SABATO 27 GIUGNO 2026

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DECALOGO PER DOTTORATI

I dottorati di ricerca sono un elemento fondamentale per il progresso scientifico e tecnologico di un paese. E la loro qualità è uno dei migliori indicatori della qualità di un sistema universitario. La situazione dei nostri è assai deludente e una riforma è ormai ineludibile. Dovrebbe passare per dieci punti fermi: dalla valutazione esterna dei programmi a nuovi criteri per la ripartizione del fondo di finanziamento ordinario alle università, da un premio per le tesi più innovative al divieto di partecipare a concorsi per ricercatore nella sede dove si è conseguito il dottorato.

QUALE LEGGE PER LE EUROPEE

La legge elettorale per il parlamento europeo dovrebbe garantire una rappresentanza universale e al contempo efficace in una complessa dinamica politica in cui si incrociano la dimensione di appartenenza partitica con quella nazionale. L’attuale sistema italiano assicura il massimo della universalità nella scelta, ma in termini di efficacia lascia a desiderare. Va dunque rivisto. La lista bloccata, abbinata a collegi su base regionale, è stata adottata da molti paesi. Potrebbe funzionare anche da noi, se accompagnata da un adeguato meccanismo di selezione dei candidati.

TRE PROPOSTE PER L’UNIVERSITA’

Nel confronto internazionale l’Italia è in forte ritardo perché premia poco l’investimento in capitale umano, nel mercato del lavoro, nella scuola e nell’università. I tagli previsti dalla Finanziaria aggravano il problema. Merito degli studenti aver riportato la questione della quantità e qualità degli investimenti per l’istruzione all’attenzione dell’opinione pubblica. Per formulare risposte concrete è utile partire dall’esperienza europea del VII programma quadro e da quella nazionale del Civr. Ma anche le singole sedi devono dotarsi di strumenti per premiare il merito.

UN PATTO DA RILANCIARE

Una seria discussione sulle innovazioni da portare alla gestione degli atenei dovrebbe ripartire dal patto per l’università, in parte riflesso nella Finanziaria 2007. Postula una migliore definizione delle responsabilità, una più estesa programmazione delle assunzioni, la ridefinizione dei vincoli finanziari entro un trasparente bilancio consolidato, la ripartizione delle risorse con finalità di riequilibrio e premio, l’aumento dei fondi per il diritto allo studio anche attraverso una aumento vincolato delle tasse studentesche.

CHE SPAVENTO LA CRISI IN PRIMA PAGINA

L’opinione pubblica cerca i responsabili della crisi tra gli amministratori delle istituzioni finanziarie. Ma non bisogna dimenticare il ruolo giocato dai politici e dai mass media durante espansione e scoppio della bolla. Stampa e tv diffondono oggi informazioni sostanzialmente esagerate. Le banche centrali dovrebbero quindi cimentarsi in un lavoro di analisi sull’andamento reale delle variabili finanziarie che più spaventano. Perché la gestione delle aspettative passa anche attraverso un oscuro lavoro di divulgazione.

