DOMENICA 26 APRILE 2026

Lavoce.info

LA RISPOSTA AI COMMENTI

Se lÂ’intenzione è quella di rendere più competitivo il nostro paese intervenendo sul costo del lavoro, si può intervenire in modo migliore che detassando il lavoro straordinario. Con le risorse necessarie per detassare gli straordinari (o ridurre la tassazione ad un’aliquota unica del 10%, come attualmente in discussione) si possono abbassare (anche se di poco) le tasse sul lavoro a tutti i lavoratori, o ridurre lÂ’Irap (che grava comunque sul lavoro). Sarebbe però bene che lo Stato rimanesse
neutrale sulle decisioni relative a quanto lavoro offrire, limitandosi a garantire a quei lavoratori e a quelle lavoratrici che lo desiderano la possibilità effettiva di mettersi a tempo parziale, e a coloro che lo vogliono di lavorare più a lungo, senza favorire gli uni e ostacolare gli altri.

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Il mio articolo ha suscitato commenti, circa equamente suddivisi tra favorevoli e contrari. Vorrei qui ringraziare tutti coloro che sono intervenuti ed aggiungere alcuni chiarimenti.
A tal fine procederò con un esempio. Premi di produttività e straordinari sono ormai stati detassati, con buona pace di chi (non molti, per verità) si sono opposti.
Mimmo e Ciccio devono discutere del loro contratto: per Mimmo si tratta solamente di ridiscutere le condizioni ma è già dipendente, mentre Ciccio sta per essere assunto (1). Il direttore del personale, Gigi, propone sia a Mimmo che a Ciccio un contratto con un salario base più basso, tanto, sostiene, se lavoreranno bene avranno premi di produttività e la possibilità di fare straordinari, che con la nuova normativa convengono. Alla fine ci guadagneranno tutti. Mimmo e Ciccio accettano.
Il giorno dopo arriva nell’ufficio di Gigi Elisa, anch’essa per parlare di contratto. Gigi le propone un contratto simile a quello di Mimmo e Ciccio, e per Elisa risulta difficile non accettare delle condizioni analoghe a quelle dei suoi colleghi maschi. Elisa però ha dei figli piccoli e quindi molto difficilmente riuscirà a fare straordinari.

A questo punto:

(1) se le cose vanno bene per l’azienda e Mimmo e Ciccio si fanno apprezzare, guadagnano più di prima. Tutto bene per loro, anche se la loro retribuzione è lasciata di mese in mese alla discrezione di Gigi, che stabilisce premi e distribuisce gli straordinari. Inoltre, il cosiddetto “gender gap”, la penalizzazione in termini di retribuzione che affligge le donne (e che in Italia è di circa il 18-20%) aumenta;
(2) non appena la domanda per l’azienda “tira” un po’ meno, Gigi convoca Mimmo e Ciccio e con grande rincrescimento comunica loro che non ci saranno più premi di produttività, almeno per un periodo. E’ necessario che tutti facciano sacrifici.

In ultima analisi, e mi chiedo come possa non essere chiaro, questa proposta ha l’effetto di indebolire ulteriormente il potere contrattuale dei lavoratori, oltre ad introdurre differenze di trattamento che vanno nella direzione di sfavorire proprio quei lavoratori (donne, over-50, ecc.) la cui partecipazione al mercato del lavoro è invece cruciale per avvicinare l’Italia agli altri paesi europei. Ripeto: gli italiani che lavorano non lavorano poco, ma sono pochi italiani a lavorare.
C’è un’unica argomentazione che in teoria potrebbe giustificare la detassazione degli straordinari e dei premi: l’aumento di produttività. In altri termini, il maggior valore degli straordinari e dei premi di produttività dovrebbe incentivare i lavoratori a competere tra di loro per accaparrarseli; di questa competizione beneficerebbero le imprese e quindi la competitività del paese. Ora, la relazione tra lavoro straordinario e produttività non è del tutto chiara, anche perché la relazione causale è incerta: la maggiore produttività delle imprese dove si fanno straordinari potrebbe essere causata dalla maggiore domanda che genera la necessità di lavoro straordinario, piuttosto che dal ricorso agli straordinari di per sé. Inoltre, gli italiani che lavorano non lavorano poco, ma spesso lavorano male.
Il giuslavorista e neo-deputato PD Pietro Ichino è diventato famoso per aver (finalmente) osato attaccare i cosiddetti “fannulloni” nella pubblica amministrazione. Ma è pieno di persone che lavorano duramente e nonostante questo sono sopraffatti da difficoltà di ogni tipo: autorizzazioni, dichiarazioni, regolamenti, marche da bollo, impossibilità pratica di giungere ad una soluzione legale delle controversie, intromissioni politiche, zelo burocratico eccessivo (che può essere ben peggio della mancanza di zelo), ecc. Contro tutto ciò, ben poco Stakanov può.

