conforme al dettato normativo il sillogismo tra “riconoscimento dello status di invalido” e “percezione dei benefici  economici connessi “, in quanto – ad oggi – è sufficiente vedersi riconosciuta una percentuale di invalidità pari almeno al 34% per essere ritenuto invalido  e poter comunque accedere ad una pluralità di diritti, la maggior parte dei quali è legata all’accesso al mondo del lavoro e ai rapporti ad esso correlati.
In questo contesto, appare opportuno ricordare che, per ottenere un beneficio economico in qualità di invalido civile occorre essere in possesso di una percentuale di invalidità pari almeno al 74% e di redditi non particolarmente elevati.
Per quanto concerne l’affermazione che il 95% delle istanze di riconoscimento dello status di invalido è stato presentato dai patronati nel 2010, tale dato corrisponde al vero ed è conseguenza  non solo del fatto che il patronato è il primario riferimento in tema di diritti dei cittadini, ma anche del fatto che la procedura per la presentazione dell’istanza è esclusivamente telematica. La difficoltà dei cittadini ad utilizzare questo canale e la frequente indisponibilità delle sedi Inps a fornire informazioni all’utenza, a causa delle attestate carenze di personale, rendono necessario un forte intervento dei patronati a sostegno dell’utenza.
In questa azione, il patronato svolge pienamente la sua funzione di soggetto costituzionalmente deputato ad assistere i cittadini nella richiesta di servizi e prestazioni ai vari enti previdenziali, consentendo  a chi è  in possesso di adeguata certificazione medica  di poter richiedere, all’ente previdenziale, l’accertamento del suo possibile status di invalido.
Nonostante lo sdegno nel leggere queste considerazioni false e approssimative, proprio il ruolo istituzionale che il patronato svolge nel sistema di protezione sociale nel nostro Paese mi impone la responsabilità di essere disponibile a qualsiasi confronto, in sedi istituzionali ed informali, sulle questioni sollevate nel succitato articolo. Potremmo discutere, ad esempio, dellÂ’inefficienza del sistema di gestione della presentazione delle domande – così come ideato e costruito dallÂ’Inps  –  e dei problemi di natura tecnica delle procedure informatiche  che, in molti casi, precludono ai cittadini la possibilità di rivendicare un diritto. Mi preme sottolineare, infatti, che lÂ’efficacia e lÂ’efficienza dellÂ’intero sistema di riconoscimento di tutte le provvidenze di natura previdenziale, assistenziale e infortunistica,  è questione di primario interesse e rilevanza sulla quale ritengo di avere titolo a portare analisi, opinioni, proposte, a partire dal tema del contenzioso, i cui esiti – nella maggior parte dei casi – risultano a favore dei cittadini.
Non posso tollerare, invece, qualsiasi opera di disinformazione che tenda a snaturare e svilire lÂ’operato dei patronati che – in collaborazione con gli enti previdenziali e, in generale, con la pubblica amministrazione – con responsabilità, abnegazione e spirito di servizio, operano per il mantenimento di un elevato standard  qualitativo del sistema di protezione sociale nel nostro Paese. Più di 10 milioni di cittadini, infatti, si rivolgono ogni anno ai patronati, dichiarando un alto livello di soddisfazione dei  servizi, come si evince da autorevolissime indagini di customer satisfaction svolte di recente. Non è per caso che proprio la centralità del patronato nella tutela gratuita dei diritti individuali disturbi quei gruppi di interessi  che vorrebbero fare di tali diritti un affare?

