Il sistema per ripartire tra gli atenei la quota premiale basata sulla valutazione di qualità della ricerca è complesso, ma finisce per rispecchiarne la dimensione. Occorre riconsiderare gli obiettivi, rendendo più trasparente tutto il meccanismo.

Come è distribuita la quota premiale

Nelle politiche pubbliche italiane ricorre uno schema caratteristico: la sostituzione di criteri allocativi “storici” con criteri “oggettivi” che, a conti fatti, producono distribuzioni delle risorse quasi identiche a quelle precedenti. Vale per il riparto dei trasferimenti perequativi agli enti locali, vale per i criteri di accreditamento sanitario e, come mostrano i dati appena pubblicati dall’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca (Anvur), vale anche per la quota premiale del Fondo di finanziamento ordinario (Ffo) delle università. Il meccanismo è sempre lo stesso: si costruisce un indicatore sufficientemente complesso da apparire oggettivo, ma le variabili che lo alimentano sono così correlate alla dimensione dell’istituzione da neutralizzare qualunque effetto redistributivo reale. Cambia la forma, non la sostanza.

Nel 2025 la quota premiale del Ffo rappresenta circa il 30 per cento dello stanziamento complessivo, al netto degli interventi specifici (27 per cento del totale). La parte assegnata in base alla valutazione della qualità della ricerca (Vqr) è distribuita attraverso l’Irfs, un indicatore composito costruito a partire dagli indicatori quali-quantitativi Iras. Il punto decisivo è che tali indici non misurano soltanto la qualità relativa degli atenei, ma incorporano anche la loro dimensione.

La componente dimensionale è infatti inglobata nel disegno stesso dell’indicatore. La scelta ha una sua logica apparente: un ateneo più grande sostiene costi fissi più elevati e ha una base istituzionale più ampia, per cui assorbe una quota maggiore di risorse anche a parità di qualità relativa.

Dall’analisi dei dati Anvur per sede universitaria, disponibili dal 16 aprile 2026, emerge una relazione molto precisa: tra la quota premiale calcolata tramite l’indicatore Irfs a partire dai risultati della Vqr 2020-2024 e il numero di docenti strutturati dei 61 atenei statali, il coefficiente di determinazione è pari a 0,996. Una correlazione quasi perfetta, che si trova raramente anche nelle scienze fisiche su fenomeni deterministici. In ogni caso, anche considerando che per il singolo ateneo si possano registrare variazioni dell’indice Irfs tra una tornata della Vqr e l’altra, questo non implica una variazione sostanziale delle risorse assegnate. Perché la quota premiale viene distribuita esclusivamente su base relativa: nella ripartizione rileva unicamente il posizionamento dell’ateneo rispetto agli altri all’interno della stessa tornata valutativa e a parità di regole di valutazione.

Figura 1 – Relazione tra Irfs e personale strutturato per dimensione degli atenei

Nota. L’IRFS è l’indicatore utilizzato per la ripartizione della componente VQR della quota premiale del FFO ed è definito dal DM 595/2025 come combinazione degli indicatori IRAS: IRFS = 0,90 × IRAS12 + 0,05 × IRAS3 + 0,05 × IRAS4. L’indicatore IRAS12 misura il peso quali-quantitativo dell’ateneo nella ricerca complessiva, IRAS3 quello nella formazione dottorale e IRAS4 quello nella terza missione. Gli IRAS incorporano sia la qualità relativa, misurata dall’indicatore R, sia la quota dell’ateneo nel sistema, cioè la sua dimensione relativa in termini di prodotti o attività considerate. In forma sintetica: IRAS ≈ quota dimensionale × R. La relazione riportata nella figura è calcolata tra l’IRFS degli atenei statali e il numero di docenti strutturati.
Fonte: elaborazioni su dati ANVUR e Ministero dell’Università e della Ricerca; università statali, raggruppate per dimensione in base agli iscritti.

I costi del divario tra obiettivi ed effetti

Ai fini della distribuzione delle risorse premiali, ciò implica che l’intero apparato della Vqr – la produzione e valutazione di decine di migliaia di prodotti di ricerca, la costruzione di panel disciplinari, l’elaborazione di indicatori bibliometrici e di peer review – produce un risultato quasi indistinguibile da quello che si otterrebbe applicando un criterio molto più semplice: assegnare la quota premiale in proporzione al numero di docenti strutturati di ciascun ateneo. Insomma, per dirla semplicemente, la montagna partorisce il topolino.

Non si tratta di una critica tout court alla qualità scientifica dell’esercizio valutativo in sé. L’indicatore R della qualità relativa restituisce un’informazione reale, sebbene parziale: segnala agli atenei in quali aree sono relativamente forti e in quali risultano relativamente deboli.

Il problema nasce nel passaggio dalla valutazione all’allocazione delle risorse premiali. Valutazione della qualità e distribuzione del finanziamento rispondono infatti a logiche diverse. Quando queste due funzioni vengono fuse nello stesso indicatore (Iras), la componente dimensionale prevale, neutralizzando l’effetto premiale.

Il disallineamento tra ambizione valutativa ed effetto allocativo ha costi reali, non solo simbolici. Il primo è amministrativo: produrre, caricare e far valutare decine di migliaia di prodotti di ricerca richiede risorse significative, a partire dal tempo di personale tecnico-amministrativo e docenti che potrebbe essere destinato ad altro, per esempio ricerca e didattica nel caso di questi ultimi. Il secondo è di credibilità: se l’allocazione finale non è significativamente diversa da quella che si otterrebbe con un criterio pro capite, la complessità procedurale finisce per apparire come un velo tecnico su una distribuzione di fatto invariata. Il terzo, forse il più rilevante, è di incentivo: un sistema che premia quasi esclusivamente la dimensione, e solo marginalmente la qualità relativa, indebolisce la spinta al miglioramento lungo l’intero spettro dimensionale degli atenei, anche considerando che i criteri non sono forniti ex-ante e mutano nel tempo.