(1) In questo senso mi riferivo alla possibilità dell’impresa di “appropriarsi” di una parte del risparmio fiscale, ovvero in fase di negoziazione o ri-negoziazione contrattuale.

Alitalia in caduta libera, ma non i costi

Alitalia continua a perdere soldi. Tanto che senza il prestito ponte forse non sarebbe riuscita a pagare gli stipendi di maggio. Eppure, se si confrontano i costi del primo trimestre 2008 con quelli del primo trimestre 2007 si vede che, dopo dodici mesi di allarmi ed emergenza, su questo fronte non è stato ottenuto nessun risultato. Il problema di Alitalia non è un problema finanziario, ma di piano industriale. Per il quale serve un solido partner industriale. Ma non vorremmo che aspettare il socio significhi rinviare all’infinito il tentativo di raddrizzare i conti.

ANCORA LUNGA LA MARCIA DEL FEDERALISMO FISCALE

Nonostante la vittoria della Lega, il percorso del federalismo fiscale è ancora in salita. Le due questioni fondamentali dei rapporti Nord-Sud e Regioni-enti locali sono lontane da soluzioni condivise e minacciano di creare spaccature all’interno di maggioranza e opposizione. Non basta il generico invito all’accordo bipartisan. Occorre individuare una ricomposizione di forze che sfrutti le componenti federaliste delle due parti, pur rispettando il vincolo di non creare pericoli al governo. Non è un risultato facile da raggiungere e richiede fantasia, anche sul piano procedurale.

IMMIGRAZIONE E COMPETENZE

L’Europa accoglie troppi immigrati poco qualificati e troppo pochi sufficientemente qualificati. Ma cos’è che attira emigranti qualificati? A parte l’ovvia influenza di stimoli economici, di povertà, di legami culturali e storici, la scelta degli emigranti dipende dalla politica migratoria messa in atto dal paese ospitante. I sistemi a punti adottati in alcuni paesi sembrano dare buoni risultati. Bisogna però tener conto che la stragrande maggioranza degli immigrati arriva non per lavoro, ma in virtù del ricongiungimento familiare o dello statuto di rifugiato.

CONTRIBUENTI FRA TRASPARENZA E PRIVACY

L’Agenzia delle Entrate assume come elemento centrale la scelta del legislatore di conoscibilità degli elenchi nominativi dei contribuenti da parte di chiunque, ossia da parte di soggetti indeterminati. Viceversa il Garante assegna un ruolo determinante ad altri passaggi e ne trae un limite tassativo alle modalità della pubblicazione. Ma entrambe le letture si fondano sulla norma. Non si configura quindi né un problema di legittimità né un illecito. Il vero nodo giuridico e politico è quale trasparenza in materia fiscale si voglia oggi garantire nel nostro ordinamento.

CONTRO LA DETASSAZIONE DEGLI STRAORDINARI

Nonostante sembri mettere tutti d’accordo, il provvedimento ha evidenti conseguenze negative. Svantaggia i lavoratori più deboli che fanno comunque meno straordinari e che avranno più difficoltà a trovare un lavoro. A guadagnarci saranno soprattutto le imprese, che riusciranno per questa via a ottenere un abbassamento del costo del lavoro e una maggiore flessibilità di utilizzo della manodopera. Se si vuole rendere più competitivo il nostro paese intervenendo sul costo del lavoro, si può farlo in modi diversi e più efficaci. Per esempio, abbassando le tasse sul lavoro.