Antonino Sorgi, presidente Inas-Cisl

IL COORDINATORE REGIONALE PATRONATO INCA-CGIL SCRIVE

Egregio direttore LaVoce.info,
nel pezzo “L’Invalidità e la Fabbrica delle domande” a firma di Andrea Tardiola, si ravvisa una grave imprecisione in relazione al finanziamento dei patronati. Il finanziamento che riceviamo infatti, non è proporzionale al numero delle istanze patrocinate, bensì a quello delle istanze che hanno esito favorevole per il cittadino (articolo 6 comma 1 DM 193/2008). Ecco così smontata la congettura dell’autore in ordine al presunto interesse dei patronati a presentare domande “infondate”. Imprecisa è anche l’affermazione che le pratiche di invalidità sono tra quelle per cui è previsto il maggior punteggio; in realtà, più del 90% delle domande di accertamento dell’invalidità civile, sono orientate al riconoscimento del diritto alla indennità di accompagnamento, per cui è previsto 1 solo punto a statistica, il più basso tra le prestazioni di assistenza e previdenza (una pensione di vecchiaia per esempio, “vale ” 5 punti).
Infine, spiace constatare come nell’articolo manchi una informazione fondamentale sul nostro lavoro: assistiamo ogni giorno in Lombardia, tra mille difficoltà organizzative, centinaia di cittadini in difficoltà e i loro famigliari, inoltriamo all’Inps questa domanda che è necessaria a ottenere non solo la “pensione”, anche l’esenzione dal ticket, il collocamento agevolato per gli invalidi, i permessi ai sensi della L.104, e lo facciamo utilizzando la modalità telematica, che l’Inps con una decisione unilaterale ha reso esclusiva dal 1 gennaio del 2010.
La ringrazio per l’attenzione.

Mauro Paris, Coordinatore regionale Patronato Inca Cgil

LA REPLICA DI ANDREA TARDIOLA

Le lettere di Antonino Sorgi, presidente dell’Inas-Cisl, e di Mauro Paris, Coordinatore dell’Inca-Cgil della Lombardia, rispondono all’articolo “LÂ’invalidità e la fabbrica delle domande” affermando che i patronati sono finanziati in base al criterio della domanda positiva, cioè andata a buon fine e quindi utile all’erogazione della provvidenza economica. Questo, secondo i due autori, sarebbe sufficiente a dimostrare che non sussiste nel meccanismo di finanziamento del patronato un incentivo occulto che favorisce l’alto numero di domande.
Credo che si confermi, piuttosto, il presupposto dell’articolo: retribuire l’attività dei patronati in ragione delle istanze (sebbene quelle andate in porto) induce ad aumentarle quanto più possibile. Questo per la natura del procedimento di riconoscimento dell’invalidità, che si caratterizza per la sua natura discrezionale, pur trattandosi della discrezionalità tecnica delle commissioni mediche. Infatti, il problema non si presenta nelle attività dei patronati nelle quali non esiste discrezionalità tecnica, cioè le istanze di natura previdenziale; per queste il criterio di finanziamento “per pratica” non rischia di provocare distorsioni
Diverso è il caso dell’invalidità, per le ragioni che ho appena spiegato. E per questa ragione suggerisco nell’articolo di correggere il criterio inserendo nei criteri di finanziamento degli abbattimenti per le domande negative, intendendo per tali sia quelle che non danno diritto ad un assegno, sia quelle che non consentono l’accesso agli altri benefici in kind, rispetto ai quali, purtroppo, la quantificazione non è consentita allo stato delle informazioni presenti negli archivi amministrativi INPS. Ad esempio: se il punteggio per domanda positiva è pari a 6, per le domande rigettate o con punteggio “inutile” il punteggio si dovrebbe abbattere per 0,50 (indico questa percentuale a solo titolo di esempio).
Questa soluzione, peraltro, non dovrebbe preoccupare il patronato se, come affermano gli autori delle lettere, lo scarto tra domande e assegni è in gran parte dovuto ai riconoscimenti di invalidità con punteggio più basso ma comunque utile per l’inserimento lavorativo, i congedi parentali ecc.
Ho già ribadito sul sito de lavoce.info che questa analisi non intende mettere in questione il determinante ruolo del patronato come interfaccia tra cittadini e amministrazione. Ciononostante, proprio per la loro prossimità allÂ’utenza che si “affaccia” alla procedura dellÂ’invalidità e per il ruolo che rivestono nella fase iniziale (i patronati in realtà nellÂ’intera procedura) c’è da chiedersi se la regolamentazione che li riguarda presenti incentivi/disincentivi nel conformare i rispettivi comportamenti. Infatti, non credo che l’incentivo attuale si traduca in una strategia espressa delle organizzazioni nel favorire la presentazione di domande, ma piuttosto che agisca diffusamente nell’operato quotidiano dei moltissimi addetti che si relazionano con l’utenza.
Un’ultima precisazione: Mauro Paris sostiene anche che la maggior parte delle domande in Lombardia è rivolta all’ottenimento dell’indennità di accompagnamento e che per questa prestazione al patronato non è riconosciuto alcun punteggio. Questa seconda considerazione andrebbe a negare ulteriormente l’esistenza di un incentivo a proporre domande. Tuttavia l’indennità di accompagnamento non concorre al finanziamento perché si tratta di una prestazione naturalmente connessa all’invalidità (occorre il riconoscimento del 100 per cento di invalidità per ottenerlo). Non a caso, la nuova procedura telematica INPS a regime dal 2010, conta che grande parte delle domande viene fatta associando queste due prestazioni. Questo mi pare contraddire quanto scritto da Paris.

