Il problema del caro-elettricità in Italia è reale. Dopo la crisi del 2021-2022, il governo interviene di nuovo con varie misure, dagli aiuti alle famiglie ai controlli sui prezzi praticati dalle imprese. Sembra però mancare un piano complessivo.

Quale emergenza?

La politica ha deciso di rimettere le mani nelle bollette elettriche, con aiuti alle famiglie, interventi sui mercati, l’annuncio di ulteriori controlli sulle imprese che decidessero di aumentare i prezzi (o non li diminuissero in linea con gli interventi pubblici).

Per comprendere il senso generale degli interventi conviene considerare che negli ultimi dieci anni il prezzo all’ingrosso ha avuto l’andamento rappresentato nella figura 1.

Figura 1

Dal 2021 i prezzi (in €/MWh) si sono impennati (e con loro i prezzi al dettaglio – dei quali però abbiamo dati meno aggiornati). Anche dopo la crisi energetica del 2021-2022, sono rimasti a livelli all’incirca doppi di quelli ai quali eravamo abituati da decenni. Se anche si considera l’inflazione – che, comunque, non ha condotto ad aumenti di pari entità di tutti i redditi – anche in termini reali parliamo di una bella differenza, soprattutto per le fasce di reddito più deboli.

Dopodiché i prezzi erano diminuiti nel 2024, per crescere di nuovo nel 2025. Ora si interviene invocando una “straordinaria necessità e urgenza”, in sostanza un’emergenza. Non è ovvio che sia così, ma dipende dalla sensibilità politica. Da un lato è vero che da diversi anni i prezzi sono elevatissimi e che dopo gli interventi emergenziali nel 2021-2022 la politica aveva un po’ lasciato andare il settore. È comunque corretto dire che parliamo di prezzi doppi di quelli di otto-dieci anni fa. Prezzi ai quali, temo, dobbiamo “abituarci”, salvo interventi strutturali – che però non è chiaro quali possano essere.

Per meglio capire dove si potrebbe intervenire, si consideri che nel 2024 – per il quale abbiamo le cifre ufficiali Arera – il prezzo medio per le utenze domestiche era diminuito dell’8 per cento rispetto al 2023, come “combinato disposto” di un marcato calo del costo della componente energia “all’ingrosso” (-21 per cento) e dell’aumento della componente “oneri e imposte” (aumentato del 28 per cento nel 2024). A quanto riferisce Arera, “L’aumento è dovuto principalmente al graduale rincaro degli oneri di sistema dopo la completa rimozione, avvenuta alla fine del 2023, delle misure di agevolazione introdotte dal governo negli anni precedenti”. In sostanza, nel 2024 (e 2025) ci si era dimenticati del settore – dire che ora c’è un’emergenza ha probabilmente senso solo se si rimuove questo “dettaglio”.

Nel 2025 sappiamo che il mercato elettrico all’ingrosso – il cosiddetto mercato del giorno prima – ha fatto registrare un aumento del prezzo medio di circa il 6 per cento. Per i prezzi al dettaglio, i contratti e prezzi sono davvero tanti e il quadro completo è meno facile da ricostruire, ma si stima che la spesa per l’utente tipo vulnerabile in “maggior tutela” nel periodo compreso tra il 1° aprile 2025 e il 31 marzo 2026 sia aumentata del 13 per cento rispetto ai dodici mesi precedenti

Un tema di competitività esiste

Se questa è la situazione italiana dei prezzi elettrici, vale la pena guardare a quella dei paesi nostri vicini. Intanto, la composizione della bolletta elettrica di un consumatore tipo italiano è un po’ diversa da quella media europea. Distinguendo tra la componente “energia” (il prezzo all’ingrosso, principalmente), i costi di rete e quella di “oneri e imposte”, la situazione nel 2024 è la seguente.

In sostanza, il peso dell’energia elettrica all’ingrosso da noi è superiore, e lo stesso vale per “oneri e imposte”. Più precisamente, guardando ai valori assoluti e relativi, la differenza tra i prezzi italiani e quelli medi europei è quella rappresentata nella tabella 2.

Rispetto alla media dei paesi della Ue, l’Italia storicamente paga l’elettricità di più, soprattutto su due voci: l’energia (all’ingrosso) e quella “oneri e imposte”.

