Alla prevenzione è riservata solo una piccola parte della spesa sanitaria pubblica, mentre l’80 per cento è assorbito dalle malattie croniche, che in larga parte si possono prevenire. Ma la politica sanitaria continua a scegliere la spesa d’emergenza.
Quanto e come spende l’Italia per la sanità
Il 6 marzo 2026, la Conferenza stato-regioni ha sancito l’intesa sul Piano nazionale della prevenzione 2026-2031, terzo pilastro della riforma del Servizio sanitario nazionale presentata dal ministro Orazio Schillaci. “Dobbiamo passare da un sistema che cura gli italiani a uno che li aiuta a non ammalarsi”, ha dichiarato il ministro, rivendicando un cambio di paradigma e ponendo, al centro del progetto, un obiettivo raggiungibile nel lungo periodo. Riconoscere questa lacuna strutturale è un passo nella direzione giusta. Ma la sfida è capire quanto la realtà sia distante dall’ambizione di raggiungere risultati positivi.
Nel 2024 la spesa sanitaria pubblica italiana ha raggiunto 137,9 miliardi di euro, pari al 6,3 per cento del Pil, un valore nettamente inferiore sia alla media Ocse (7,1 per cento) sia a quella europea (6,9 per cento), e identico al livello pre-pandemia del 2019: in termini reali, non si è mosso nulla. La quota destinata a cura e riabilitazione rimane preponderante. Alla prevenzione, secondo gli ultimi dati Istat-SHA disponibili (2023), sono stati destinati 8,5 miliardi, appena il 4 per cento del totale, una voce che in quell’anno era addirittura crollata del 18,6 per cento.
Non è una novità: l’Italia destina alla prevenzione circa lo 0,4 per cento del Pil, contro una media europea dello 0,65 per cento, con Austria e Danimarca che superano l’1 per cento. In termini pro capite, nel 2024 la spesa sanitaria pubblica italiana si attesta a 3.835 dollari a parità di potere d’acquisto, contro una media Ocse di 4.625 e una media europea di 4.689: un gap di 854 dollari per abitante che, proiettato sull’intera popolazione, equivale a oltre 43 miliardi di euro l’anno. L’Italia è ultima tra i paesi del G7 e quattordicesima tra i 27 europei dell’area Ocse.
Più economico prevenire che curare
C’è una ragione per cui l’Ocse definisce certi interventi preventivi “best buys”: il loro rendimento economico è tra i più alti dell’intero sistema sanitario. Programmi di prevenzione delle malattie cardiovascolari, campagne antifumo, screening oncologici, controllo dell’obesità: la letteratura internazionale stima che per ogni euro investito in questi ambiti, si generano risparmi compresi tra 3 e 7 euro in spese di cura nei decenni successivi. Dunque, investimenti mirati in prevenzione costituiscono non solo una scelta sanitaria, ma anche una strategia economicamente sostenibile e orientata alla creazione di valore nel lungo periodo.
In Italia circa il 40 per cento della popolazione non pratica alcuna attività fisica regolare. Quasi il 3 per cento è grande consumatore di alcol. Il fumo rimane la prima causa di morte prevenibile. Se una persona su mille riducesse il consumo di alcol ai livelli raccomandati, il Ssn risparmierebbe 60 milioni di euro l’anno, secondo le stime elaborate nell’ambito delle analisi presentate nel 2025. Sono calcoli parziali, su singoli comportamenti. La scala sistemica è diversa.
Le malattie croniche non trasmissibili, quali quelle cardiovascolari, diabete, tumori, malattie respiratorie, sono responsabili dell’85 per cento delle morti in Italia e dell’80 per cento della spesa sanitaria complessiva, per un costo che supera i 65 miliardi l’anno. Queste patologie hanno un tratto comune: nella maggior parte dei casi, interventi preventivi precoci ne ritardano o ne impediscono l’insorgenza. Il nesso con stili di vita modificabili, sedentarietà, alimentazione, fumo, alcol è documentato in modo solido. Non è un problema di conoscenza, è un problema di scelta. Ci imbattiamo in un sistema che cura ma non previene. Il nostro paese finanzia la sanità con una logica di breve periodo: si interviene quando la malattia è già insorta, si taglia sulla prevenzione perché i suoi benefici si vedono in anni, non nell’arco di una legislatura.