Il rischio di indebolire l’intero sistema

La soluzione, dunque, non è eliminare la valutazione, ma riconsiderarne la funzione obiettivo. Se lo scopo fosse davvero premiare la qualità, la componente R dovrebbe pesare di più nell’indicatore finale e, possibilmente, valorizzare anche gli avanzamenti dei singoli atenei nel corso tempo secondo una logica di miglioramento continuo. In alternativa, si potrebbero separare nettamente le due funzioni: usare l’indice R per premiare la qualità relativa; e affidare a criteri dimensionali trasparenti – numerosità del corpo docente, numero di iscritti, strutture scientifiche e residenziali – la parte del Ffo che risponde a logiche di fabbisogno e copertura dei costi fissi. Il risultato sarebbe un sistema più leggibile e più coerente con gli obiettivi dichiarati.

Un’analoga osservazione riguarda, del resto, anche gli altri criteri che presiedono alla distribuzione del Fondo. Negli ultimi dieci anni la componente storica del fabbisogno per sede universitaria si è progressivamente ridotta a favore del costo standard per studente, collegato a parametri puntuali di efficienza ed efficacia della spesa, cambiando così la composizione di quota base. Questo criterio distributivo è però criticamente collegato alla dinamica delle iscrizioni nei singoli atenei. La mobilità interna degli studenti – tra sedi grandi e piccole, tra aree interne e grandi città, tra Nord e Sud del paese – finisce difatti per “spostare” endogenamente il Ffo, ampliando così i divari tra le università. Ne derivano effetti negativi, ormai visibili, sulla sostenibilità economica degli atenei e sulla capacità di rafforzare le missioni loro affidate, con conseguenze che investono non solo il tessuto culturale locale, ma anche quello economico e sociale.

Perciò, un’eterogenesi dei fini: mentre la quota premiale del Ffo finisce per consolidare la dimensione storica degli atenei, la componente legata al costo standard, che dovrebbe garantire la copertura del fabbisogno, “premia” invece le sedi capaci di attrarre un maggior numero di studenti. Un ribaltamento dei criteri che rischia di indebolire l’intero sistema universitario statale, ampliando le disparità territoriali e ponendo sempre più sotto pressione i bilanci degli atenei.

Insomma, abbiamo criteri di distribuzione delle risorse che non favoriscono l’innalzamento della qualità media del sistema universitario, perché da una parte non premiano la qualità e dall’altra non garantiscono la copertura del fabbisogno. Ne deriva una crescente disuguaglianza nella distribuzione delle risorse, che negli ultimi anni ha visto alcune sedi universitarie guadagnare fino al 60 per cento in più del Ffo, alimentando un meccanismo involutivo che rende per le università minori sempre più difficile combinare sostenibilità finanziaria e premialità. Solo una separazione esplicita tra fabbisogno e premialità può rendere il Ffo più leggibile, più equilibrato e più coerente con gli obiettivi dichiarati. È esattamente ciò che non è avvenuto nell’ultimo decennio, quando la quota perequativa del Ffo ha finito per correggere ex post una cattiva allocazione ex ante delle risorse.

Va sottolineato, infine, un ultimo punto. Il Ffo del 2026 sarà sostanzialmente pari a quello del 2025, dopo il taglio del 2024. Se le risorse complessive, nominali e reali, messe a disposizione del sistema universitario non crescono in modo significativo, i meccanismi premiali, di qualunque tipo, diventano inevitabilmente distorsivi. Senza risorse aggiuntive, infatti, la premialità non incentiva il sistema, ma redistribuisce risorse a favore dei più “virtuosi”, consolidando posizioni di rendita.

Figura 2 – Andamento del Ffo nominale e reale, 2018-2025

Nota: Il Ffo nominale indica lo stanziamento annuo del Fondo di finanziamento ordinario. Il Ffo reale è ottenuto deflazionando i valori nominali con base 2018, in modo da misurare l’evoluzione del potere d’acquisto delle risorse assegnate al sistema universitario.
Fonte: elaborazioni su dati Mur e Istat; importi in miliardi di euro.

Il rischio, quindi, è che la Vqr assuma un tratto pienamente gattopardiano: finché non si è disposti a esplicitare costi e benefici di ogni meccanismo distributivo del Ffo, ogni premialità è destinata a riprodurre lo status quo. O addirittura a peggiorarlo. E finché il finanziamento universitario non sarà ricondotto entro una traiettoria programmata di crescita pluriennale, ogni riforma del sistema rischierà di aggravare, anziché correggere, le difficoltà degli atenei, esponendo sedi e territori alle dinamiche pro-cicliche della politica.

Lavoce è di tutti: sostienila!

Lavoce.info non ospita pubblicità e, a differenza di molti altri siti di informazione, l’accesso ai nostri articoli è completamente gratuito. L’impegno dei redattori è volontario, ma le donazioni sono fondamentali per sostenere i costi del nostro sito. Il tuo contributo rafforzerebbe la nostra indipendenza e ci aiuterebbe a migliorare la nostra offerta di informazione libera, professionale e gratuita. Grazie del tuo aiuto!