Il costo dell’energia all’ingrosso è il 40 per cento superiore alla media europea. Le ragioni sono stranote. La scelta italiana di puntare molto sulle fonti fossili più costose, quali il gas, mentre altri puntano ancora su carbone e soprattutto sul nucleare, i cui costi espliciti e non solo sono spesso fiscalizzati (quindi, di fatto coperti dalla fiscalità pubblica) sicuramente non conduce a costi bassi.

Mentre le reti in Italia hanno un costo pienamente sotto controllo, la seconda voce pesante è quella di oneri e imposte, che pesano più o meno nello stesso modo. In questa voce composita contano sicuramente le accise, ma quello che appare fuori scala sono gli oneri di sistema per coprire i pesanti costi della transizione green. Il ruolo delle rinnovabili è sempre ambiguo. Da un lato, si genera sempre più energia con sole e vento, il che abbatte i costi di generazione ma alza gli oneri di sistema. Una situazione non troppo dissimile da quella di altri paesi, anche se forse i nostri contributi ai produttori – finanziati tramite “oneri di sistema” – forse sono stati più generosi.

Passando ai consumatori industriali, la situazione è simile – il differenziale tra Italia e Unione Europea al 2024 è sintetizzabile come segue.

Di nuovo, considerando i valori pubblicati da Arera abbiamo un prezzo finale mediamente più alto. Nella misura in cui questi dati siano effettivamente rappresentativi – il caveat è necessario perché i dati “medi” nascondono spesso situazioni molto differenziate tra loro, e comunque i sussidi alle imprese cosiddette energivore, i grandi consumatori, sono spesso difficili da contabilizzare in modo adeguato – pare che la nostra industria abbia qualche problema di competitività. Più precisamente, i prezzi italiani risultano essere i più alti di tutta l’Unione (per fare i precisini, ci batte solo Cipro, ma capirete che non è una eccezione molto significativa).

Un caleidoscopio di provvedimenti

Quindi, emergenza o meno, il problema affrontato dal governo sembra esistere davvero. Le misure prese, tante. Non emerge un piano complessivo, non è certo una riforma del settore (che pure potrebbe aver senso programmare stanti gli sviluppi degli ultimi anni), ma piuttosto un mosaico con tanti colori e nessuna forma d’insieme discernibile.

La risposta per i consumatori più vulnerabili è un contributo extra di dieci euro al mese, per ora finanziato per il solo 2026. A me pare più un intervento di facciata che altro, ma ciascuno è libero di vederla diversamente.

Per le utenze industriali gli interventi rischiano di essere più velleitari che di sostanza. Facciamo alcuni esempi, lasciando ad altri gli aspetti più tecnici.

Vogliamo intervenire sull’Ets – il meccanismo europeo per incentivare la riduzione di emissioni di gas serra – ma ha senso farlo in un paese solo, anche ammesso che gli altri ce lo lascino fare? Si tratterebbe sicuramente di un intervento strutturale, ma è facile prevedere che al più questo servirà ad aprire un dibattito europeo.

Poi, anche per i clienti industriali avremo contributi alle bollette, finanziati da imposte extra (Irap) per le imprese del settore energetico. Per quale ragione si ritenga che queste ultime stiano meglio dei loro clienti non è chiarissimo, ma è evidente che questo è l’assunto di base. E, comunque, fatico a ricordare un aumento delle tasse che abbia poi condotto a una diminuzione dei prezzi.

Infine, un po’ di sussidi ai produttori di energia con impianti a gas, sperando che questo conduca a prezzi più bassi. Non è chiaro chi possa garantire che questi produttori invece semplicemente non incamerino le somme. È pur vero che la norma prevede un obbligo di passare il risparmio ai consumatori, ma come lo si possa tradurre in pratica, dato che i prezzi si formano liberamente nel mercato all’ingrosso, resta tutto da scoprire: nel passato i controlli del “mister prezzi” di turno sono miseramente falliti e non è chiaro perché stavolta dovrebbe andare diversamente.

È significativo che un sindacalista della Cisl abbia commentato plaudente che il decreto “dimostra in modo inequivocabile che il sistema elettrico deve essere guidato dalla politica”. Avevamo costruito le Autorità indipendenti proprio per evitare che avvenisse, e pur con molte contraddizioni si era effettuato un percorso significativo, con ottimi risultati per il paese, che sa di essere guidato da un’Autorità che conosce i problemi e che ha consentito alle imprese di operare in un quadro di regole stabili e credibili. Che il fuoco di fila di provvedimenti tampone aiuti a migliorare la credibilità delle istituzioni e quindi a sviluppare meglio il settore, è cosa che credo sia lecito dubitare.

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