Sono in aumento le iniziative per rendere l’Europa autonoma dai monopoli tecnologici americani. Non si tratta solo di una risposta alle tensioni geopolitiche, ma di una scelta strategica per costruire un futuro digitale sovrano, sicuro e inclusivo.

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Europa in cerca di futuro digitale sovrano

Il 2026 rappresenta un anno cruciale per l’Europa, dove la sovranità digitale si sta trasformando da aspirazione a necessità concreta. Piattaforme come Ivory, basate sul protocollo ActivityPub e su una rete di nodi indipendenti ospitati in data center europei conformi al GdprGeneral Data Protection Regulation, dimostrano che esistono alternative reali ai monopoli digitali statunitensi. Con oltre un milione di utenti nei primi mesi, Ivory non è solo un successo di mercato, ma un segnale tangibile della volontà europea di riappropriarsi del controllo sui propri dati e sulle proprie infrastrutture. 

La strada verso l’autonomia tecnologica è ancora in salita, come dimostrano le recenti scelte di paesi come la Francia, che solo ora ha deciso di sostituire Windows con Linux in tutti i pc governativi, entro il 2026. Queste iniziative non sono solo una risposta alle tensioni geopolitiche, ma una scelta strategica per costruire un futuro digitale sovrano, sicuro e inclusivo.

Risparmi, sicurezza e occupazione

Investire in soluzioni digitali sovrane non è solo una questione di principio, ma una scelta economica e sociale concreta. La Commissione europea stima che il raggiungimento degli obiettivi del Decennio digitale potrebbe portare a un incremento fino all’1,8 per cento del Pil europeo, grazie a una maggiore efficienza dei servizi pubblici, alla riduzione delle dipendenze esterne e alla creazione di un ecosistema tecnologico resiliente e competitivo. Gli investimenti pubblici e privati in sovranità digitale ammontano già a 288,6 miliardi di euro, di cui 205,1 miliardi provenienti da bilanci pubblici, con l’obiettivo di ridurre la dipendenza da fornitori extra-Ue e potenziare la sicurezza delle infrastrutture critiche.

Sul fronte della sicurezza, il mercato italiano della cybersecurity ha raggiunto nel 2025 un valore di 2,78 miliardi di euro, con una crescita del 12 per cento rispetto all’anno precedente. Il 73 per cento delle grandi imprese italiane considera ormai la provenienza geografica dei fornitori di cybersecurity un criterio fondamentale per mitigare le dipendenze critiche, preferendo soluzioni europee che garantiscano conformità alle normative Ue e protezione dai rischi di accesso extraterritoriale. Regolamenti come la Nis2 e il Dora hanno reso la sicurezza informatica un prerequisito per la continuità operativa di imprese e pubbliche amministrazioni.

Per quanto riguarda l’occupazione, la Commissione europea ha sottolineato come la sovranità digitale sia strettamente legata alla creazione di posti di lavoro di qualità, soprattutto in settori strategici come cloud computing, intelligenza artificiale, semiconduttori e cybersecurity. Il programma Europa digitale 2025-2027 ha stanziato 1,3 miliardi di euro per sostenere la diffusione di tecnologie critiche e la formazione di competenze digitali avanzate, con l’obiettivo di colmare il divario di competenze che oggi ostacola la crescita in settori chiave.

Linux e il software libero: lo standard nelle amministrazioni pubbliche

Le radici di Linux e del software libero affondano in Europa, dove sviluppatori come Linus Torvalds hanno avviato una rivoluzione globale. Oggi, Linux non è più appannaggio di pochi utenti coraggiosi, ma alimenta la maggior parte dei server web, dei supercomputer e delle infrastrutture critiche delle pubbliche amministrazioni europee. In Italia, l’adozione di software libero è disciplinata dall’articolo 68 del Codice dell’amministrazione digitale (Cad), che impone alle Pa di valutare prioritariamente soluzioni open source per garantire trasparenza, interoperabilità e riduzione dei costi.

Un esempio recente e significativo è la decisione della Francia di adottare Linux come standard per tutti i pc governativi entro il 2026, abbandonando Windows. Non si tratta di una scelta isolata: in Germania, l’adozione di formati aperti come Odf è obbligatoria per la pubblica amministrazione, mentre in Italia le linee guida dell’AgID raccomandano l’uso di standard aperti, anche se l’adozione rimane disomogenea.

L’avvento dell’intelligenza artificiale ha ulteriormente accelerato questa tendenza. Le amministrazioni pubbliche europee stanno integrando soluzioni di IA basate su software libero e standard aperti, come dimostrato dal Piano triennale per l’informatica nella Pa 2024-2026 in Italia, che prevede l’adozione di algoritmi di machine learning per la prevenzione delle frodi, l’automazione dei servizi e l’ottimizzazione dei processi amministrativi. L’uso di Linux e software libero non solo riduce i costi, ma consente anche una maggiore flessibilità e controllo sulle infrastrutture, elementi fondamentali per la sovranità digitale.

Verso un’Europa tecnologicamente indipendente

Progetti come Ivory, Le Chat di Mistral AI e l’adozione di Linux nelle pubbliche amministrazioni dimostrano che l’Europa può competere globalmente senza sacrificare i principi di trasparenza, accountability e inclusione. La Dichiarazione per la sovranità digitale europea, firmata dai 27 Stati membri nel 2025, e il Summit on European Digital Sovereignty tenutosi a Berlino hanno sottolineato la necessità di agire in modo autonomo, sviluppando infrastrutture digitali pubbliche (Dpi) che supportino una società ed economia digitali sostenibili e coerenti con i valori europei.

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