LA RISPOSTA AI COMMENTI

Sul ruolo dei patronati e dei medici di famiglia: entrambi erogano servizi fondamentali per conto dell’amministrazione e vanno sottolineati l’importanza e il valore di questi soggetti in funzione di tutela dei diritti. Ciononostante, in ragione della loro prossimità all’utenza che si “affaccia” alla procedura dell’invalidità e del ruolo specifico che rivestono nella fase iniziale (i patronati in realtà nell’intera procedura) c’è da chiedersi se la regolamentazione dei loro ruoli presenti incentivi/disincentivi nel conformare i rispettivi comportamenti. L’ipotesi che presento è che la regolamentazione e il finanziamento attuale spinga verso un surplus di domande.

Per fare questo ho utilizzato i numeri offerti da INPS, che attualmente consentono di analizzare esclusivamente il rapporto tra domande e benefici economici. Ha ragione Pancaldi a sottolineare che esistono anche benefici in kind connessi al riconoscimento dell’invalidità, ma in relazione a questi non è possibile disporre di dati che consentano una integrazione dell’analisi (mentre sarebbe molto utile disporne, non ne dubito).

Devo invece ribattere l’intervento firmato da luis che parla di affari torbidi. Si tratta di un giudizio e di una terminologia che non può essere utilizzata. L’attività dei patronati è regolarmente monitorata dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali in base allo stesso regolamento citato in nota nell’articolo e il loro finanziamento (complessivo) non ammonta certamente a miliardi. Nel 2011 l’aliquota del finanziamento è stata ridotta per un taglio totale di circa 87 milioni, mentre nell’anno precedente il finanziamento complessivo ammonta a circa 400 milioni.

Tornando ai dati, certamente sarebbe interessante poter disporre di informazioni più dettagliate sull’attività dei patronati e, a maggior ragione, di informazioni qualitativamente più complete sulle domande di prestazioni presentate all’INPS, sugli esiti degli accertamenti (tutti, non solo quelli che danno diritto ad un assegno) e sull’erogazione della stessa. Occorrerebbe, in altri termini, un passo nella direzione dell’open data. Il dibattito sul punto si allarga anche in Italia ma rimane troppa strada da compiere, come dimostra anche questo caso in discussione.

L’INVALIDITÀ E LA FABBRICA DELLE DOMANDE

Alla farraginosità e lunghezza della procedura per il riconoscimento dell’invalidità non contribuiscono solo i falsi invalidi, ma anche tutte quelle persone che presentano domanda senza averne i requisiti. I presunti invalidi non ottengono l’assegno dell’Inps, ma costano tempo e risorse amministrative nell’iter di verifica, a scapito di coloro che sono realmente bisognosi. Accade perché alcuni attori del sistema hanno incentivi a proporre comunque la domanda di invalidità. Primi fra tutti, i medici di famiglia e i patronati. Ed è lì che bisognerebbe agire.

