Quando scoppiano guerre commerciali, anche la proprietà intellettuale rischia di diventare un terreno di scontro. Per ora i brevetti sembrano poco adatti a trasformarsi in “armi” nelle strategie geopolitiche. Ma in futuro la situazione potrebbe cambiare.
Era Il 2 aprile 2025 quando l’amministrazione guidata da Donald J. Trump ha annunciato una nuova ondata di dazi commerciali: con l’ordine esecutivo 14257, la Casa Bianca ha infatti definito il persistente disavanzo commerciale degli Stati Uniti una “minaccia inusuale e straordinaria” per l’economia e la sicurezza nazionale.
L’obiettivo non era soltanto ridurre il deficit. Washington puntava anche a rilanciare la manifattura americana, ridurre la dipendenza tecnologica dall’estero e rafforzare il potere negoziale degli Stati Uniti verso i partner commerciali.
La decisione si inserisce in un quadro di squilibri consolidati. Secondo lo U.S. Census Bureau, gli Stati Uniti registrano un ampio deficit commerciale (figura 1) nei confronti delle altre grandi potenze tecnologiche del sistema dei brevetti: Cina, Giappone, Corea del Sud e i 39 stati firmatari della European Patent Convention (Epc).
Quando le barriere commerciali si alzano, però, non cambiano solo i flussi di merci. Anche le strategie delle imprese e la circolazione delle tecnologie ne risentono.
Figura 1 – Bilancia commerciale tra i Paesi IP5 nell’anno 2022

Come reagiscono le imprese
Per un’azienda colpita da dazi più elevati, le opzioni sono poche. Alcune aumentano i prezzi per trasferire parte del costo ai consumatori; altre agiscono sui margini pur di restare competitive.
C’è chi riduce o abbandona la presenza sul mercato statunitense. Altre imprese scelgono invece di spostare parte della produzione negli Stati Uniti o di riorganizzare le catene di approvvigionamento verso paesi meno colpiti dalle tariffe. Sempre più spesso, cercano anche nuovi mercati di esportazione.
Dietro queste scelte si nasconde però una questione meno visibile: la gestione della proprietà intellettuale. Spostare una fabbrica o entrare in nuovi mercati significa decidere dove proteggere le proprie tecnologie e dove depositare brevetti.
Una “bilancia commerciale” dei brevetti
Quando si parla di commercio internazionale si pensa subito a merci e servizi. Ma esiste anche un’altra forma di scambio: quella delle tecnologie.
I brevetti non sono prodotti fisici, ma i loro flussi tra paesi offrono un indicatore utile della circolazione dell’innovazione. In questo senso, si può parlare con una certa semplificazione di una “bilancia commerciale dei brevetti”.
Da un lato, ci sono i brevetti originati in un paese e poi estesi all’estero, una sorta di esportazioni tecnologiche. Dall’altro, i brevetti stranieri che entrano nel sistema nazionale, quindi assimilabile all’importazione di tecnologie.
Analizzando il periodo 2013–2022 attraverso il database brevettuale Espacenet emerge un quadro interessante. A differenza della bilancia commerciale dei beni, quella dei brevetti (figura 2) è spesso favorevole agli Stati Uniti. Washington registra infatti un surplus di brevetti nei confronti degli stati membri della European Patent Convention e della Cina, mentre il saldo è negativo rispetto a Giappone e Corea del Sud.
Nel tempo, però, il vantaggio americano nei confronti della Cina si è progressivamente ridotto fino a trasformarsi in deficit negli ultimi anni (figura 3).
Figura 2 – Bilancia commerciale dei brevetti nei Paesi IP5

Figura 3 – Bilancia commerciale dei brevetti tra gli Stati Uniti e i Paesi IP5 dal 2013 al 2022
I brevetti come arma economica?
Questi dati sollevano una domanda: i brevetti possono diventare strumenti di ritorsione nelle guerre commerciali?
Nel sistema della Organizzazione mondiale del commercio, i diritti di proprietà intellettuale possono già funzionare come barriere non tariffarie. Regole complesse, contenziosi o condizioni di licenza restrittive possono rendere più difficile l’ingresso di imprese straniere in un mercato. L’accordo internazionale che disciplina questo ambito, il Trips Agreement, mira a mantenere un equilibrio tra la tutela dell’innovazione e l’interesse pubblico. Prevede, ad esempio, la possibilità di ricorrere alla licenza obbligatoria in circostanze eccezionali, come emergenze sanitarie o comportamenti anticoncorrenziali.
Tuttavia, recentemente alcuni governi hanno minacciato di usare la proprietà intellettuale come strumento di risposta nelle tensioni commerciali. Nell’Unione europea, ad esempio, il regolamento (Ue) 2023/2675 è pensato come strumento anti-coercizione per reagire a pressioni economiche o ad altre forme di condizionamento da parte di paesi terzi. Tra le possibili contromisure figurano anche interventi che incidono sui diritti di proprietà intellettuale, inclusa la sospensione della tutela brevettuale.
È importante distinguere tra licenza obbligatoria e sospensione: la prima preserva la validità del diritto di proprietà intellettuale, limitando però il controllo del titolare sul suo utilizzo; la seconda, invece, ne sospende di fatto l’efficacia o la tutela.
Un equilibrio fragile
C’è però un problema: la funzione e l’utilizzo dei brevetti non sono uniformi in tutti i settori tecnologici. Se si analizza la bilancia commerciale dei brevetti con riferimento alle sezioni della International Patent Classification (Ipc), che raggruppano i brevetti per tecnologia, emergono differenze marcate. Gli Stati Uniti mantengono un forte vantaggio in settori come la farmaceutica, le scienze della vita e l’informatica. In altri ambiti, come i trasporti o l’ingegneria meccanica, il saldo può invece risultare negativo rispetto ad altri paesi industrializzati.
Questo rende difficile immaginare i brevetti come uno strumento semplice di ritorsione commerciale: intervenire sulla proprietà intellettuale in un settore potrebbe produrre effetti inattesi in molti altri.
Figura 4 – Bilancia commerciale dei brevetti secondo le sezioni della International Patent Classification (IPC)
Tabella 1 – International Patent Classification (IPC): Sezioni, definizioni e tecnologie coperte
Più infrastruttura che arma
Per ora i brevetti sembrano quindi poco adatti a trasformarsi in vere e proprie “armi” nelle guerre commerciali. Le regole giuridiche sono complesse e gli interessi economici profondamente intrecciati. Eppure, le tensioni commerciali potrebbero spingere il sistema della proprietà intellettuale in una direzione nuova. Nato per proteggere l’innovazione, potrebbe trovarsi sempre più spesso al centro di strategie e rivalità geopolitiche.
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Domenico Golzio, laureato in Fisica ha lavorato nei settori delle telecomunicazioni, dell’automotive e dell’aerospazio e nel 1990 è entrato all’European Patent Office (EPO) come esaminatore di brevetti nel settore ICT.
È stato direttore di un’unità di ricerca ed esame e successivamente responsabile dello sviluppo degli strumenti per la ricerca e per l’informazione brevettuale. Ha inoltre fondato il Dipartimento di Data Science dell’EPO.
Compie studi sui brevetti e innovazione, su informazioni brevettuali, sui sistemi brevettuali internazionali e collabora con l’European Patent Academy dell’EPO, universitâ e centri di ricerca.
È Life Member dell’IEEE, membro dell’IEEE-USA AI Policy Committee e dell’Associazione Italiana Documentalisti Brevettuali (AIDB).
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