Parità di genere e sostenibilità: due obiettivi e una strategia

Favorire la partecipazione delle donne alla politica locale è una questione di pari opportunità. Ma può essere anche una strategia di sviluppo sostenibile. La leadership femminile stimola il senso civico dei giovani e un’azione pubblica più lungimirante.

L’unione femminile fa la forza green

L’attenzione dei governi ai temi della sostenibilità ambientale è cresciuta soprattutto in Europa. In questo contesto, il modo in cui le donne nelle istituzioni locali possano contribuire a promuovere comportamenti ambientali virtuosi nella cittadinanza è stato meno esplorato. In un recente studio, abbiamo mostrato come la partecipazione femminile alla politica locale non sia soltanto auspicabile per un’effettiva parità di genere, ma anche per favorire la transizione ecologica. Lo abbiamo fatto analizzando seimila comuni italiani dal 2010 al 2019 con un modello staggered Difference-in-Differences. Per studiare gli effetti della rappresentanza femminile a livello municipale sulla gestione dei rifiuti abbiamo considerato la quota di raccolta differenziata, variabile normalmente utilizzata per rappresentare il senso civico e la responsabilità ambientale, secondo i principi del civic environmentalism e come recentemente riportato anche qui.

I risultati evidenziano come l’elezione di una sindaca non sia sufficiente, da sola, a produrre effetti positivi; è la presenza di una maggioranza femminile nei consigli comunali a essere associata a un aumento medio di circa tre punti percentuali nella quota di raccolta differenziata, come mostrato in figura 1.

Figura 1 – Maggioranza femminile nei consigli comunali: effetti sulla raccolta differenziata

Nota: ATT (Average staggered Treatment Effect on the Treated) è l’effetto medio del trattamento scaglionato sul gruppo trattato.

Emerge, dunque, come il cambiamento non si generi attraverso la sola leadership femminile, ma con la partecipazione collettiva delle donne ai processi decisionali, che sembra favorire un clima politico più collaborativo e orientato al bene comune, elemento essenziale per costruire politiche ambientali efficaci. Il risultato è anche in linea con la teoria della “massa critica”, ampiamente discussa nella letteratura scientifica, secondo cui la presenza femminile nelle istituzioni politiche diventa efficace quando supera una soglia minima, permettendo alle donne di formare coalizioni e influenzare in modo significativo i processi decisionali.

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Diventa allora importante attenuare il divario di genere anche per raggiungere gli obiettivi della transizione verde, che risulta essere non neutrale al genere, come descritto qui. Ad esempio, i dati recenti dell’Eige (2023) per l’Italia mostrano che le donne sono più inclini a scegliere opzioni ecosostenibili – ad esempio, evitando prodotti in plastica o monouso – e contraddistinte da un maggiore senso di responsabilità nell’affrontare le sfide del cambiamento climatico. Inoltre, i nostri risultati trovano conferma anche nella letteratura internazionale. Studi recenti, condotti in diversi contesti geografici, hanno evidenziato una relazione positiva tra rappresentanza femminile e risultati ambientali: maggiore adozione di energie rinnovabili nei paesi ad alto reddito; riduzione delle emissioni di CO2 nell’Unione europea.

Rappresentanza femminile al Sud e innovazione sociale

Come si vede nella figura 1, l’impatto virtuoso sopra descritto cresce nei primi anni di mandato, si consolida nel medio periodo e tende ad attenuarsi gradualmente. C’è dunque la necessità di azioni culturali continuative, che vadano oltre la rappresentanza politica, soprattutto nei contesti con minore capitale sociale. La ricerca conferma infatti l’esistenza di forti differenze territoriali nel nostro paese. Al Nord, dove il capitale sociale e la fiducia collettiva sono già elevati, l’impatto della rappresentanza femminile sulle questioni ambientali risulta stabile ma limitato. Al contrario, nelle aree del Mezzogiorno, la presenza di donne nei consigli comunali appare quasi “trasformativa”: il loro ingresso nelle istituzioni contribuisce a smuovere gli schemi tradizionali e i contesti più radicati, promuovendo una cultura civica nuova, capace di tradursi in comportamenti concreti. In questi territori le donne possono rappresentare un fattore di innovazione sociale, orientando la collettività verso una maggiore consapevolezza ambientale.

Politiche ambientali gender-sensitive e reti verdi di amministratrici locali

Le evidenze dello studio, in linea con la letteratura internazionale, suggeriscono alcuni spunti per le istituzioni a tutti i livelli. Sebbene il rafforzamento delle quote di genere sia già previsto dalla normativa elettorale italiana, una prima azione potrebbe essere quella di incentivare la candidatura femminile nei piccoli comuni, dove il cambiamento culturale procede più lentamente. Potrebbe essere accompagnato da misure di sostegno alla formazione (per esempio, programmi regionali di mentoring).

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In secondo luogo, le politiche ambientali potrebbero beneficiare dell’inclusione di un approccio gender-sensitive che presupponga di considerare le differenze di genere nella progettazione e nella valutazione delle stesse, valorizzando il ruolo delle amministratrici locali come attrici per il cambiamento. I comuni potrebbero introdurre nei loro Piani d’azione per l’energia sostenibile e il clima (Paesc) indicatori che misurino congiuntamente la partecipazione femminile nei processi decisionali ambientali – dalla gestione dei rifiuti alla mobilità sostenibile e pianificazione urbana – e i risultati ottenuti.