BANCHE: IL VERO PROBLEMA E’ CAPITALE

Le banche italiane non solo non sono immuni dalla crisi, ma soffrono la crisi più delle altre. Dal fallimento di Lehman Bros il titolo Unicredit ha perso circa il 60 % del proprio valore, Intesa SanPaolo circa il 45%, più delle banche quotate al Dow Jones, nellÂ’epicentro della crisi. Sapremo presto in che misura su questo andamento contano i ritardi con cui da noi si sta procedendo alla ricapitalizzazione delle banche in Italia. Lo capiremo anche dal modo con cui il mercato reagirà ai provvedimenti che verranno introdotti da Governo e Banca dÂ’Italia. Ma lÂ’impressione è che ci sia dellÂ’altro: organi direttivi troppo passivi, che hanno delegato troppo potere agli Amministratori Delegati negli anni passati, sull’onda dei successi in termini di acquisizioni e di profitti e che oggi non sembrano in grado di reagire alla crisi. All’inizio di ottobre, in mezzo alla tempesta che aveva colpito il suo titolo, l’Amministratore Delegato di Unicredit, Alessandro Profumo, davanti agli studenti del Collegio di Milano, aveva ribadito la sua intenzione di lasciare il timone della sua banca per il suo sessantesimo compleanno, cioè tra nove anni. Nove anni alla testa di un gruppo bancario così rilevante sono molto lunghi, specie se si tiene conto che Profumo occupa lo stesso posto da più di dieci anni. In nove anni può cambiare il mercato, rendendo obsolete alcune competenze, possono spuntare manager più giovani e più adatti a guidare la banca oppure la banca può essere oggetto di unÂ’acquisizione. Insomma, Profumo deve sentirsi saldo in sella per fare una simile affermazione. E’ giusto che un manager che ha avuto in passato tanti successi abbia fiducia nelle sue capacità. Ma la fiducia in se stessi non basta. Occorre anche che Profumo sia anche molto fiducioso che il suo Consiglio di Amministrazione lo appoggerà in modo incondizionato. E forse è proprio questa la chiave di lettura della sofferenza delle banche italiane: Ci sono troppi intrecci societari che danno luogo a veti incrociati. Tutti sono rappresentati, anche indirettamente chi siede in banche concorrenti. Tutti (o quasi) sulla carta indipendenti, compresi Gianfranco Gutty, Salvatore Ligresti o Carlo Pesenti, tanto per non fare dei nomi. Neanche il barlume di un fondo istituzionale, che rappresenti i piccoli azionisti. EÂ’ un consiglio fatto col il manuale Cencelli, con ben cinque vicepresidenti, età media 65 anni, e ben 23 poltrone per accontentare tutti. In questi giorni si discute della possibilità di abolire la passivity rule nella normativa sulle OPA. Pessima idea, come abbiamo avuto modo di sottolineare. Meglio sarebbe ridurre la passivity dei Consigli dÂ’Amministrazione delle nostre banche.

IL TAGLIO DEL VICINO E’ SEMPRE PIU’ VERDE. ANCHE PER LA CHIESA

Va bene tagliare, fino a che i tagli riguardano le tasche degli altri. E’ la regola aurea del dibattito pubblico italiano. Stupisce che sia applicata anche dalla Chiesa italiana nel caso della scuola. Perché se il problema dei risparmi esiste, e per risolverlo servono proposte concrete, una delle opzioni potrebbe essere la riduzione di spesa ottenibile dall’abolizione dell’obbligo dell’insegnamento della religione cattolica negli istituti statali. Anche perché sono diverse le peculiarità che contraddistinguono gli insegnanti di religione in Italia.

IL CREDITO CARO ALLE DONNE

In Italia micro-imprese e auto-impiego sono più diffusi che in altri paesi. E le donne rappresentano il 25 per cento di questa categoria di imprenditori. Ma le banche praticano un tasso di interesse più alto quando è un’imprenditrice a chiedere l’accesso al fido, una fonte di credito importante per le necessità di cassa di aziende così piccole. Il differenziale non è giustificato da un maggior rischio di fallimento, si rileva su tutto il territorio nazionale ed è alto all’interno dei settori. Scende se c’è un garante uomo. E se si trattasse di una forma di discriminazione?

SE LA SCUOLA NON HA TEMPO PER LE MAMME

Il tempo pieno è un servizio educativo importante e un punto fermo nell’organizzazione delle famiglie italiane, in particolare quando la mamma lavora. Esiste un legame stretto tra questa modalità d’orario nella scuola dell’infanzia e primaria e l’occupazione femminile. Le donne che escono dal mercato del lavoro per le difficoltà a conciliare vita lavorativa e familiare, difficilmente riescono poi a rientrare. Il tasso di occupazione delle madri italiane è già molto basso. Non abbiamo certo bisogno di politiche che disincentivino ulteriormente il lavoro femminile.

 

LO STATO DELLE BANCHE

Lo Stato ha assunto un ruolo da protagonista negli assetti proprietari degli intermediari. Ciò comporta molti rischi e incognite. I recenti decreti salva-banche varati dal governo prevedono correttamente che a tutela del contribuente le azioni pubbliche siano privilegiate nella distribuzione dei dividenti. Manca però un esplicito divieto del diritto di voto. Né si dice niente sulla durata della presenza statale, che dovrebbe essere temporanea e rigidamente delimitata. E le banche dovranno difendere la loro autonomia costruendo una governance virtuosa.

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