MERCOLEDì 19 AGOSTO 2026

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QUANDO LA COSTITUZIONE FA A PUGNI COL FEDERALISMO

Di tanto in tanto emergono proposte per inserire nella Costituzione limiti numerici alla pressione fiscale o alla spesa pubblica. Così nella riforma costituzionale del 2005 (poi respinta dal referendum) si stabiliva che dal federalismo non poteva derivare un aumento della pressione fiscale. Nella proposta di un gruppo di senatori presentata in questi giorni (vedi allegato) si fissa un limite al 45 per cento del Pil per la spesa pubblica. Il principale motivo per essere contrari a questo tipo di regole è che esse equivalgono a rinunciare alla politica fiscale (cosa non da poco per chi già non controlla la politica monetaria).
Nel caso italiano vi è anche un altro aspetto: queste regole sono in contraddizione – insanabile – con i principi del federalismo fiscale inseriti nella nostra Costituzione con la riforma del Titolo V. Regioni ed enti locali hanno “autonomia finanziaria di entrata e di spesa” (art. 119). Qualsiasi limite alla spesa pubblica o alle imposte totali richiederebbe di neutralizzare l’autonomia finanziaria di tutti i Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni. Si può imporre in Costituzione il pareggio di bilancio a tutti, si può imporre un limite alla spesa dello Stato o alle imposte erariali, non si può imporre un limite sulla somma delle spese o delle imposte di migliaia di soggetti autonomi. In effetti non si hanno notizie di disposizioni del genere in altri paesi. Insomma, bisogna scegliere: o i limiti alla spesa pubblica e alla pressione fiscale o l’autonomia e la responsabilità locale.
Una postilla: naturalmente un federalismo senza (o con poca) autonomia tributaria locale, dove le imposte sono statali e vengono ripartite tra i territori sulla base del principio “ognuno si tiene una quota delle proprie imposte” (si chiamano “compartecipazioni”) non soffre di questa contraddizione. Peccato che con un modello siffatto – che in parte è quello che stiamo realizzando – gli amministratori locali in pratica continuerebbero a decidere sulle spese ma non sulle entrate. Un modo per scegliere contro autonomia e responsabilità locale.

LA RISPOSTA AI COMMENTI

Desideriamo innanzitutto ringraziare i lettori che hanno commentato il nostro articolo e che hanno fornito indicazioni per utili approfondimenti. Un ulteriore segno di quanto la tematica energetica sia ritenuta fondamentale per il nostro Paese.
Vorremmo innanzitutto sgombrare il campo da ciò che sembra essere un equivoco emerso in alcuni commenti. Nell’articolo non prendiamo alcuna posizione a favore o contraria alle contestazioni; anzi: quello che abbiamo fatto è stato semplicemente applicare ciò che gli studenti di economia imparano come l’Assioma delle Preferenze Rivelate. In altre parole, abbiamo osservato le scelte (non di consumo, bensì di voto e di protesta) dei cittadini e da queste scelte abbiamo cercato di dedurre le preferenze, in campo energetico, degli stessi cittadini. La nostra ipotesi è che il comportamento degli individui indichi una preferenza che va nella direzione dell’efficienza e del risparmio energetico, preferenza che, peraltro, emerge chiaramente anche da alcuni commenti all’articolo.
Diversi commenti sottolineano inoltre come le contestazioni agli impianti energetici non costituiscano necessariamente Nimby tout court, bensì vere e proprie proteste contro la natura stessa degli investimenti. In effetti, concordiamo sul fatto che l’acronimo Nimby sia utilizzato ormai con un’accezione molto ampia. Il termine originale di Nimby si riferisce infatti alle contestazioni sulla mera localizzazione di un’opera, i cui benefici sono però riconosciuti da tutti, anche dai contestatori. Il rapporto dell’Osservatorio chiarisce peraltro sin dall’inizio che le contestazioni riportate non sono tutte Nimby in senso stretto e che, dunque, le opposizioni potrebbero riguardare addirittura l’opportunità stessa delle opere. Tutto ciò non inficia minimamente il nostro ragionamento; anzi è evidente che lo rinforza.
Infine, una seria pianificazione energetica dovrebbe ovviamente tenere conto sia delle necessità di produzione e consumo sia della sensibilità della popolazione al tema. Per questo motivo, non siamo dÂ’accordo con chi auspica un ruolo maggiore delle Regioni, nonostante lÂ’art. 117 della Costituzione includa la “produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia” tra le materie a competenza concorrente Stato/Regioni. Ancora meglio, se mai fosse possibile, sarebbe una pianificazione energetica a livello sopranazionale se non addirittura europeo.
Ovviamente un breve articolo come il nostro non può esaurire tutte le curiosità sul tema. Per queste, rimandiamo ai più completi contributi di NimbyForum stesso e di Banca d’Italia.

