Quando inizia l’età anziana? Una soglia anagrafica rigida non descrive bene la realtà. Meglio adottarne una prospettica, legata alla speranza di vita residua. Permette una migliore pianificazione dei sistemi pensionistici, sanitari e del mercato del lavoro.

Una soglia fuorviante

L’aumento della speranza di vita rappresenta uno dei principali successi delle società contemporanee. Negli ultimi decenni, i guadagni in termini di sopravvivenza alle età adulte e anziane hanno trainato i progressi della longevità nei paesi ad alto reddito. Eppure, l’invecchiamento della popolazione continua spesso a essere descritto prevalentemente come un problema, associato a pressioni sulla spesa pensionistica, carenze di forza lavoro e aumento dei costi sanitari. Questa rappresentazione si fonda in larga misura su indicatori demografici statici e su una definizione rigida dell’età anziana, tipicamente fissata a 65 anni.

Quella soglia, tuttavia, è sempre meno adeguata a descrivere la realtà. Gli indicatori basati su confini anagrafici fissi assumono implicitamente che individui della stessa età cronologica siano comparabili nel tempo, trascurando i miglioramenti intervenuti nella sopravvivenza, nelle condizioni di salute e nelle capacità funzionali. Un sessantacinquenne di oggi, ad esempio, presenta condizioni medie diverse rispetto a un coetaneo di venti o trent’anni fa. Continuare a utilizzare soglie per l’età anziana statiche e immutate nel tempo rischia, quindi, di sovrastimare la dipendenza demografica e di fornire una rappresentazione parziale del fenomeno dell’invecchiamento.

Una lettura più dinamica suggerisce di interpretare l’invecchiamento non solo come una sfida, ma come una trasformazione strutturale potenzialmente ricca di opportunità, che richiede l’adattamento di istituzioni e politiche. In questa direzione, approcci recenti propongono di ridefinire l’età anziana in termini “prospettivi”, ossia sulla base della speranza di vita residua anziché degli anni già vissuti. In concreto, si considera anziana la popolazione che ha davanti a sé un numero limitato di anni di vita attesa (ad esempio venti anni). La soglia di ingresso nella vecchiaia diventa così variabile nel tempo e si sposta in funzione dei progressi della sopravvivenza.

Il ricalcolo su quando si diventa anziani

L’applicazione di questo approccio al caso italiano offre risultati significativi (figura 1). Se si prende come riferimento la speranza di vita residua di un sessantacinquenne italiano nel 2005 – circa 17 anni e mezzo – è possibile individuare l’età alla quale si raggiunge oggi lo stesso livello di vita residua oggi e negli ultimi anni. Ricalcolando su questa base l’indice di vecchiaia – il rapporto, moltiplicato per 100, tra la popolazione anziana (secondo la soglia considerata) e la popolazione di 0-14 anni – si ottiene un valore sensibilmente inferiore rispetto a quello calcolato con la soglia fissa dei 65 anni: nel 2025, circa 145 uomini anziani e 167 donne anziane ogni 100, contro 179 e 238, rispettivamente, secondo la misura tradizionale. 

Il confronto mostra che la valutazione dell’invecchiamento della popolazione dipende in misura rilevante dalla soglia utilizzata per definire l’età anziana. L’uso di quella prospettiva non ridimensiona la portata della transizione demografica, ma consente di coglierne meglio la complessità, mostrando che i progressi nella sopravvivenza attenuano in parte il quadro restituito dagli indicatori tradizionali.

Il divario tra le due misure si conferma in tutte le aree geografiche del paese, ma con intensità diverse. Il Centro registra i valori più elevati con la misura tradizionale (188 uomini e 254 donne ogni 100 giovani), seguito da Nord-Ovest e Nord-Est. Applicando la soglia prospettiva, tuttavia, l’indice si riduce sensibilmente in tutte le ripartizioni. Nel Sud e nelle Isole, che hanno valori assoluti più contenuti, l’indice per gli uomini passa rispettivamente da circa 165 e 176 anziani ogni 100 giovani con la soglia fissa, a 133 e 142 con quella prospettiva; per le donne, da 216 e 233, a 146 e 158. In tutte le aree, la correzione prospettiva riduce l’indice di vecchiaia di circa 30–35 punti per gli uomini e di oltre 70–80 punti per le donne, confermando che lo scarto prodotto dall’uso di una soglia fissa è generalizzato sul territorio nazionale.

