Una buona programmazione del fabbisogno di medici è indispensabile. Però non basta. Perché il numero dei posti può essere deciso amministrativamente, ma le scelte dei giovani dipendono dagli incentivi che le diverse professioni e specialità mediche offrono.

Numero di medici e programmazione in due notizie

Sulla situazione che caratterizza il lavoro medico si contrappongono spesso due spiegazioni. Da un lato, la difficoltà di alcune specialità nel reclutare giovani medici; dall’altro, gli errori nella programmazione delle borse di specializzazione. Due notizie recenti suggeriscono che questa contrapposizione rischia di essere fuorviante.

La prima notizia riguarda uno studio pubblicato su una rivista accademica di area medica, che analizza i dati ufficiali dei concorsi nazionali per l’accesso alle scuole di specializzazione tra il 2019 e il 2025, confrontando la medicina d’emergenza-urgenza (Meu) con le altre specialità. Secondo gli autori, contrariamente a quanto spesso si dice, la Meu non sarebbe interessata da una vera e propria “crisi di vocazione”. La quota di posti coperti è effettivamente diminuita, passando da circa il 90 per cento nel 2019 al 25 per cento nel 2024, per poi risalire al 47 per cento nel 2025. Ma nello stesso periodo il numero dei contratti di specializzazione è più che raddoppiato, passando da 391 a 954; di conseguenza, nonostante il forte calo del tasso di copertura, il numero assoluto dei giovani medici che hanno scelto la medicina d’urgenza è aumentato.

La seconda notizia riguarda il corso di formazione specifica in medicina generale per il triennio 2026-2029. Secondo i dati diffusi nei giorni scorsi dalla Federazione italiana dei medici di medicina generale (Fimmg), sono state presentate 5.965 domande contro le 2.651 borse disponibili. Anche in questo caso, la programmazione è profondamente cambiata nel corso dell’ultimo decennio. Tra il 2014 e il 2017 le borse ministeriali si attestavano intorno alle mille unità annue; l’aumento è iniziato nel 2018 e ha raggiunto il massimo nel 2021, con 4.362 borse, grazie alla sovrapposizione dei finanziamenti straordinari previsti dal decreto Calabria e dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Esaurita questa fase, il numero delle borse si è progressivamente ridotto, tornando a 2.651 nel 2026 (figura 1). 

Figura 1 – Borse di studio per il corso di formazione specifica in medicina generale (2014-2026)

Anche il dato nazionale richiede, tuttavia, qualche cautela. Le candidature si distribuiscono in modo molto eterogeneo sul territorio (figura 2): si passa dalle 1.080 domande per 240 borse della Campania alle dieci domande per dieci posti della Valle d’Aosta, mentre in Piemonte e nella provincia autonoma di Bolzano alcune borse restano addirittura vacanti. Il rapporto tra candidature e posti disponibili varia, dunque, sensibilmente tra le regioni, segnalando che la programmazione incontra condizioni molto diverse nei mercati del lavoro locali.

Figura 2 – Candidati e borse disponibili per il corso di formazione specifica in medicina generale, per regione (2026)

Le scelte dei giovani

Nel modo in cui sono state raccontate, le due notizie sembrano descrivere situazioni opposte, in realtà entrambe ruotano attorno alla programmazione. Nel caso della medicina d’emergenza-urgenza, il basso tasso di copertura viene ricondotto al forte aumento dei contratti di specializzazione; nel caso della medicina generale, l’elevato numero di candidature è interpretato come il segnale di un rinnovato interesse verso la professione. In entrambi i casi, l’attenzione si concentra sul numero dei posti programmati.

Per un economista, tuttavia, questo rappresenta soltanto un lato del mercato. Il mercato del lavoro sanitario è un mercato “programmato” dal lato della domanda, ma rimane un mercato dal lato dell’offerta. La domanda di lavoro per professionisti sanitari è determinata in larga misura dal settore pubblico. Lo stato e le regioni stimano il fabbisogno di personale e lo traducono nel numero dei posti universitari, dei contratti di specializzazione e delle borse per la formazione in medicina generale. L’offerta dipende invece dalle scelte dei giovani medici: quale percorso intraprendere, quale specialità scegliere e, successivamente, se esercitare e rimanere nella professione.