I SACRIFICI DELLE BANCHE

“Quello che va bene per la Fiat va bene per l’Italia” era un adagio popolare tanti anni fa. Il Presidente dell’Abi sembra averlo riscoperto. Commentando l’intervista in cui il Ministro Tremonti annunciava (peraltro non meglio specificati) sacrifici per petrolieri e banche, Faissola ha affermato: “E’ nell’interesse del Paese che l’industria bancaria sia andata bene, se non altro perché ha pagatotante imposte. Una riduzione degli utili non giova neppure al bilancio dello Stato” (Repubblica, 11 maggio 2008).
Ma perché i profitti delle banche italiane sono così elevati? L’Indagine conoscitiva preparata dall’Autorità per la Concorrenza nel 2007 scatta una fotografia impietosa del settore bancario italiano. “Dall’indagine svolta emerge che il mercato dei servizi bancari si caratterizza per l’esistenza di un deficit informativo a sfavore della clientela, di numerosi ostacoli alla mobilità di quest’ultima, di un frequente ricorso a forme leganti più servizi … La spesa per il conto corrente in Italia è superiore a quella di tutti gli altri paesi considerati. In particolare, la differenza di costo con gli altri paesi oscilla tra il 17% (Germania) e l’83% (Olanda)”. Solo pochi giorni fa Bankitalia è intervenuta per segnalare il mancato rispetto, in numerosi casi, delle norme sulla portabilità dei mutui, che rendono possibile la sostituzione di un istituto bancario con un altro senza costi per il debitore.
Il vero interesse del Paese, Presidente Faissola, sta nell’avere un settore bancario competitivo, in cui sia ridotto il costo dei servizi bancari per la clientela. Ben vengano i profitti delle banche quando sono legati a guadagni di efficienza. Ma fino a che essi provengono da scarsa concorrenza e dal rifiuto di adottare misure a favore della mobilità dei clienti, ben pochi si strapperanno i capelli se alle banche verrà chiesto di fare sacrifici.

LA RISPOSTA AI COMMENTI

Il pezzo ha suscitato qualche reazione, soprattutto da parte di esperti nel campo. Curiosamente, le reazioni sono di segno opposto, dagli amici “federalisti” (Alessandro Petretto) che mi accusano di aver ceduto sul principio della capacità fiscale; alla risposta piccata, per la ragione contraria, del presidente della Svimez, che ringrazio comunque per l’attenzione. Ma resto della mia opinione. Per le seguenti ragioni.
Primo, non esiste Paese, federale o meno, in cui l’offerta di servizi attinenti diritti fondamentali di cittadinanza –sanità, istruzione, certe componenti del welfare, etc.- siano delegati per intero alla sovranità i governi sub-centrali. Ovunque, il governo federale interviene in qualche misura, o con l’introduzione di standard nazionali o con il potere della borsa o con tutti e due. Fissare gli standard significa anche garantirne il finanziamento; e in un Paese duale, con bisogni differenziati, ci pone il principio del fabbisogno o della “spesa necessaria”. Certo, dipende anche da dove è collocata l’asticella. Se gli standard fossero veramente minimi, allora forse anche il principio della capacità fiscale potrebbe essere sufficiente. Ma non sono sicuro si tratti di una soluzione praticabile o auspicabile per il Paese. La soluzione di Bruno De Leo (spesa storica oggi, perequazione domani al Pil), mentre interessante sul piano pratico, rimanda solo il problema, perché capacità fiscale e Pil sono strettamente correlati.
Secondo, esiste una tensione inevitabile tra fissazione degli standard al centro e autonomia dei governi locali. Si può cerrcare di mitigarla, ma resta. So anch’io che in teoria regioni e enti locali possono esercitare la propria autonomia in aggiunta e a latere della spesa necessaria; ma visto l’abitudine inveterata dello Stato italiano di fissare gli standard in termini di input, piuttosto che di output, temo assai le conseguenze per l’autonomia territoriale di un’ interpretazione universale del principio per fabbisogni. Meglio limitarlo ai servizi davvero essenziali. Per gli altri, la spesa “necessaria” è semplicemente la capacità potenziale di spesa garantita dalle risorse proprie e dalla perequazione per capacità fiscale. Questo, naturalmente, non significa che lo Stato centrale non debba al contrario concentrare i propri sforzi, anche sul piano finanziario, a vantaggio dei territori dove minore è la presenza dei beni pubblici fondamentali che lo Stato stesso deve garantire: principalmente, sicurezza e infrastrutture di base. Terzo, i potenziali vantaggi del federalismo stanno tutti nella differenziazione: la possibilità di diversificare i servizi sul territorio sulla base di esigenze locali, finanziandoli al margine con tributi propri allo scopo di rendere responsabili i politici nei confronti dei propri elettori (pago, controllo, esigo). Se invece si vuole l’uniformità dei servizi, meglio centralizzare. Dire che la nostra Costituzione implica “il principio dell’uguaglianza dei cittadini dovunque risiedano”, e interpretare questo principio come riferito, non solo ai servizi fondamentali, su cui ovviamente concordo, ma alla totalità dei servizi offerti dagli enti territoriali di governo, come fa il presidente della Svimez, significa negare a priori la possibilità del federalismo. Dubito molto che questa fosse l’intenzione dei legislatori costituenti del 2001 e della maggioranza dei cittadini italiani che hanno votato a favore di questa proposta di revisione costituzionale.

