L’IA permetterà una crescita più rapida senza inflazione, giustificando una politica di bassi tassi, come sostiene il futuro presidente della Fed? Debito elevato, protezionismo e politiche migratorie restrittive rendono la scommessa molto rischiosa.

Il precedente degli anni Novanta

“Tutto ciò che la tecnologia tocca diventa più economico. […] Il paese è in grado di sostenere una crescita non inflazionistica più rapida». Con queste parole Kevin Warsh, nominato nel gennaio 2026 come futuro governatore della Federal Reserve, attribuisce alla diffusione dell’intelligenza artificiale incrementi di produttività tali da giustificare una politica monetaria accomodante senza il rischio di surriscaldare l’economia. Una tesi controversa, ma con un precedente storico significativo.

Una convinzione simile, infatti, guidò Alan Greenspan negli anni Novanta. In quel decennio, nonostante la disoccupazione fosse ai minimi storici e i salari crescessero rapidamente, l’allora presidente della Fed scelse di non rispondere alle pressioni inflazionistiche provenienti dal mercato del lavoro. Riteneva che la diffusione di computer e internet avrebbe aumentato la produttività, permettendo all’economia di crescere più rapidamente senza inflazione.

La storia, almeno in parte, gli dette ragione: nella seconda metà degli anni Novanta l’economia statunitense crebbe rapidamente senza generare significative pressioni inflazionistiche mentre i tassi di interesse rimasero relativamente stabili. Oggi Warsh sembra pronto a replicare quella scommessa, individuando nell’intelligenza artificiale il nuovo motore di una crescita sostenuta ma non inflazionistica. Avrà ragione?

Cosa dice la teoria

Per rispondere alla domanda è necessaria una breve premessa di teoria economica e monetaria. Secondo la teoria, la politica monetaria ottimale stabilizza la produzione e mantiene l’inflazione in linea con il target della banca centrale se riesce ad allineare il tasso reale di interesse al tasso naturale. Il tasso di interesse naturale riflette l’equilibrio di lungo periodo tra risparmio e investimento in una economia senza frizioni nominali (per esempio, rigidità nel fissare prezzi e salari). La seconda implicazione della teoria è che l’effetto inflazionistico di un miglioramento tecnologico dipende dalla reazione della politica monetaria. Se il tasso reale si discosta dal tasso naturale si generano pressioni deflazionistiche o inflazionistiche.

La questione diventa quindi capire che cosa accade al tasso di interesse naturale quando l’economia è attraversata da un forte progresso tecnologico, come potrebbe avvenire oggi con la diffusione dell’intelligenza artificiale.

Il progresso tecnologico non è l’unico fattore in campo

Secondo la teoria economica, il progresso tecnologico tende ad aumentare il tasso di interesse naturale, non a ridurlo. Quando emergono nuove tecnologie, le imprese devono investire per adottarle: acquistano software, infrastrutture digitali e sviluppano nuove competenze. Questo aumenta la domanda di capitale e tende a spingere verso l’alto il tasso naturale di interesse.

Perché allora Greenspan ebbe ragione a non alzare i tassi negli anni Novanta? Perché il progresso tecnologico non è l’unico fattore che determina il tasso naturale.

Astraendo dai vari premi al rischio, il tasso di interesse naturale è spesso approssimato dai tassi di interesse di lungo periodo osservati sui mercati. Come si vede nella figura 1, durante la presidenza di Greenspan alla Fed una delle principali caratteristiche dell’economia globale fu la progressiva discesa dei tassi di lungo periodo. Il fenomeno è spesso associato al cosiddetto saving glut, ovvero un eccesso di risparmio a livello mondiale che, riversandosi sui mercati finanziari alla ricerca di attività sicure, ne compresse i rendimenti.

Figura 1 – Tasso di interesse sui titoli del governo federale statunitense a dieci anni

Fonte: Federal Reserve Bank of St. Louis (database FRED).

A queste forze si aggiungevano altre condizioni favorevoli. Negli anni Novanta gli Stati Uniti beneficiavano di conti pubblici relativamente solidi e di un contesto internazionale caratterizzato da crescente integrazione commerciale, elevata mobilità del lavoro e stabilità geopolitica. Tutti fattori che contribuirono a mantenere bassa l’inflazione e il tasso naturale.

Oggi il contesto è diverso

Oggi il quadro appare molto diverso. Come mostra la figura 2, debito e disavanzo pubblico degli Stati Uniti sono molto più elevati, mentre il contesto geopolitico sempre più frammentato ostacola l’espansione del commercio internazionale. Questi fattori tendono a spingere verso l’alto il tasso di interesse naturale.

Figura 2 – A sinistra: disavanzo del governo federale degli Stati Uniti, scomposto in interessi netti e deficit primario. A destra: Geopolitical Fragmentation Index

Fonte: per la parte sinistra: Congressional Budget Office). Per quella destra: Jesús Fernández-Villaverde, Tomohide Mineyama, Dongho Song, “Are We Fragmented Yet? Measuring Geopolitical Fragmentation and Its Causal Effect”.

La diffusione dell’intelligenza artificiale potrebbe contribuire a stabilizzare il debito pubblico aumentando produttività e crescita. Nel migliore dei casi, i guadagni di produttività potrebbero spingere la crescita a tal punto da riportare il bilancio pubblico degli Stati Uniti in avanzo, come negli anni di Greenspan.

Tuttavia, non pare lo scenario più probabile. Politiche migratorie più restrittive e una crescente frammentazione geopolitica – alimentata anche dalle politiche protezionistiche degli Stati Uniti e di altri paesi – rendono oggi più difficile sostenere i ritmi di crescita osservati negli anni Novanta. Inoltre, la situazione dei conti pubblici statunitensi ha raggiunto livelli di allarme che non si osservavano dal secondo dopoguerra.

Greenspan ebbe probabilmente ragione per le ragioni sbagliate. Warsh sembra voler tentare la stessa fortuna ma, se è vero che fortuna audaces iuvat, questa volta potrebbe non bastare: più che fortuna servirà un vero miracolo dell’intelligenza artificiale.

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