Domanda e offerta rispondono a logiche diverse. La programmazione del fabbisogno è una decisione amministrativa; l’offerta è la risposta dei giovani medici agli incentivi. 

Queste decisioni non riflettono soltanto una generica “vocazione”, ma anche la remunerazione attesa, il carico di lavoro, i turni, il rischio professionale e medico-legale, le opportunità di carriera, il grado di autonomia e la possibilità di conciliare vita professionale e privata. La programmazione può stabilire quanti posti finanziare, ma non quante persone saranno disposte a occuparli.

Da questa prospettiva, la contrapposizione tra “crisi di vocazione” ed “errore di programmazione” è fuorviante. I contratti di medicina d’emergenza-urgenza non sono aumentati per caso, ma perché il Servizio sanitario nazionale ha stimato un maggiore fabbisogno di questi specialisti. 

L’aumento del numero assoluto degli iscritti è certamente un elemento importante. La domanda economicamente rilevante, tuttavia, è un’altra: l’offerta di giovani medici è cresciuta nella stessa misura della domanda di lavoro per professionisti sanitari espressa dal Servizio sanitario nazionale?

Quando la domanda di lavoro per professionisti sanitari cresce più rapidamente dell’offerta di giovani disposti a scegliere una determinata professione, emerge un mismatch. Correggere l’uso disinvolto del tasso di copertura è quindi utile, ma sostituirlo con il solo numero degli iscritti non basta a escludere un problema di attrattività. Per rispondere servono indicatori diversi: il numero delle prime scelte, la posizione della specialità nelle preferenze dei candidati, i punteggi di accesso, le rinunce successive e, più in generale, la risposta delle candidature al variare delle condizioni economiche e professionali. Sono questi gli elementi che consentono di valutare quanto l’offerta reagisca agli incentivi e quanto una professione sia realmente attrattiva rispetto alle alternative.

Il confronto con la medicina generale conferma la stessa logica. Un elevato numero di candidature segnala che, nella fase di accesso, l’offerta potenziale supera il numero delle borse programmate. Ma la stessa Fimmg richiama l’attenzione sulla necessità di intervenire sull’organizzazione del lavoro, sulla formazione, sulla burocrazia e sulle prospettive professionali. Anche quando le candidature sono numerose, dunque, la capacità di attrarre e trattenere i professionisti dipende dagli incentivi e dalle condizioni di esercizio della professione.

Per anni il dibattito italiano si è concentrato sul numero chiuso a medicina, sull’imbuto formativo e sulla quantità delle borse di specializzazione. Erano problemi reali, e l’aumento dei posti e dei contratti ha contribuito ad attenuarli. Ma rimuovere un collo di bottiglia non garantisce, da solo, che domanda e offerta si incontrino nelle diverse specialità e professioni. Una “buona” programmazione deve partire da stime attendibili del fabbisogno futuro, evitando che alla scarsità di oggi si sostituisca domani un eccesso complessivo di medici, ma deve anche tenere conto della loro distribuzione tra specialità e territori.

La programmazione del fabbisogno resta dunque indispensabile, ma non è sufficiente. Il numero dei posti può essere deciso amministrativamente; le scelte dei giovani medici dipendono invece dagli incentivi che le diverse professioni offrono. Ciò richiede di intervenire sulle differenze nelle condizioni economiche e di lavoro che rendono alcuni percorsi meno attrattivi di altri: dalla remunerazione, anche rispetto alle opportunità offerte all’estero, alle prospettive di carriera, ai carichi e all’organizzazione del lavoro. Nel caso della medicina generale, conta anche il diverso trattamento economico durante la formazione rispetto alle scuole di specializzazione. Una buona programmazione deve quindi essere accompagnata da politiche capaci di modificare gli incentivi laddove l’offerta non risponde al fabbisogno. Altrimenti, anche una stima accurata del numero complessivo di professionisti necessari può tradursi in un mismatch tra i medici che il Servizio sanitario cerca e le professioni che i giovani medici sono disposti a scegliere.

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