E OGGI PAGHIAMO L’INDULTO

Il voto ha premiato gli unici due partiti che si sono opposti all’indulto. Non a caso. L’indulto non solo ha fatto aumentare l’attività criminale in Italia, ma ha anche modificato la composizione dei flussi migratori, finendo per attrarre nel nostro paese più criminali che altrove. Tanto che oggi quattro italiani su dieci temono gli immigrati, non per il lavoro, ma per i reati che possono commettere. Se non si rafforza la repressione dell’attività criminale in Italia prima o poi saremo costretti a chiudere le frontiere. A quel punto, importeremmo solo immigrazione irregolare, in un circolo vizioso di illegalità che alimenta nuova illegalità.

 

La risposta audio dell’autore ai commenti.

LA RISPOSTA AI COMMENTI

Molto interessante il commento di Carlo sul sistema inglese. Sembra un sistema molto flessibile, con la più ampia possibilità di scelta, un buon vantaggio fiscale e il contributo del datore di lavoro. Il “fai da te” per quello che riguarda la composizione del portafoglio può essere una soluzione per persone con una buona cultura finanziaria, anche perché consente di risparmiare sui costi di gestione.  Forse non è adatto a tutti, ma rende il mercato più concorrenziale e non vediamo motivi per vietarlo. Starà ai promotori delle diverse forme previdenziali convincere le persone che conviene affidarsi a gestori professionali. Ci sembra che l’idea meriti di essere presa in seria considerazione.

Riguardo al commento di Ivano, osserviamo che anche le forme individuali (Fip e fondi aperti ad adesione individuale) possono fruire del contributo del datore di lavoro. A differenza di quanto avviene nelle forme collettive, il lavoratore deve però ottenere di volta in volta il consenso del datore di lavoro. E deve essere correttamente informato: gli schemi Covip di Nota Informativa prevedono che venga richiamata l’attenzione del lavoratore sulla necessità di verificare se e a quali condizioni egli abbia diritto al contributo del datore di lavoro. Ivano ritiene che recuperare il contributo del datore di lavoro attraverso la performance del fondo sia “praticamente impossibile”. Ha ragione. Proprio per questo bisogna cambiare la legge, in modo che il contributo del datore di lavoro segua le scelte del lavoratore riguardo alla destinazione del Tfr. In un mercato concorrenziale non può esistere una discriminazione di questo tipo fra forme previdenziali, come ha argomentato Pietro Ichino su questo sito (7/11/2005), nonché, con formale comunicazione al Parlamento, l’Autorità Garante della Concorrenza (28/9/2005). Questa discriminazione che fa sì che nella stragrande maggioranza delle imprese, a meno di atti di liberalità del datore di lavoro, il lavoratore abbia una sola possibilità di scelta (il fondo negoziale); qualche volta, nelle piccole o medie imprese, oltre al fondo negoziale, c’è  un fondo aperto ad adesione collettiva. Di qui la segmentazione del mercato di cui parliamo nell’articolo. Non sembra un’architettura ragionevole, almeno per chi crede che alla lunga la concorrenza sia il modo migliore per fornire servizi efficienti a prezzi bassi.     

I budget, ossia obiettivi quantitativi sulla base dei quali vengono erogati incentivi a dipendenti e collaboratori, possono essere all’origine di fenomeni di mis-selling, per evitare i quali occorrono le regole (trasparenza, conflitto di interressi, responsabilità ecc.). Ma sono anche un formidabile strumento di efficienza utilizzati in tutte le imprese private. Anziché denigrarli, sarebbe utile pensare a come estenderli, ad esempio, alla pubblica amministrazione per renderla un po’ meno inefficiente. Robert Schiller dell’Università di Yale colloca gli incentivi ai venditori di prodotti finanziari e assicurativi fra le importanti  innovazioni della finanza, perché consentono di indurre le persone a intraprendere atti di previdenza, cui altrimenti dovrebbe pensare lo Stato, con costi più elevati a carico del contribuente (“Il Nuovo Ordine Finanziario”, Il Sole 24 Ore, 2003). L’obiettivo del venditore è ovviamente quello di vendere, ma per fare questo deve dedicare tempo al cliente per spiegargli le caratteristiche dei diversi prodotti, in relazione alle esigenze che gli vengono prospettate. Possiamo chiamare questa attività come più ci aggrada (consulenza o altro), ma è certo che si tratta di un’attività utile, anzi necessaria. Naturalmente deve essere svolta secondo regole di correttezza e trasparenza. 

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