Infine, si potrebbe incoraggiare la creazione di reti tra amministrazioni guidate, o fortemente rappresentate, da donne per condividere esperienze e modelli gestionali virtuosi, come la costituzione di “reti verdi” di amministratrici locali, finalizzate al confronto e alla condivisione delle migliori pratiche ambientali.

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  1. Luca Neri

    La ricerca empirica viene collocata fin dall’inizio dentro una cornice valoriale già definita, nella quale più donne nelle istituzioni significa non solo maggiore giustizia, ma anche migliore qualità dell’azione pubblica.

    Da questo framing deriva un insieme di assiomi morali e civili trattati come ovvi, ma che ovvi non sono affatto: che più presenza femminile significhi più senso civico, più responsabilità ambientale, maggiore orientamento al bene comune, maggiore lungimiranza istituzionale. Sono tutti passaggi gratuiti che vengono semplicemente presupposti e poi fatti rientrare nel linguaggio della descrizione.

    Lo scarto ideologico-semantico si vede bene nelle espressioni usate. L’articolo parla di “pari opportunità”, “sostenibilità”, “senso civico”, “bene comune”, “azione pubblica più lungimirante”, “clima politico più collaborativo”, fino a presentare le donne come fattore di “innovazione sociale” e quasi di elevazione civile dei territori. In questo modo un risultato empirico circoscritto viene immediatamente convertito in una narrazione morale molto più ampia: le donne diventano il veicolo privilegiato di virtù civiche, ambientali e istituzionali.

    È qui che la scientificità del linguaggio diventa insidiosa: non perché l’articolo abbia una tesi, ma perché presenta come conclusione empirica ciò che è già contenuto nelle sue premesse linguistiche. E infatti il passaggio dai risultati alle prescrizioni è immediato: quote di genere, incentivi alla candidatura femminile, approcci gender-sensitive, indicatori di partecipazione, reti verdi di amministratrici. Il dato non viene solo descritto: viene usato per ratificare un’agenda già implicita nel modo in cui il problema è stato nominato.

    Ma non solo il framing ideologico e semantico produce una serie di forzature logiche in una catena di non sequitur, come descritto: altera anche la qualità dell’analisi empirica. Un blind spot ideologico che non consente forse agli autori di riconoscere le debolezze metodologiche fondamentali della loro analisi, nonostante il formalismo econometrico. Gli autori si pongono l’ambizioso obiettivo di una analisi causale, utilizzando tecniche econometriche apparentemente adeguate al loro obiettivo. Tuttavia l’identificazione dell’ effetto causale in questa analisi è tutt’altro che scontata, anche assumendo che la raccolta differenziata sia un proxy adeguato di “civismo” o di “responsabilità ambientale”. Il punto più grave è che la variabile trattata, la presenza di una maggioranza femminile nel consiglio comunale, è intrinsecamente endogena allo stesso processo sociale sottostante che spiega l’andamento dell’outcome.

    In altre parole, sia l’aumento della raccolta differenziata sia l’aumento della rappresentanza femminile possono sono effetti congiunti di trasformazioni già in atto nel territorio: maggiore ricchezza, più alta istruzione, terziarizzazione, miglior funzionamento amministrativo, cambiamento culturale, maggiore capitale sociale, maggiore apertura verso modelli politici e comportamentali nuovi. Le elezioni non sono uno shock esogeno che interviene su una società immobile; sono l’esito osservabile e politicamente codificato di processi sociali latenti, progressivi e cumulativi.

    Per questo la pretesa di inferire causalità dall’osservazione del risultato elettorale è metodologicamente fragile. Il fatto che un comune entri nel “trattamento” perché elegge una maggioranza femminile non elimina affatto l’endogeneità di quel passaggio. Al contrario, l’elezione può essere essa stessa il prodotto di quelle stesse dinamiche culturali e socio-economiche che, parallelamente, fanno crescere la raccolta differenziata. In questo caso non saremmo di fronte a una causa che produce un effetto, ma a due esiti coevolutivi dello stesso processo di trasformazione territoriale.

    Qui emergono due problemi classici: reverse causation e confounding. Reverse causation, perché comunità già più sensibili ai temi ambientali, più istruite e più aperte culturalmente possono essere anche più inclini a eleggere donne. Confounding, perché entrambe le variabili possono dipendere da cause comuni non pienamente osservate o non adeguatamente modellizzate. Richiamare uno staggered difference-in-differences non basta a dissolvere questa obiezione, se il “trattamento” osservato resta intrinsecamente connesso alla traiettoria sociale che muove anche l’outcome.

    La debolezza dell’analisi sta dunque nel fatto che il risultato elettorale viene trattato come leva causale autonoma, quando è invece molto plausibilmente un indicatore sintetico di mutamenti sottostanti che precedono e accompagnano sia la maggiore presenza femminile sia l’evoluzione dei comportamenti ambientali. Da questo punto di vista, l’interpretazione dell’articolo è non solo ideologicamente orientata, ma anche metodologicamente eroica.

    La conclusione più prudente sarebbe molto più modesta: in alcuni contesti territoriali, maggiore rappresentanza femminile nei consigli comunali e crescita della raccolta differenziata tendono a manifestarsi insieme. Ma da qui a sostenere che più donne nei consigli producano più civismo, più senso del bene comune o migliori politiche ambientali, il salto è del tutto ingiustificato.

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