QUEL VIRUS CHE ARRIVA DALLA GERMANIA

Se l’euro esiste è perché Mitterrand e Kohl si accordarono su uno scambio: l’unificazione della Germania dopo la caduta della Ddr contro la rinuncia al marco tedesco a dimostrazione dell’impegno per un’Europa non solo unita ma anche coesa. Ora, però, i tedeschi se ne sono dimenticati e non sono più disposti a pagare il prezzo di una Unione monetaria che si estende dal loro ricco e ordinato paese ad altri in condizioni diametralmente opposte.

LA RIVOLTA NELL’ERA DELLO SHOPPING

Le cause profonde dei disordini nel Regno Unito non sono da individuare nella crisi della convivenza tra diverse etnie. Ma nelle disuguanze sociali, rese più drammatiche dalla crisi economica. È questo il malessere del paese. Che si esprime senza motivazioni politiche con forme di violenza giovanile, con il saccheggio di oggetti di marca. Una rivolta anche contro i furbetti del mondo della finanza che sfrecciano impuniti su auto di lusso.

UNIVERSITÀ, LA CHIAVE È IL DIPARTIMENTO

Con il potere di chiamata dei docenti spostato dalle facoltà ai dipartimenti, la riforma dell’università può davvero portare a un miglioramento della produttività scientifica e didattica degli atenei. Ecco due suggerimenti per trarre il meglio dalla riforma: creare dipartimenti effettivamente ampi e omogenei. E conservare la complementarietà degli apporti didattici, privilegiando la creazione di strutture di coordinamento interdipartimentali. L’auspicio è che anche il loro nome – facoltà o scuole – sia lo stesso.

 

UNA TRAGEDIA GRECA*

La Grecia è in bancarotta già da un anno e non ha altra soluzione che la svalutazione. Se tenterà di farlo rimanendo all’interno dell’Unione monetaria, ciò significherà molta miseria per i cittadini greci perché prezzi e salari dovranno essere drasticamente tagliati. Meglio per tutti se il paese uscisse temporaneamente dallÂ’euro perché potrebbe così riacquistare la competitività perduta. Sarà comunque inevitabile una cancellazione parziale del debito greco e un intervento europeo a sostegno delle banche.

QUELLA TASSA SUI CITTADINI EUROPEI*

L’impegno dei contribuenti europei per il salvataggio della Grecia ammonta ormai a più di 200 miliardi. Ben più modesto il contributo dei privati, ovvero delle banche, che pure sono le responsabili maggiori della pessima allocazione del credito. I governanti europei si sono fatti condizionare dalla potente lobby bancaria e hanno raggiunto un accordo che è un gigantesco trasferimento di ricchezza verso i più ricchi, a danno del contribuente. E allora a minacciare davvero l’euro è una possibile rivolta dei contribuenti contro l’élite finanziaria.

CHI TROVA UN AMICO TROVA UN LAVORO

La crisi economica ha creato, nei paesi Ocse, 16 milioni di disoccupati. La ricerca di un nuovo impiego non è mai semplice e viene attuata attraverso vari canali. Se nei paesi anglossassoni si utilizzano principalmente strumenti come giornali e internet, in Italia sono molto importanti i canali informali: parenti, amici, conoscenti. L’evidenza mostra che, nel nostro paese i cosiddetti network sono indispensabili. E che chi ha un maggior numero di amici con un lavoro ha maggiore facilità a trovarne uno.

SHOCK, PAURA E RECESSIONE*

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PAREGGIO IN COSTITUZIONE? “VASTE PROGRAMME…”

Una nuova regola costituzionale che preveda l’obbligo del bilancio in pareggio segnalerebbe ai mercati la ferma volontà di raggiungere e di mantenere la disciplina fiscale ben più di quanto è possibile fare con provvedimenti del governo pro tempore. Non mancano, però, controindicazioni. A cominciare dal fatto la tenuta di una regola riferita alla spesa totale prefigura un incubo procedurale.

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