Spendere prima e non dopo
La letteratura economica indica tre leve con il miglior rapporto costo-efficacia.
La prima è ridestinare in modo vincolato una quota del fondo sanitario nazionale alla prevenzione primaria, con un obiettivo minimo del 6 per cento, rispetto all’attuale 4 per cento, da raggiungere in un triennio e monitorato annualmente. Il Fabbisogno nazionale standard già prevede la macroarea “prevenzione”, ma in fase di spesa quelle quote non sono verificate in modo sistematico;
La seconda è potenziare il ruolo del medico di medicina generale come agente di prevenzione attiva, con incentivi economici legati a obiettivi misurabili: adesione agli screening, controllo dei fattori di rischio, riduzione dei ricoveri evitabili. Meccanismi di pay-for-prevention analoghi, adottati in altri paesi europei, hanno prodotto riduzioni significative dei costi ospedalieri nel medio termine.
La terza è la valorizzazione della farmacia territoriale come punto di primo contatto per screening ed educazione sanitaria: strumento già previsto dalla normativa italiana, ma ancora sottoutilizzato.
L’utilizzo strategico delle tre leve consente al sistema sanitario di intraprendere un percorso strutturato di supporto al cittadino lungo l’intero continuum assistenziale. Le azioni indicate non aumentano la spesa totale del sistema sanitario nazionale bensì mirano a una riallocazione temporale e funzionale delle risorse già disponibili affinché ci sia un rafforzamento delle logiche di prevenzione e di riduzione, nel medio-lungo periodo, dell’insorgenza e dell’aggravamento delle condizioni patologiche. Non si tratta di aumentare la spesa, ma di anticipare i costi invece di rincorrerli. Il piano di prevenzione proposto da Schillaci, dunque, procede nella direzione giusta. La direzione, senza la velocità, vale poco e per questo motivo sono le attività operative che pesano sull’evoluzione del sistema.
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Emilio Mirante è un giovane professionista. Laureato con lode in Amministrazione, Finanza e Controllo presso l’Università Parthenope di Napoli, ha sviluppato una tesi su “I processi di cambiamento organizzativo tra opportunità e resistenze”, un tema di forte attualità per le organizzazioni moderne, in particolare nel contesto sanitario. A completamento della sua formazione, ha ottenuto un corso di perfezionamento in Healthcare Risk Management and Patient Safety presso l’Università Federico II, approfondendo le tematiche relative alla sicurezza del paziente e alla gestione del rischio nelle strutture sanitarie. La sua preparazione è ulteriormente arricchita da esperienze pratiche come il tirocinio amministrativo-contabile presso l’Ospedale Fatebenefratelli di Napoli, dove ha potuto applicare le sue conoscenze nel contesto complesso della gestione finanziaria ospedaliera. Emilio ha anche maturato esperienze in ambito SAP, come SAP Analyst presso Accenture, dove si è occupato della mappatura e ottimizzazione dei processi aziendali, oltre a contribuire alle iniziative di digital transformation in ambito finance, supply chain e procurement. La sua expertise si estende anche alla gestione dei dati e all'analisi delle risorse, competenze che ha affinato durante il suo ruolo di Internship in Assurance (FAAS) presso Ernst & Young, dove ha lavorato sull’analisi dei bilanci pubblici e delle politiche fiscali, contribuendo alla redazione di reportistica e consulenza in ambito finanziario. Dal punto di vista accademico, Emilio è anche autore di articoli pubblicati in riviste scientifiche e ha collaborato con VIMASS ResearchLab, focalizzandosi su ricerche in ambito economico-finanziario. La sua esperienza di supporto alle attività di placement presso l’Università Parthenope gli ha permesso di affinare abilità organizzative e di gestione eventi, nonché di collaborare con aziende partner per favorire l’inserimento dei laureandi nel mondo del lavoro. Oltre a queste esperienze, Emilio continua a formarsi costantemente, partecipando a corsi di potenziamento sul management sanitario e sul redesign delle operazioni ospedaliere. Con una visione orientata alla sostenibilità dei sistemi sanitari e alla digitalizzazione dei processi aziendali, Emilio rappresenta un giovane professionista in grado di portare valore aggiunto in ambito gestionale, finanziario e sanitario.