IL FATTORE ANZIANI AL LAVORO

Nel breve periodo la riforma delle pensioni del governo Monti porterà a un aumento del 5 per cento circa della forza lavoro e a una riduzione dei pensionati compresa tra il 10 e il 15 per cento. Di conseguenza, la popolazione attiva sul mercato del lavoro nei prossimi decenni sarà progressivamente più anziana, in particolare fra le donne. La sostenibilità e l’adeguatezza del nostro sistema pensionistico si giocherà allora sugli effetti che questo avrà sulla produttività della nostra economia e sulla domanda di lavoro da parte delle imprese.

COEFFICIENTI: TUTTO DA RIFARE

Il decreto Salva Italia impone di rimetter mano ai coefficienti di trasformazione utilizzati per calcolare la prima annualità di pensione. Perché quelli in vigore per il triennio 2010‑2012 riguardano le sole età da 57 a 65 anni, mentre da gennaio serviranno anche quelli da 66 a 70. L’occasione non dovrebbe essere perduta per correggere un meccanismo di revisione profondamente sbagliato, con coefficienti che si rivelano iniqui sia in senso inter‑generazionale sia in senso intra‑generazionale. Ma occorre far presto.

QUANTO COSTA NON DECIDERE

L’adozione pro rata del metodo contributivo per tutti i lavoratori dal 1° gennaio 2012 è un provvedimento apprezzabile sia per i suoi effetti sull’equità intergenerazionale, sia per le implicazioni, almeno nel medio termine, sul contenimento della spesa per pensioni. Se questa scelta fosse stata adottata nel 1995 con la riforma del sistema previdenziale, i risparmi per il bilancio del settore pubblico sarebbero stati crescenti nel tempo, per un ammontare complessivo pari a quasi due punti di Pil. E la riduzione sarebbe stata maggiore per le prestazioni elevate.

L’IMMIGRATO VA, I CONTRIBUTI RESTANO

Vuoi per la crisi, vuoi per una legge sull’immigrazione restrittiva, non sono pochi i lavoratori stranieri che abbandonano l’Italia per tornare nel loro paese natale. Ma che succede ai contributi versati all’Inps? Se esistono accordi bilaterali tra il nostro e lo Stato di origine, il lavoratore non li perde e a sessantacinque anni ha diritto a richiedere il trattamento dovuto. Un diritto di cui non è sempre a conoscenza. Se poi le intese non ci sono, lo straniero perde tutti i contributi versati, che rimangono nelle casse Inps. Per essere redistribuiti tra i lavoratori italiani.

CHI PAGA LA DEINDICIZZAZIONE DELLE PENSIONI*

Il blocco dell’adeguamento all’inflazione delle pensioni è indicato spesso come una delle misure inique della manovra Monti. Ma le simulazioni mostrano che se si salvaguardano le pensioni più basse, il mancato aggiustamento ai prezzi chiama a un sacrificio maggiore gli assegni più alti, che di solito sono quelli erogati dall’Inps a pensionati di anzianità usciti dal lavoro negli ultimi anni. La deindicizzazione parziale può essere quindi vista anche come un modo per far contribuire maggiormente al risanamento dei conti chi ha beneficiato di norme ora in via di superamento.

LA RISPOSTA AI COMMENTI

Molti commenti lamentano il furto di contributi che il decreto salva‑Italia avrebbe fatto procrastinando l’età di pensione. Emblematico è il caso di quel lettore maschio di 55 anni che ha già contribuito per 37 e dovrà restare fino a 62 quando, dopo una contribuzione totale di 44 anni, potrà ottenere una pensione (prendo per buono il calcolo) pari al 75% dell’ultima retribuzione.

PENSIONI, UN BUON INIZIO. MA C’È ALTRO DA FARE

 Per quanto ancora avvolti nelle nebbie dell’informazione incompleta, i provvedimenti strutturali in materia previdenziale presentati dal governo appaiono come una buona partenza per un generale riordino di cui si sentiva davvero il bisogno. Il blocco temporaneo dell’indicizzazione dovrebbe essere riassorbito in un ulteriore provvedimento strutturale riguardante l’istituzione di un meccanismo di indicizzazione autenticamente contributivo.

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