Oltre alle differenze territoriali, l’eterogeneità nella speranza di vita residua emerge anche lungo altre dimensioni demografiche e sociali, in particolare per genere e livello socioeconomico: diversi sottogruppi della popolazione possono avere una speranza di vita residua sistematicamente diversa. Applicare una soglia prospettica “media” all’intera popolazione rischia dunque di mascherare le disuguaglianze, sovrastimando la vita residua attesa per i gruppi socialmente più svantaggiati e sottostimandola per quelli più avvantaggiati, con possibili implicazioni per la progettazione di politiche pensionistiche e sanitarie realmente eque.

Questi risultati invitano a interpretare con cautela gli indicatori fondati su soglie anagrafiche rigide e suggeriscono l’opportunità di adottare, accanto alle misure tradizionali, indicatori capaci di tenere conto dei progressi nella sopravvivenza e nelle condizioni di salute. La questione non riguarda solo la definizione dell’età anziana, ma più in generale la scansione delle età lungo il corso della vita. Anche l’età di ingresso nel mercato del lavoro, spesso implicitamente fissata attorno ai 20 anni, può risultare meno rappresentativa in un contesto di crescente durata dei percorsi formativi. Allo stesso modo, l’uscita dal lavoro non può essere rigidamente ancorata a soglie pensionistiche statiche. Indicatori prospettivi e misure che tengano conto delle condizioni di salute possono contribuire a orientare politiche più flessibili, capaci di tenere conto della diversa capacità lavorativa delle persone, delle caratteristiche delle occupazioni svolte e delle situazioni di maggiore fragilità.

L’attenuazione dell’onere demografico suggerita da un approccio prospettivo, comunque, non implica automaticamente un’analoga riduzione della spesa sanitaria e per la long-term care (Ltc): se l’aspettativa di vita in buona salute non cresce di pari passo con l’aspettativa di vita complessiva, gli anni di vita guadagnati potrebbero tradursi in una maggiore domanda di assistenza, anche di fronte a una popolazione “anziana” prospetticamente più ristretta.

Figura 1

Nota: l’indice di vecchiaia tradizionale è calcolato come rapporto tra popolazione di 65 anni e oltre e popolazione di 0-14 anni, per 100. L’indice di vecchiaia prospettivo è calcolato come rapporto tra la popolazione che supera la soglia prospettiva dell’età anziana e la popolazione di 0-14 anni, per 100. La soglia prospettiva è definita utilizzando come riferimento la speranza di vita residua degli uomini italiani a 65 anni nel 2005.
Fonte: elaborazioni proprie su dati Istat. Tavole di mortalità della popolazione residente, anno 2005.

In definitiva, riconoscere che la vecchiaia non inizia universalmente a 65 anni implica un cambiamento di prospettiva rilevante per le politiche pubbliche. Spostare l’attenzione da soglie anagrafiche rigide a misure dinamiche e più aderenti alla realtà consente di descrivere l’invecchiamento in termini più accurati e di migliorare la capacità di pianificazione dei sistemi pensionistici, sanitari e del mercato del lavoro. Comprendere e valorizzare queste trasformazioni sarà cruciale per delineare le traiettorie future della società italiana. In questa prospettiva, la maggiore longevità non rappresenta soltanto una fonte di pressione sui sistemi di welfare, ma anche una trasformazione strutturale da governare attraverso politiche più flessibili, capaci di distinguere tra età anagrafica, condizioni di salute, capacità funzionali e caratteristiche del lavoro svolto.

* L’articolo viene pubblicato in contemporanea su Il Menabò di Etica ed Economia.

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