francesco mario
Prevenire e meglio di curare.parole santissime, ma ci vorrebbero dei politici, su suggerimento dei medici, con degli…………….Non ci vuole molto per comprendere la necessità di elevare di almeno cinque euro il costo delle sigarette ( chi paventa il contrabbando suggerisco di valutare la possibilità di delegare la GdF a controllare l’origine di un pacchetto di sigarette, se è di contrabbamdo, sanzione di 250 euro)Poi bisogna introdurre la tassazione di scopo su zuccheri, grassi,ed alcolici in generale, e sale.Infine aumentare gli stipendi sia di infermieri sia di medici;lo dico come padre di due medici.
Emilio
Le tue osservazioni sono giuste. L’Italia manca di gestione e di strategia, Il discorso è lungo, i medici sono mal distribuiti sul territorio, le risorse economiche idem.
Enrico
Ovviamente la prevenzione è molto efficace e desiderabile. Tuttavia temo che i possibili risparmi siano piuttosto sovrastimati. Le patologie più costose da curare insorgono infatti in età avanzata …e se non si presentassero saremmo praticamente immortali. Questo significa che gran parte della spesa sanitaria è sostanzialmente incomprimibile anche con un’ottima prevenzione…a meno di ricorrere ad una eutanasia di massa.
francesc mario
Osservazione giusta su certe patologie…da anziani, ma talvolta mi capita di frequentare l’ambulatorio di mia figlia e osservo alcuni pz giovani che manifestano chiaramente disturbi metabolici. Perché? Alimentazione sbagliata con conseguenze varie;io….sono figlio di un grandissimo fumatore quattro pacchetti al giorno senza filtro e come scusa……il lavoro in cantieri ad alta quota per la direzione lavori di alcune dighe.Io,vabbé ho respirato solventi chimici a gogo durante l’università, ma non ho mai fumato.Il fumo è micidiale…..mi sono beccato del fascista poiché quando lavoravo in ufficio spalancavo le finestre per contrastare l’accumulo del fumo dei colleghi .In tempi non sospetti dissi: prima o poi capiranno e vieteranno il fumo sia nei ristoranti sia nei posti di lavoro; fui canzonato. Molti anni dopo incontrai un mio ex collega che mi disse: avevi ragione.
Emilio
Anche se la spesa totale non cala drasticamente, gli anni vissuti in buona salute aumentano.
Questo ha un valore economico ma soprattutto umano.
MP
..l’Italia destina alla prevenzione circa lo 0,4 per cento del Pil, contro una media europea dello 0,65 per cento….con un obiettivo minimo del 6 per cento, rispetto all’attuale 4 per cento??
Dani Geri
Io lavoro in un’azienda che nell’ambito del welfare offre pacchetti di check up completi ; sono analisi e accertamenti diagnostici di un certo costo se fatti nel privato, eppure noto che un gran numero di colleghi non ne usufruisce, soprattutto uomini. La stessa Regione (del nord), segnala nei report a consuntivo, un utilizzo degli screening gratuiti regionali (mammografia, pap test, sangue occulto nelle feci) molto basso. Secondo me gli italiani vogliono farsi curare bene e subito quando insorge la malattia e non vogliono sapere nulla prima, altrimenti non si spiega come l’adesione agli screening regionali sia così basso